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Si parla di questo libro:
S. Aglieco su "Verso Buda"
29 giugno 2008
Il
libro di Fabiano Alborghetti ci parla di un viaggio, un piccolo grande
viaggio verso il limitare del proprio immaginario, appena oltre il
cerchio della città: verso Buda; toponimo che
inevitabilmente evoca sconfinate distanze ma che in realtà richiama una
collina e una casa nell’Oltrepò Pavese. E’ lo sguardo che lascia
Milano, il suo frenetico pulsare, mentre tutto rallenta e il vino “è
troppo acerbo/per essere compreso ora,/che ancora è lavoro e filari”
pag 15.
Il tempo, quindi, è “il meccanismo complesso di una
pendola”, come precisa Fabiano in una nota, “gli accadimenti e la stasi
si alternano (…) in centri concentrici e dove al movimento alto-basso
prende piede un secondo movimento avanti-indietro tra i rimandi tra
presente attivo e l’andata e ritorno”.
Vuoto e pieno: tempo
quotidiano - quello della polvere sottile e del rumore - e quello,
ancestrale, dove le voci sono presenti e scostanti, ma ricorrenti e
precise. In questo tempo ritmo/vuoto il verso cerca una sua faticosa
misura, un modo per dire le cose con disciplina, senza ambiguità e
senza sciatteria. Si avverte nel libro questo sforzo dello stare in una
misura, che è la stessa dei lavori ancestrali, della cura della terra,
la quale può essere cantata solamente nell’idea di un suo ordine. In
fondo, fecondare è una promessa di ordine.
Così le prove più
belle si trovano proprio nei momenti di questa descrizione: “L’uomo che
intinge le unghie/nella pazienza intagliata del fare/lo vedo (oltre
collina)/cronista dal corpo addormentato/appeso ad un cielo che sa
pesare,/che tiene gli occhi aperti/acceso dalla bellezza” pag. 15. Il
cittadino si è concentrato nella cronaca; annota, descrive, e così può
osservare il trascorrere del tempo, la fatica di un fare mesto,
concentrato. Può vedere la bellezza. Questo ci dice che il velo di Maya
della nostra epoca è l’affastellamento e l’accumulo, il rumore
assordante, le chiazze di verde ritagliate fra i palazzi.
Ritmo del tempo, dunque, scandito dai rintocchi di uno strumento; e
tempo nebuloso in cui il prima e il dopo è il volto di una divinità
misteriosa. “E’ tutto ancora vivo alla finestra/e non ha perso tempo da
quel momento in poi/come se non fosse accaduto niente” pag. 40. E’ lo
sforzo di trovare posto alle parole, espresso in un lucido frammento:
“Le parole/trovano sempre un posto dove stare:/a volte sopra un foglio,
a volte/dentro un cuore” pag. 34.
Se la parola è, come dice
Marco Munaro, “ripercorrere rapidamente – in un lampo, miracolosamente
chiaro e giusto – la genesi della scrittura dai suoni e dai rumori
della realtà fino ai suoni della lingua umana e alla loro trascrizione
alfabetica, senza iati”[1],
essa dunque si fa depositaria dei ricordi di un viaggio; è l’immagine
stessa della terra che ci parla in un alfabeto sensibile. Occorre,
poi, conoscere la fatica di chiudere le finestre, e sognare dentro una
casa, accanto a una sposa. Questo è il tempo in cui la parola chiede
tempo, ci obbliga all’attesa. Ci obbliga alla ricerca di un verso, alla
misura dell’andare a capo – operazione decisiva per poter distinguere,
dare senso al balbettio quotidiano.
Sebastiano Aglieco, sett.05


