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Rosa Silvia - "Di sole voci"

LietoColle - Collana Erato

 

Premio MASSA, CITTÀ FIABESCA DI MARE E DI MARMO

5 ed. 2011

 

segnalazione di merito

pagg 80

 

... i versi di Silvia Rosa sono una cronaca del giorno a venire, della conta dei passi che servono per uscire dal fondo di sé per farsi Sola Voce. Il verso chiama una profonda cura del dettaglio e dello stile così come una parola piena, contundente e circolare che si fa carne nuda [...] Ecco che la nudità diventa la possibilità di decifrare con la pelle la scrittura e il segno del mondo: resta come un coagulo che si distingue dall'anima e accede al Senso. Tutti i dispositivi poetici di Silvia Rosa ci dicono il modo di ac­cogliere il Senso per poi accettarne il distacco.

 

Alessandra Pigliaru (prefazione)

 

 

... "sola voce", sì, ma per un "assolo" di corpo declinato e insieme rimosso. Il paradosso è solo apparente perché la dicotomia qui espressa e l'intera silloge si rivolgono alla riconcilia­zione dei contrari. Da un lato l'offerta sacrificale e dall'altro lato l'urgenza - anche metafisica - di una trascendenza.   

Questa poetica è essenzialmente impegnata nella ricerca non tanto di un destinatario quanto di una destinazione, di una dimora ove il senso possa trovare il suo aver-luogo. Se "Poesia significa per lo meno toccare la cosa delle parole" (J.L. Nancy), la poeticità e la poematicità di Silvia Rosa toccano, simultaneamente, la trascendenza del corpo verso le parole e il sacrificio delle parole verso il corpo.

 

Enzo Campi (postfazione)

 

 

dalla Parte Prima

 

COME UN SEGNO NERO A MARGINE

 

Ha una forma irregolare

il dire

quando gli spigoli improvvisi

del Tempo

scontornano parole

e tace lo schioccare vorticoso

della lingua sul palato

come un frullare d'ali

a misurare - stanco -

il perimetro del Vuoto.

 

Ha un movimento in girotondo

ogni lemma, prima dello schianto,

prima di precipitare

in coincidenza del Silenzio

incrinandosi nel centro

e più dentro, nel profondo,

fino all'origine di Senso.

 

Il mio Corpo cede peso all'Anima

e cambia di significato e di sostanza

nello spazio del discorso

si appunta come un segno nero

a margine,

nel bianco di una pausa

 

muto, fugge la distanza

- annullandosi -

si fa Eterno, senza Verbo, sconfinato.

 

 

dalla Parte Seconda

 

(ANATOMIA DI) UN ASSOLO

 

Per sentire vivo

questo corpo

in superficie ricompongo (di te)

il muscolo contratto del pensiero

lacero l'imene del ricordo dal profondo

per il peduncolo avvizzito del tuo nome

risalgo l'occhio muto di carezze e d'ombre

impastando il desiderio fino all'argine

del fianco, che si sloga - smagrito -

in frustoli di ruggine e vocali di respiro

 

ma non volo

mi sciolgo asciutta

un coagulo abortito di piacere

esangue al suolo.

 

(Sono stanca)

 

La metrica severa del tuo

andare e tornare e andare

mi puntella nelle tempie

un contrappunto quest'indecisione

un tarlo fra le cosce un'effrazione

che non raggiunge l'osso molle del godere

che non mi fa venire (a te)

per quanto ripercorra con le mani pube ventre seni

al ritmo che impone la tua assenza

fino al nucleo alla molecola della Parola (quel tuo niente)

un esercizio fonetico - sì no forse - che mi arrende

e mi squaglio tra le costole

nell'inguine nell'immaginazione

 

ma non muoio

mi addormento fredda

vuota schiusa

in un assolo.

 

dalla Parte Terza

 

(MADRE) NOTTE

 

(Mi) sogno la notte

in un circolo schiuso

di linee spezzate

- ore minuti secondi -

rotaie all'Infinito

che non squillano - abbracci -

di arrivi e partenze svuotate

stridono, è un precipitare nell'incubo

rincorrendo(mi) immobile

(di) attese.

 

(Mi) addormento

nel ventre del buio

la (mia) notte dentro

si apre sembra piangere latte

dal bordo di ogni singhiozzo

di (un) tempo - amaro -

madre che non (mi) nutre

- (ti) sono al centro -

ogni sogno che inghiotto

è il sussurro stravolto

di sponda che chiama al riposo

che non (mi) accoglie

 

inutile fuggire l'alba

è un passaggio a livello

fantasma di ruggine che si (s)compone

nel giorno, che (si) impone

in coincidenza del corpo - una torsione -

la (s)veglia il (rin)tocco

(un) cambio (di) direzione:

 

e (mi) accarezzo da sola

(al)l'argine di me stessa - io -

la meta.

 

 

Postfazione dell'Autrice

 

NEMMENO IO

 

non c'è niente

che sia mio in questa stanza

nemmeno io

 

mi scompaio e poi mi cerco altrove

lontano dalla carne dalla morte

dal mio nome

 


 

Silvia Rosa (il cui nome completo è Silvia Giovanna Rosa, ma si di­mentica sempre di scriverlo per intero) nasce nel 1976 a Torino. Vive appena fuori città, in un piccolo Comune adagiato lungo il Po, ai piedi della verde collina torinese.

Laureata in Scienze dell'Educazione, scrive poesie e racconti, che ha pubblicato qua e là su riviste e blog e che compaiono anche su alcune antologie collettive di Concorsi Letterari a cui ha preso parte, risultan­do, ogni tanto, tra i vincitori.

"Di sole voci" è la sua opera prima, quel che ama definire il suo battesimo di carta.

 

Immagini di Giusy Calia

 

 

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