R. Caracci su Nasr
12 giugno 2009
SULLA POESIA DI MEETEN NASR
In occasione dell'uscita del libro
AL TRAGUARDO DI MALAGA (poesie 2000-2009), LietoColle 2009
LO SGUARDO DEL VIAGGIATORE
Domina nella poesia di Meeten Nars lo sguardo del poeta Viaggiatore, che vede e vedendo le cose, i paesaggi attorno a sé ha questo sguardo doppio che intravede, extra-vede, per così dire, questo sguardo da ‘veggente' che vede al di là delle cose e trasfigura. Vi è un gusto delicato, quasi ozioso -ma nel senso dell'ozio di un viaggiatore disincantato e insieme colto da incanto- di ciò che viene visto, che colpisce l'attenzione, che è nuovo, insolito, come lo può apparire agli occhi di un esule, di un viaggiatore appunto, di un'anima senza patria. Lo sguardo che vede le cose con l'ottica del viaggiatore è uno sguardo commosso, che cerca con le cose un rapporto privilegiato, coinvolgente, personale, che cerca nel nuovo l'antico, nell'insolito il familiare, e tenta di ricucire i paesaggi inediti con delle fila familiari, conosciuti; cerca, in altre parole di trasformare e trasfigurare i paesaggi esotici, stranieri, inauditi, in paesaggi dell'anima.
LA DONNA NELLA PRECARIETA' DEL PAESAGGIO
Spesso all'interno di questi paesaggi esotici che vengono ricuciti dentro l'universo interiore del poeta fino a farne paesaggi familiari, emerge la figura di una donna, che può essere una donna accompagnatrice o una donna sconosciuta, facente parte dello stesso paesaggio visitato. E come inevitabilmente il paesaggio è effimero, transeunte, corrente e scorrente come tutti i paesaggi di un viaggio, così la figura femminile appare instabile, transeunte, effimere, vaga, una figura del viaggio e del tempo, una figura temporale, l'immagine vacillante, tremolante, di un viaggio che è insieme viaggio nello spazio e viaggio nel tempo.
. La realtà ha insomma l'aspetto effimero di un paesaggio che si guarda dal finestrino di un treno, e la donna l'impermanenza di una figura che si guarda dallo stesso finestrino o al limite di una accompagnatrice solo per un tratto di strada.
PLASTICITA' ARCHITETTONICA DI GUSTO NEOCLASSICO-MANIERISTICO
Formalmente e stilisticamente, questo sguardo da viaggiatore raffinato si accompagna ad un trattamento per così dire ‘plastico' della realtà e dell'immagine, con un tocco di neoclassicismo pagano, ellenico, che fa capo anche al gusto di traduttore dal greco dell'autore. Le poesie si snodano spesso con il carattere dell'architettura,, del ritmo architettonico delle volte, delle architravi, dei capitelli classici. Uno stile comunque più architettonico che decorativo, che poco concede al rococò o al barocco ridondando, ma che si avvicina di più ad un manierismo robusto, ad un plasticismo appunto classicheggiante, solidamente ancorata al suolo pur nelle volute a volte vertiginose dell'enjambement e della rappresentazione lineare o cromatica del verso.
LA REGIA E GLI STRUMENTI: IL CONTROLLO DELL'IO POETICO.
Il poeta tiene inoltre saldamente in mano le redini del verso, come un regista che si compiace di organizzare con sapiente alchimia gli strumenti della sua orchestra senza però che mai questi strumenti prendano il volo da soli. Vi è un forte controllo dell'io poetico che poco concede all'abbandono, malgrado il compiacimento delle risonanze ritmiche, fonetiche o fonosimboliche.
QUANDO IL PAESAGGIO SI FA ECO
Questo controllo da regia dell'io visivo si apre però alla risonanza fonosimbolica, alla reverie, all'eco del linguaggio e allo stesso compiacimento sonoro della parola poetica in poesie dove il paesaggio non viene tenuto a distanza, ossia solamente ‘rappresentato' o invocato/evocato in vista di un riavvicinamento o di un dialogo con l'io viaggiante, ma si fa esso stesso voce, parla con la lingua del poeta, produce uno zampillare del tutto autonomo e spontaneo di riflessi visivi ed echi sonori.
UNA POESIA ANELANTE
Un carattere specifico di questa poesia, soprattutto quando la protagonista è una donna, è di essere per così dire Anelante, come lo può essere ad esempio certa poesia di Mallarmè, dove la donna appare come una meta sempre presente e sempre sfuggente, l'oscuro oggetto del desiderio. Attorno alla donna, come giochi di luce attorno a un prisma, si aprono infiniti riferimenti simbolici e metaforici, infinite relazioni che però tutte poi confluiscono in questa sete, in questo desiderio insaziabile, in un Anelito che non pare mai placarsi.
LE TRACCE VAPOROSE DELLA SCRITTURA
Il solco del pennino si richiude/ senza lasciare traccia" dice la poesia "Bianche nuvole sopra Tokio". Ciò che la scrittura produce, il solco nella pagina bianca che dovrebbe incidere la realtà e lasciare un segno, vede la sua propria scia cancellarsi nel momento stesso in cui riga le cose, la quotidianità della vita. Ed è questa forse la funzione della poesia, essere il vuoto, il solco vuoto che evaporando lascia apparire la ‘rara efflorescenza' delle cose.La traccia è il non essere che lascia manifestarsi l'essere, una non entità che dischiude la fenomenologia delle ‘efflorescenti' apparenze, del mondo e della vita. Proprie come le nuvole, forse, in una delle quali il poeta vede ‘capovolta/ la stazione di Tokio'.Lo stesso poeta che chiede alla nube, come potrebbe chiedere alla scrittura, di resistere al vento di marzo e di non alterarsi ‘alla vista dei mortali'.
Le scene della vita, come quelle di un paesaggio visto dal treno, sono appena evocate da una scrittura che le lascia apparire scomparendo ella stessa, pudica come inchiostro delebile, senza lasciare traccia, ma forse un vuoto carico di tracce, di schegge di paesaggio e di ricordo.
IL BALENIO DELL'ESPERIENZA COME CALEIDOSCOPIO
Una poesia visiva, fenomenologica, di immagini balenanti e destinate a non durare tranne nell'attimo stesso della parola che le evoca, come la ginestra che prorompe ‘fuori dal nero vaso' o la ‘rossa/ calla ‘ che s'affaccia fra i rami già secchi dell'estate. Vedi "Due Ikebana". Immagini fuggenti colte al volo dal bulino di una scrittura che ricama per svaporare, incide per scomparire, fragile nella sua sostanza, tenace in ciò che evoca e salva allo sfumare dell'esperienza nel tempo.
Le immagini sono quelle fuggenti e colorate riflesse nell'occhio di un viandante, di un pellegrino o turista disincantato che pesca nel caleidoscopio della vita, soprattutto di quella che non conosce, il frammento di significato, il colpo d'occhio prezioso, il ritaglio di esperienza che non può essere abbandonato all'oblio. Una sorta di album di rivelazioni visive, di agnizioni ed epifanie, gestito dalla voce poetica come da un direttore d'orchestra a cui piaccia tessere le fila musicali di un qualsiasi viaggio in una sinfonia autonoma, riparatrice ai danni del tempo, disincantata e pudica, ma rispondente a un suo rigore lirico. Vedi "Juderia".
FONOSIMBOLISMO MONTALIANO
Con accenti montaliani, si dipana qui una poesia di vasto respiro e di struggente cromatismo, con enjambement frequenti e un tono lirico elevato che trasfigura il paesaggio e lo fa respirare nelle rappresentazione o nel ricordo. A tratti vi sono spunti di posata solennità, come nella poesia "Costa di Aglientu", e di una quasi commossa religiosità della natura. ("Oggi la porta aperta lascia entrare/ la verdissima gloria del mattino/ il fragore dell'onda che si volve/ contro la costa e il soffio di ponente/ che sfoglia un canovaccio sull'altare.")
Il ritmo della poesia riproduce spesso le forme stesse dei contenuti: un ritmo omogeneo ai contenuti, come in "Viaggio sull'acqua" dove il verso sembra scorrere e ondeggiare come acqua e le parole stesse fluiscono rotolando come piccole onde l'una dopo l'altra, rendendo un senso della navigazione e del procedere tra le rive non solo metaforico. La poesia ha qui è e altrove una misura ‘larga' e ariosa. Si potrebbe parlare di una lirica ‘porosa', che lascia entrare nelle verso e nella sostanza fonetica e simbolica della parola l'aria, il vento, la luce, e insieme ad essi anche il silenzio.
LIRISMO PNEUMATICO
L'ariosità di questa poesia non è solo di forma, non consiste solo nella porosità dei suoi versi.Qui c'è la ricerca di un ‘soffio oltre i confini' anche in una città come Milano, vista dall'alto e vissuta con tutto il suo fragore il suo grigiore e quel sentore ‘di acquitrini, rotaie, panni stesi..." ("Paesaggio") Vi è nella poesia di Meeten la ricerca di uno spazio altro nello spazio concreto, di un soffio '‘altro''nell''aria immobile delle città, (soffio che spesso si ritrova nei luoghi del viaggio). Ma si tratta di uno spazio che di volta in volta si dilata e si contrae, uno spazio mobile e plastico che poi in fondo dipende (un po' prospetticamente o relativisticamente) dal punto di vista del poeta- viandante. Uno spazio dunque anche mobile, continuo, caleidoscopio, che in fondo dipende da uno spazio virtuale più profondo, quello dello sguardo del poeta come trascendentale lirico.
L'IO CHE SI SCIOGLIE E LO SCINTILLIO DEI DETRITI
In questo quadro di vista pura, di paesaggio esteriore-interiore, di spazio mobile e fluttuante, l'io tende a sciogliersi come una ‘nuvola passeggera' (anche qui l'io lirico paragonato a una nuvola). L'io è un abbaglio e il corpo -platonicamente -il suo asilo. Ma è dal vuoto dell'io che nasce una tendenza all'espansione del respiro, all'aurorale, al mistico, e talvolta al cosmico.
(vedi la fine di "Verso Palermo: "Ma il groppo ardente degli astri e dei viventi/ oggi allontana l'autunno d'ogni cosa.")
La scrittura poetica è qui traccia, segno insensato, "dissonanza in rima con speranza" ("Poesia perduta"). Essa stessa è come quel monumento che in " Sa Coveccada" "trattiene il fulgore delle stelle,/ la memoria dei venti e dei sospiri")
Essa è anche gesto, ritmo, e sonda, alla ricerca degli scenari enigmatici del reale che il tempo tende a destinare all'abbandono come detriti.
Roberto Caracci.
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