Siete qui:
Si parla di questo libro:
S. Lecchini su Pellegatta
28 giugno 2004
«Mattinata larga» di Alberto Pellegatta, parole come frecce appassionate
di Stefano Lecchini, da Gazzetta di Parma del 23 Maggio 2002
A
basarci sui cinque versi che inaugurano questa prima plaquette di
Alberto Pellegatta («Mattinata larga», Lietocollelibri, con una
finissima nota introduttiva di Maurizio Cucchi), non potremmo non
pensare a una poesia fatta di strappi, rottami, frantumi, intermittenze
- o, tutt’al contrario, proustianamente modulata sul flusso di un
passato che altre, improvvise intermittenze hanno fatto riallacciare al
nostro cuore: «La memoria ha stanze immense / camere colme di specchi /
polvere impraticabile. Invece / l'attualità è intermittente / come
un'immagine rotta».
Giriamo pagina e subito il giovanissimo Pellegatta (Milano, '78) mostra, spiazzandoci, di accedere, senza diaframmi e senza infingimenti alla pienezza dell’ora e del qui. Sente il presente; lo sente sulle labbra, sulla lingua, lo degusta: e non a strappi, non a intermittenze. Si lascia invadere dall’«armonia segreta», dalla «precisa espressione delle cose» - che la sua voce fresca ma in qualche modo già matura ha solo il compito di tradurre in canto. Così, la primissima impressione è quella di un canto pago, continuo, riposato - dove ha conferma la «misura» del rapporto che si instaura fra io e mondo. Una «squisita», «tremula» ed «immensa tenerezza» si china sulle cose (questo bar di Barcellona, queste pupille, queste labbra...), e le raccoglie insieme a «strade e piazze conosciute in altri tempi»,
Ma non dovremo lasciarci fuorviare. Se Pellegatta è anche (e non solo) un poeta del presente, così è anche (e non solo) un poeta «misurato». Come in Beppe Salvia e in Giuseppe Piccoli, ben presto l’oltranza (la dismisura) scende a tentare la voce. Quest’oltranza non è nient’altro che la forma in cui deflagra il desiderio. Pellegatta sa una cosa: che la passione non è tenera - è esigente (la tenerezza viene incenerita). E quanto più si infiamma di passione, tanto più il suo verso - già di per sé libero - si slancia a oltrepassare ogni confine: il canto si allarga (come «l'appetito largo» da cui ha origine), si tende, si inarca, trova sonorità aspre ed aspramente ribattute (certe violenze allitterazioni di marca espressionistica, certe improvvise rime interne…), supera similitudini e analogie in pura incandescenza di visione, perché la lingua del desiderio non può che lievitare e inabissarsi, pendolarmente nella gola. Anziché nasconderla o colmarla, il desiderio rimarca la mancanza - «questo veleno che brucia dentro il sangue» - portandola quasi al diapason della insostenibilità: così il verso finisce per corrompersi e cedere alla prosa. Forse, Pellegatta era andato in cerca della prosa per raffreddare il suo fuoco, in realtà, nei rari pezzi prosastici, vediamo come il fuoco finisca per scottargli letteralmente le mani (la parola perfora come una freccia, le interiezioni si susseguono), bruciando ogni sogno, o ricordo, di quiete.
Quel che alla fine colpisce, in questo poeta, è la volontà incrollabile di ritrovare, nonostante tutto, una misura, come una «luce mansueta» che accenda, «sopra i ram» degli alberi e dei giorni, «grappoli di perle». Non sappiamo come, eppure questo miracolo si compie. Tra il fuoco del desiderio e le ceneri del rimpianto, finisce per tornare ad insinuarsi una pronuncia dolce (appena un po’ increspata dalla memoria, o dal sentore, della separazione): capace di non lasciarsi ardere senza per questo precipitare nel silenzio: capace di verniciare i giorni dell’assenza col blu e col verde dei giorni d’amore.
Giriamo pagina e subito il giovanissimo Pellegatta (Milano, '78) mostra, spiazzandoci, di accedere, senza diaframmi e senza infingimenti alla pienezza dell’ora e del qui. Sente il presente; lo sente sulle labbra, sulla lingua, lo degusta: e non a strappi, non a intermittenze. Si lascia invadere dall’«armonia segreta», dalla «precisa espressione delle cose» - che la sua voce fresca ma in qualche modo già matura ha solo il compito di tradurre in canto. Così, la primissima impressione è quella di un canto pago, continuo, riposato - dove ha conferma la «misura» del rapporto che si instaura fra io e mondo. Una «squisita», «tremula» ed «immensa tenerezza» si china sulle cose (questo bar di Barcellona, queste pupille, queste labbra...), e le raccoglie insieme a «strade e piazze conosciute in altri tempi»,
Ma non dovremo lasciarci fuorviare. Se Pellegatta è anche (e non solo) un poeta del presente, così è anche (e non solo) un poeta «misurato». Come in Beppe Salvia e in Giuseppe Piccoli, ben presto l’oltranza (la dismisura) scende a tentare la voce. Quest’oltranza non è nient’altro che la forma in cui deflagra il desiderio. Pellegatta sa una cosa: che la passione non è tenera - è esigente (la tenerezza viene incenerita). E quanto più si infiamma di passione, tanto più il suo verso - già di per sé libero - si slancia a oltrepassare ogni confine: il canto si allarga (come «l'appetito largo» da cui ha origine), si tende, si inarca, trova sonorità aspre ed aspramente ribattute (certe violenze allitterazioni di marca espressionistica, certe improvvise rime interne…), supera similitudini e analogie in pura incandescenza di visione, perché la lingua del desiderio non può che lievitare e inabissarsi, pendolarmente nella gola. Anziché nasconderla o colmarla, il desiderio rimarca la mancanza - «questo veleno che brucia dentro il sangue» - portandola quasi al diapason della insostenibilità: così il verso finisce per corrompersi e cedere alla prosa. Forse, Pellegatta era andato in cerca della prosa per raffreddare il suo fuoco, in realtà, nei rari pezzi prosastici, vediamo come il fuoco finisca per scottargli letteralmente le mani (la parola perfora come una freccia, le interiezioni si susseguono), bruciando ogni sogno, o ricordo, di quiete.
Quel che alla fine colpisce, in questo poeta, è la volontà incrollabile di ritrovare, nonostante tutto, una misura, come una «luce mansueta» che accenda, «sopra i ram» degli alberi e dei giorni, «grappoli di perle». Non sappiamo come, eppure questo miracolo si compie. Tra il fuoco del desiderio e le ceneri del rimpianto, finisce per tornare ad insinuarsi una pronuncia dolce (appena un po’ increspata dalla memoria, o dal sentore, della separazione): capace di non lasciarsi ardere senza per questo precipitare nel silenzio: capace di verniciare i giorni dell’assenza col blu e col verde dei giorni d’amore.


