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Vitagliano Pasquale - "Amnesie amniotiche"
11 giugno 2009
LietoColle - Collana Erato
Le poesie che Pasquale Vitagliano ci propone in questa sua prima raccolta evidenziano da subito un'insistita volontà testimoniale, una tensione tra l'alterità diffusa del mondo e l'interiorità nutrita di frequentazioni artistiche e vita reale; e ciò che resta sulla pagina non è solo il lacerto significativo ed espressivo della realtà, ma il sentimento soggettivo ed epocale...
[...]
Non l'Io dell'esperienza individuale, dunque, ma il Noi collettivo, storico, speculare. L'artista non è solo artefice piegato nel proprio sogno di bellezza, sembra voler dirci l'autore, ma un generoso ostensore di ciò che sensi e intelligenza hanno saputo cogliere, prima, e tradurre, poi, in forma artistica.
[...]
L'originalità di molte soluzioni ci conferma inoltre una tensione estetica maturata nell'ascolto attento di percorsi poetici passati e recenti - oltre poeta, Vitagliano è lettore onnivoro e critico attento - e una capacità di selezione che sa evitare sia la reiterazione di esperienze consunte, sia la piattezza formale e immaginifica.
dalla prefazione di Giovanni Nuscis
Sezione
BISCROME
Cretto sul corpo
Getto un cretto di bava
sulle faglie di un corpo di cava,
per coprire le murate glauche,
per seppellire le seppie basi.
Non è un'opera imperitura sull'osso,
non è lucore ciò che si vede dall'alto;
se ci stai dentro, un dedalo appare, un greto
cieco che non saprà mai dirti perché il dolore.
Sezione
BESTIE E LUOGHI
San Sebastiano
In una memoria scalza
hai versato il seme
del dolore di casa.
Le corte mani tese
sono state il nido
di due stelle vaganti.
Squilla in cielo
una campanella.
Ad annunciare le ali
per un San Sebastiano
che in terra l'amore
fece pazzo.
Là dove stavano le frecce,
sono spuntati i fiori.
E sul tuo panno nero,
suggerito dai tuoi occhi,
ho cucito due
verdi bottoni.
Città III
Ostie disadorne
o tavoli duri
e ripide pance
verdastre.
Non è più mitica
la miseria lucana,
da quando non sventolano
più le bandiere.
Formattati
da rupestri infohouse,
più forte e più antica
è la durezza della pelle,
l'afrore delle parole
e la deformità degli arti.
Per vincere
le salse montagne
rinnegheremo tre volte.
Sezione
SALMI
Ansima
Sotto il silenzio
la mansuetudine,
come le vene increspate
sotto un cartiglio autistico,
come le gravine
sotto il viadotto.
È la faccia nuda
che cerca di nuovo
il vento salato
della veduta di Byron,
quando fece volare
al cielo il naso finto
di un'esanime maturità.
È questo pennacchio,
che ho cercato
di giocarmi sull'isola
dell'asino bianco,
con l'anima cieca
della baldoria,
che solo la morte
non si scorda.
Quando l'ho perso
c'era una donna:
era lo specchio muto
della mia obesità.
Di questa faccia
mi sarebbe bastato
conoscerne il nome
e invece...
Ho voluto pure
guardare.
Sezione
PITTURE
Bazar
Vaniglia e sabbia.
Troppo dolce
e troppo effimero.
Una stracolma
torta morta
è il fossile
della nostra
civilizzazione.
Marzapane e amarene
portano dritto
all'inferno.
Salmo breve
Avorio esotico arancio,
ebano sole acceso d'alba,
gioiosa festa pagana,
stola devota e felice
di celebrare il cielo terrestre,
capovolto nelle bianche pozze
di pioggia nelle quali si specchia
questo nostro comune sole lunare.
sezione
FINALE MA NON TROPPO
Ripartenza
Ed alla fine la calligrafia
residua a pettinare
i cirri renitenti
al cascame polveroso
dei tarocchi reticenti.
Nell'instancabile presidio del tempo,
sono approdato alla partenza del giorno,
a rimpiangere svagato il futuro sparito
su questo rassicurante tavolo da gioco.
Sezione
VARIAZIONI
La parola è il guscio del mondo
La parola è il guscio del mondo.
Il mondo parlato è seduto
sull'uscio bagnato tra
il corso del tempo e
il luogo del vuoto.
Il vuoto del tempo
è il silenzio del mondo.
Il mondo dei corpi che scarta
l'involucro opaco del
nostro primordiale elemento.
Il dialogo dei volti
è il sangue del mondo.
Il sangue che affiora sotto
la pelle opalina dei
nostri umani discorsi.
Alle nostre parole esangui
successe col verso il
roseo incarnato del tempo.
Variazioni sul nero
Come puoi credere di specchiarti nella posa
della tazzina di caffè slabbrata dal tuo rossetto.
Non puoi chiamarla notte, per misurare il tuo digiuno,
come non credo che una macchia in fondo al bere
possa aver spezzato il mio orizzonte saturo.
No, non è un sole nero quella pozza di dolore.
Non è il mare oscuro quel grumo di caffè,
nel quale vuoi riflettere il liquido ignoto del tuo corpo.
Non puoi chiamarmi notte, per misurarmi dentro.
No, non vedo altro in quella tazzina. Vedo solo
che resta là, sul bordo del lavabo ad aspettare
che qualcuno di noi due la lavi. Come puoi credermi,
se non mi patisci.
Sezione
COMMIATO
Un'altra vita
È comparsa inattesa,
come una crepa,
sul bordo del tavolo,
nell'angolo;
come per caso,
presa di taglio
da una luce fredda,
come una resa:
l'inattesa scossa,
il tuffo, l'idea
che questa
è un'altra vita.
Pasquale Vitagliano (Lecce 1965) vive e lavora a Terlizzi (BA). Giornalista ed editor per riviste locali e nazionali. Già presente in diverse Antologie di LietoColle, ha scritto per Lapoesiaelospirito, Italialibri, Nazione Indiana.
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