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S. Aglieco su Fresa
07 novembre 2009
Mario Fresa: ma quanta gioia pare il mio tormento
Mario Fresa, ALLUMINIO, LietoColle 2008
Può capitare, prima dell'entrare in seno a una comunità, che la lingua sia ancora in contatto con gli amici sconosciuti, con l'altra voce che risponde (e che domanda sempre). (...) Con l'eco di un colloquio al buio con antiche immagini benefiche: silenziosi Lari che, solo sognati appaiono col volto di parenti sconosciuti (l'autore nelle note).
Così, per leggere queste poesie di Mario Fresa, è necessario crearsi una ragnatela di parole, di immagini personali; che hanno sicuramente, come luogo del loro accadere, la terra che separa il sonno dalla veglia, il giorno dalla notte, come osserva, tra le altre cose, Santagostini nella premessa.
E quindi, se da una parte, attingendo all'esperienza biologica del sonno e dei presentimenti, invitano a una ricreazione nel seno di un inconscio comune, dall'altra rimandano alla stratificazione che le ha generate, come se, il fenomenologo fosse esperienza culturale più o meno incosciente, non necessariamente consapevole del suo essere; come se avesse bisogno di un lettore, di un alto interprete, in noi stessi, più distaccato da noi.
Così, mi sembra, vedere "la gola dorata" come il luogo centrale di questi versi, perché rimanda a una concretezza delle immagini, a un lavoro ancora da compiere: "qualcosa è qui, toccami ancora/non hai cercato bene", p. 18.
Lavoro degli occhi, della bocca, che cerca di scampare all'aurea che l'inghiotte, all'indistinto vagare in una terra senza confine in cui ogni cosa sfugge e improvvisamente riappare. Si potrebbe immaginare, in contrappeso, per questa poesia, il purgatorio di Dante, la concretezza nell'evanescenza; il cammino; la dimenticanza; il ricordo; il trattenere e il lasciare liberi. Ma immagino anche, l'esperienza del simbolismo e del preraffaellismo, in fondo ancora àncore prima della distruzione di ogni forma e di ogni possibilità stessa del canto: vietato cantare per i contemporanei, come se il canto fosse diventato esperienza del risibile, della vergogna e della superficialità.
Così queste poesie si riferiscono anche, nel loro precedere l'aspro, il duro suono, all'indistinto senza luce - indistinto in quanto solo impercepito dall'orecchio che si è fermato a udire suoni terrestri.
"io non ho più parole/la mia lingua è nella spada", p. 19; ma si tratta di una spada, però, che il poeta immagina "profondamente irreale, luminosa e musicale, (l'autore nella nota). Ma si potrebbe dire anche, sforzando un poco il senso, che il pensiero procede verso il suono, diventando esso stesso linguaggio musicale.
La tenzone celata di questi testi consiste, appunto, nello sforzo di dover ricordare di essere stato puro suono, luce, e di non esserlo più. Di dover giustificare la propria esistenza come in uno stato di in/sapienza e di dolore. Il pensiero viene, travalica qualcosa, gli occhi si aprono, guardano. Così all'inizio il pensiero porta con sé un suono dolce, una certa melopea, una certa rotondità nel canto, costretto a stridere coi suoni e le parole di tutti i giorni.
Siamo, mi sembra, in una zona della poesia dei nostri giorni - ben consolidata, pur nelle varianti delle forme e delle sensibilità - in cui il mal di vivere non ha smesso di esercitare il suo fascino e spesso funziona come unico antidoto per accorgersi dell'insufficienza del reale e delle leggi umane che lo governano. Male metafisico dell'essere, in quanto destinato ad essere; forme che si contendono un suolo (Boccioni, Elasticità, in copertina); ma anche, non molto diversamente, oserei dire, certi quadri simbolisti in cui si vedono ammassi di bambini dormienti in attesa di essere chiamati alla vita. Ma quanta gioia pare il mio tormento (Ugo da Massa, citato dall'autore).
"Nella grazia implorante s'inseguono le ombre/dei nostri corpi accesi nella morsa/dei colori...", un testo dove gioia e tormento, appunto, sembrano mescolarsi nella percezione del vivere, nella resa formale della violenza che subiamo. "Eppure, vedi: quando fu strage acuta/di suoni e di profumi tu ricordasti:/nella terra del silenzio/ci hanno lasciati poveri strumenti/e labbra mute", p. 29.
A me pare che, per dislocare le forme della tradizione bisogna innestarsi in esse, aggrappati, come alla criniera di un cavallo in corsa; ricavarne la forma nuova per un senso comune, un lavorio nella presenza dei problemi non risolti. Qui troviamo certamente uno scenario che conosciamo ma che non possiamo attribuire precisamente, strada per non ricevere l'ingombrante fardello degli ismi.
Il problema di questa lingua è dunque l'approssimazione, la vicinanza. Dare forma, o, se non è possibile, evocare la vicinanza. Le parole inseguono la pienezza delle cose, dell'esperienza, senza poterle mai dire pienamente. Le parole sono nate, forse, come necessità di arginare il rischio della dimenticanza totale e rimane il dubbio che, col passare degli anni, la lingua vada affievolendosi come la radiazione di fondo dell'universo, sempre più lontana dall'esperienza del primo impatto, della prima necessità.
Noi scrivendo, pensando, non facciamo altro che "modellare il buio".
Un altro libro mi richiama questo di Mario Fresa, LUCI DAL VOLTO di Mauro Germani, ma mi fermo qui.
Sebastiano Aglieco
(articolo apparso su "Compitu re vivi" 27 ottobre 2009)
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