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Salvi Stefano - "Le insidie / Neumi"

05 luglio 2008

LietoColle - Collana Erato


Le insidie / Neumi
di Stefano Salvi è un esordio di arduo fascino, che avvince il lettore nel momento stesso in cui lo fa sentire inesorabilmente spaesato; ma è più che probabile che questo effetto sia calcolato...
Da un lato, infatti, siamo alle prese (le Insidie) con un'ansia e una preoccupazione, con un mondo esterno che si presenta come rischio e come erosione:.... con i Neumi, entriamo in un altro territorio, quello della bizzarria lessicale, dell'esibizione, evidentemente programmatica, di parole di difficile e non di rado persino impossibile (o quasi) decifrazione, ma facente parte delle schiere "normali" dei lemmi del dizionario
[...]
Salvi certo non vuole mai tranquillizzare, fa balenare un tormento e subito vicino un conforto, un conforto che si sospetta dell'ordine della poesia: solo che il conforto stesso (la poesia?) appare inadeguato, mancante, e nondimeno ancora nobilitato. La possibilità della poesia viene fatta così balenare, poi sembra negare se stessa, poi però ribadisce, nonostante tutto, la propria presenza...  
[...]
ripropone, impavidamente, il sogno di una parola poetica capace di coincidere senza mediazioni con l'oggetto; lo fa, come per contrappasso, attraverso un linguaggio che si carica di mediazioni innumerevoli, fino ad esplodere, e fino a far balenare, come estrema o forse unica possibilità di un linguaggio che aderisca istantaneamente alla realtà stessa, il sogno di una lingua inventata addirittura ex novo, nuovissima per troppo carico di passato: ma di un passato tutto teso, quasi disperatamente, a bruciare e dissolversi in un lampo.


Dalla prefazione di Gianni Turchetta





dalla sezione
Le insidie



L'ornamento della natura

I

Certe erosioni servono da fumo forte,
ti addentrano in cima
delle flore di poco rovaio,
e calda di ciò che era tolto brevemente;
hai un'infanzia delle dita,
nello scorcio inciso di colpi - racchiusa e detersa
fino al grano vasto nelle masse del tuono.

In ogni luogo aprono
accostature nella semina,
il modo di toccare un istante delle folate
tenute interne: a chi vede nel paesaggio
si varia l'invadenza delle andrene, il dettato
ospitale della calma d'aria. Poi, ancora,
i recessi svolgono in primi barlumi,
annodano lo spessore
in tutto,
l'alto occidente dei tuoi spazi di neve.

II

I tagli del legname vanno per scosse.
Poche, come quelle di foglia, le accorciature
in impiego. Due o tre norme
si vedono.
Troncando dei calchi e delle specie presto, tu hai
un forare dentro il nuovo di seme, il cavo numeroso
tenuto lungo le mani.
Le cose nel vento accrescono
un discioglimento forte,
portano all'ombra. Spesso
terraferma, costa
infondono meandro, lasciano venire
al bosco e alle molte parti d'acqua.

III

Vero è che il ramificare soccorre.

I tocchi delle dita non vengono dagli aspetti
d'albero; somigliano
ad un insegnamento unitivo,
continuato nei giorni. In piedi, vicino,
gli occhi stancati.

Sentire spiriti non è
il taglio della piccola temperie, un
susseguirsi puntuale - il poco
che muovono i picchi di torcia, centrati.

Appena, le nervature vedono
sino dagli anni più distanti.

IV

L'incamminamento ai fondi marini
e le disfrenate,
sovrastanti vegetazioni per tante ore rischiarano,
incutono il connotato dolce. Si trova
un fenomeno di neve nitida, il denso
nelle piene di bosco.

Come se, in quante infinite ombre ferma
l'acquazzone, iniziassero
le materie eruttive,
e attorniate dal cuore di getti: ed il rumore distanzia.

Al di là i campi remoti abbagliano
i passi, danno
su rami tranquilli,
dove forse si potranno indicare forse no.







Intorno l'acqua


I

Magari è un tenersi da tutto il
trovato di foglie, istanti
così sei intrapresa
alla tua falda di stagione pari
e al tuo fragore assiduo dei polsi -

adesso che ti occupi
che le vene si vedano, le dita come
in quel cavo dell'imbando, che la destra
scenda.

In questo non rinnovare
onde grosse incuti
il materiale per la latitudine
raggiunta -
un mese intero
con mille motivi tu risulti
di un primo tatto.

Non so neppure come
possieda
fare nodo,
le ceneriere del clima.

II

Ore e ore duri tu a costume acutissimo,
e assodi le braccia di mare
dove stai,

e con i corpi d'albero le cause
escono di voga.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
A lunghi passi fatta pallida
le tue labbra che trovasti
accudendo di porgere nodo
e in oggi sostare cuore.

III

Mette alta voce, dacché
anni lunghi da avere
a modi di interpunzione.
Vengono la membratura, le
strette basse dal mare - oppure
una traversata non è
dall'enorme
polline. Da mille punti ormai
salgono i frangenti
a compiere la retina,

ora con questo soffio certa altra
diatomea
fa tanto cadere.




*

Comportò d'adibito punto
la tempia, ebbe
in fatto di tenere portavoce
un'acqua - mentre a succedere
la specie di tirate
così nervose, il narrare
che alquanto di fienagione ciascuno. Anche,
iniziai aspetto per decina.
E ben immaginare,
comodo molto,
lunghe, qualsiasi minime
ossature.




dalla sezione
Neumi



Falesie

I

Intrecciantisi illuvie, isadelfi,
assempra candente volitare;
se redòle nottue,
o ne acclara, quali sirti
perfuse dell'Iadi che lui prome, la melopea
se stessa circonfulge
e gemica,
d'eclizia inostrandoci ai fastigi.


Al transire
da miragli, per accalmìe
finitimo, l'Elisio
s'asperge. S'aderge
l'elìtra d'occiduo
nelle assise d'elabro d'un tratto più estuanti - e pur
se s'irraggiasse
altrimenti che come auratica
non oblierebbe contérie.
Effuso da crisma
dall'acausto aurorale
il neuma s'inflette istoriato, avelle
nimbi del suo incedersi,
nimbi che appaiono
oltremodo farnetichi,
quantunque incelino
intrecciantisi illuvie, isadelfi.


***

Il fiore del mais


È alcuna incuranza
nel passo, molto
i vincastri del ventilabrio
hanno angoli. L'arare, allora,
si fa pazienza nell'ansa dei carici,
con apposto d'orlo, e -
di spessore poco -
la quinta mattinale, coeva
per ranghi di bacio.

Sente piovere
tanto si è fatta evidenza.

Dei rudimenti del cielo
rigano la bocca.

Ogn'intorno,
nel tempo che è il sole d'un mese,
prende buio. Le parole a statura, breve,
ordendo tessuto nella filanda
o contando con i segni dell'abaco
la molitura, gli arbusti del pepe
sulla stuoia.

La ghiera dell'ombrello, a sé - silloge
del sillabario del fuoco.

Ti feci sera per giacervi.

A labiati, alveabili sbocci
conchiudono
           i genii delle mani.
Nella parola è qualche arenile;
non sanno che danzarti
grafemi,
né questo foglio, constati,
è volto che neglige, trascura.
Ogni illecébra si dà
ad emulare
l'ascosto flabello
dei propilei, asserta in oreadi
un'éndice che ne coglie
apocrifa. Neppure il Nome
è auspicio bastevole
a che vi si colga
un noi dell'in-sistere.

L'encomio sotto l'odierno
è asola al chi.




***


Stefano Salvi è nato nel 1975 a Varese, dove risiede. Collaboratore di LietoColle, dal 2004 dirige, insieme ad A. Broggi e I. Testa, "L'Ulisse" (www.lietocolle.com/ulisse), rivista on-line di poesia, arti e scritture. Ha curato, con C. Dentali, presso LietoColle, l'antologia "Il presente della poesia italiana" (2006). Ha pubblicato l'e-book "Il seguito degli affetti" (Biagio Cepollaro E-dizioni, 2006). Suoi testi, poesie e saggi, sono rintracciabili in riviste e nella rete.

 

 

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Dal nostro catalogo

Salvi Stefano - "Le insidie / Neumi"

ISBN: 978-88-7848-243-2

Anno: 2007

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