PRESS: POESIA

Sono diversi i quotidiani in cui, in questi giorni, si parla di poesia. E non mancano gli interventi – a favore o in contestazione di alcune affermazioni – da parte dei poeti.
In questa sezione desideriamo ricostruire “la storia” e permettere anche ai nostri amici di intervenire, commentare e confrontarsi sul ruolo del poeta.
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Commenti
di questo passo si rischia di andare avanti all’infinito a parlare, tra censure e autocensure, di un bel nulla…
io invece ritengo che la poesia la si trovi nei libri di poesia e questi ultimi vengano scritti da persone in carne ed ossa…
A scanso di battute e di facili effetti giornalistici, mi piacerebbe conoscere l’opinione di Cortellessa e di Berardinelli sul libro di Giorgio Linguaglossa «Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010), recentemente uscito per EdiLet di Roma.
Sarei curiosa di conoscere la loro opinione sulle questioni sollevate da Linguaglossa che qui riassumo:
1)sul concetto di “Bellezza” che negli anni Ottanta e Novanta ne hanno dato i mitomodernisti;
2) il loro pensiero su concetti quali: “l’esistenzialismo milanese”, il “minimalismo” il “modernismo”; le categorie storico-temporali: “gli anni Settanta”, “gli anni Ottanta”, “gli anni Novanta”, “verso gli anni Dieci”, etc.;
3)è fondata la tesi dei nodi irrisolti della poesia italiana del secondo Novecento, affrontati nel capitolo “gli anni Sessanta”?
4) è fondata la tesi del nodo fondamentale che né Pasolini, né Montale, né la neoavanguardia né nessun altro aveva affrontato (la deriva verso la narratività)?; e che quel nodo irrisolto sarà destinato a ripresentarsi, come un bubbone, ingrossato, ad ogni generazione, in attesa di una soluzione?;
5)è fondata la tesi di Linguaglossa che parla esplicitamente di “modello maggioritario” che si è imposto dopo la “sconfitta” di Fortini e di Ripellino, con conseguente instradamento della poesia italiana nell’alveo del “riformismo moderato” della riforma sereniana?;
6) è fondata la tesi di Linguaglossa secondo il quale che il più grande poeta degli anni Cinquanta è un certo Ennio Flaiano (il quale si opponeva allo sperimentalismo e al linguaggio poetico postquasimodiano)?;
7) è fondata la tesi di Linguaglossa il quale cita un giudizio del tardo Giovanni Raboni, il quale mette in rilievo che forse la riforma sereniana, a fronte della ipotesi di riforma indicata da Franco Fortini, era una piccola riforma e che la poesia italiana che seguirà la strada aperta da Sereni si avvierà verso una poesia più facile e leggibile (e quindi più conformista)?;
mi sembra che nel libro Linguaglossa abbia messo molta carne al fuoco… l’autore dice che sono state combattute delle battaglie, ci sono stati degli sconfitti e dei vincitori, Chi sono gli sconfitti? Chi sono i vincitori? vogliamo dirlo?
9)e poi, la domanda più pressante al quale il libro tenta di dare una risposta, che ne è rimasto del minimalismo romano-milanese?
10) c’è per la poesia italiana contemporanea un futuro? C’è concretamente la possibilità che qualcuno dei balbettanti autori di oggi buchi la cortina fumogena di un conformismo acritico e tetragono quale si è instaurato in Italia (anche grazie ai silenzi dei critici)?
grazie, attendo una risposta.
Laura Canciani
suggerirei:
punto 9)i concorsi di poesia.
E dunque interrogarsi su quanto e come queste iniziative così capillarmente diffuse contribuiscano
a divulgare la parola poetica.
donatella nardin
ecco una ipotesi di lavoro per i primi Stati Generali della Poesia:
1)Le “ patologie” della poesia italiana.
2)Poeti italiani/Poeti europei di lingua italiana. Le voci degli autori, i generi, le poetiche, le tradizioni.
3)La poesia e i media; la poesia nei media.
4)Lo stato della critica: storia/storiografia della poesia.
5)L'insegnamento della poesia nelle scuole e nelle università.
6)La poesia nell'insieme della cultura.
7)L'editoria di poesia: le collane, i numeri, la diffusione ecc.
8)Il ruolo delle riviste letterarie.
A partire da questa eventuale piattaforma, i lavori si articoleranno in alcuni interventi di base, letture, seminari, tavole rotonde, dibattiti ecc., in breve in libertà e civiltà.
Dai lavori stessi dovrebbero scaturire non solo una visione organica pur nella differenza delle posizioni, ma anche possibili suggerimenti o proposte di legge da inoltrare agli organi competenti.
Un saluto cordiale, Daniela Marcheschi
vincenzo mascolo
Per quanto mi riguarda penso ad una iniziativa molto concreta per incontrarsi, conoscersi e discutere civilmente,tutti o quasi: lancio dunque l'idea dei primi Stati Generali della Poesia italiana, da tenersi nel 2012. Una manifestazione di due-tre giorni al massimo, che coinvolga autori, critici, editori, direttori o redattori di collane e di riviste, responsabili dei blog, di trasmissioni radiofoniche ecc., insomma tutti coloro che operano a vario titolo nel mondo della poesia. In Italia e all'estero, perché no?, così il confronto sarà ancora più fertile. Servirà per far luce su punti critici, mancanze, nodi irrisolti, necessità, iniziative da condividere e proposte da indirizzare eventualmente anche alle istituzioni. Troviamoci allora intorno a un tavolo, subito in settembre, per creare una prima piattaforma tematica (che non dovrà certo essere un dogma); poi la rilanciamo sul web, confidando magari proprio nell'attuale spazio messo a disposizione da LietoColle...., in modo da perfezionare tale piattaforma sulla base delle esigenze e delle osservazioni del grande numero di amici che si sono dati la pena di seguire questo primo dibattito, nato grazie a Di Stefano. Infine via: COSTRUIRE, COSTRUIRE E GUARDARE IN ALTO! Un caro saluto, Daniela Marcheschi
"Si fatica a trovarla sugli scaffali delle librerie e non compare nelle classifiche di vendita, ma la poesia oggi è più che mai viva e necessaria: quasi ogni giorno riempie di significato, e spesso anche di un numero inaspettato di persone, luoghi e non luoghi di quest’Italia in crisi (di identità prima che economica), nonché le piazze virtuali di Internet. Poesia Oggi, che parte al momento come gruppo su Facebook, è un progetto nato da un’idea di Pietro Berra (comasco) e da una collaborazione con Stefano Donno (salentino), Gianpaolo Mastropasqua (barese) e Francesco Osti (di Morbegno) ispirati da due maestri del recente passato: il fabbricante di sogni salentino Antonio Verri, che negli anni Ottanta diede vita al "Quotidiano dei Poeti", riuscendo a stampare e diffondere in Italia un giornale che fosse solo di poesia e che sapesse parlare la lingua dei poeti, e il giornalista scrittore toscano Tiziano Terzani, secondo il quale nel mondo odierno «sono i poeti i veri rivoluzionari, perché solo loro dicono la verità». L’obiettivo è far nascere un network poetico, che parli e aggiorni su ciò che in Italia la Poesia crea e regala. Ciascun membro del gruppo potrà condividere news, recensioni, segnalazioni e… poesie (non le proprie, ma quelle di autori che si sono letti e si stimano: giusto per evitare l'autoreferenzialità dilagante che tanto male ha fatto negli ultimi anni alla poesia)! Chi disponesse di spazi web, e volesse partecipare al progetto mettendoli a disposizione per pubblicare (discrezionalmente) contributi poetici, segnalazioni e recensioni, potrà farlo postando in bacheca l’indirizzo del sito o blog e indicando la mail a cui inviare il materiale".
un caro saluto.
vincenzo mascolo
Di scritti che abbiamo pubblicati sui vari quotidiani , nella polemica recente sulla poesia , diremo per cortesia che siano stati di qualche utilità.I problemi restano e la poesia non sa quello che fa. E' come chi muoia di sete , mentre annega in una fontana. Basta aprire gli occhi per averli pieni di genti e di oggetti che ci piovono dentro, mentre l'umanità intera si ammassa in un'unica metropoli irresistibilmente centripeta. A dire il vero non posso ammettere di non sapere che cosa fare perchè l'unico canone, coatto è quello che si impone da quanto detto. Sono lieto di condividere con te , la mia riflessione poetica, aderendovi anche con la mia personale ricerca e la collana Argani, dell'editore Mursia che dirigo.
Un caro saluto dunque, Guido Oldani
Amedeo Anelli
il tuo ultimo intervento mi trova totalmente d'accordo. Avevo parlato, nel mio precedente messaggio, di inutile "sproloquio", ma era evidentemente una provocazione. Sono, invece, convinto, come te, che vi sia necessità di una riforma della cultura italiana. Penso, però, che dovremmo cercare, tutti insieme, di dare maggiore concretezza a questo proposito. In che modo? Penserò, nel mio piccolo, a cosa sia possibile fare. Ma ogni proposta è benvenuta. L'obiettivo è di portare all'esterno il dibattito per non correre il rischio di un'autoconsunzione della spinta rinnovatrice.
un saluto a tutti.
vincenzo mascolo
Troppo spesso ci si contrappone e basta, ognuno chiuso nel proprio mondo o gruppo rassicurante, e il dibattito sulla poesia non risulta più nutrito da una vera discussione in cui si cerchi di argomentare e negoziare i valori. Possibile, ad esempio, che le generazioni nostre accettino in modo passivo le indicazioni di valore date da quelle precedenti, come se fossero la “Storia” tout court e non un’interpretazione storiografica? O che, se qualcuno dissente, subito si alzino barriere preconcette e si aggredisca o si irrida chi osa essere in disaccordo, invece di ascoltare e impostare un confronto?
A volte si aprono i libri, le antologie, e sembra di assistere a un rituale di cui sono già note tutte le sequenze...
Con l’autoritarismo cultura e poesia, una cultura e una poesia nuova, non si possono fare; e soprattutto non si può rinnovare la vita civile di questo paese, in cui anche le capitali sono diventate province e in cui agire come un politicante (il politico è ben altro) o un arrampicatore - potere, soldi, televisione - parrebbe talvolta l’unica strada per riuscire in letteratura. Si tratta di un errore culturale e “politico”, che prima o poi si paga.
Quanto vale per i poeti vale talora per i critici: hanno paura di esercitare il proprio nobile e scomodo mestiere di servizio alla poesia, così o lo piegano alla pubblicità o ne minimizzano la portata, se non ne ottengono vantaggi e privilegi. Mi chiedo cosa direbbe oggi un Leopardi; cosa direbbe oggi un Collodi, che si batté come un leone a favore della musica rossiniana o dei Macchiaioli che nessuno prendeva in considerazione. Se non torneremo a credere nella poesia in sé, come momento vivo e intersoggettivo dell’esperienza artistica e culturale, non saremo credibili agli occhi delle persone serie, e ancora ce ne sono molte. Ciò significa scrivere studiando e ristudiando con umiltà, cercare dei critici onesti e capaci con i quali discutere, rispettare i lettori. Lavorare sodo avendo come scopo la poesia: più poesia autentica, meno volgare il mondo. Se poi la poesia cambierà, anche nell'editoria e nei media - giornali, radio, TV ecc. -, vi saranno per forza dei cambiamenti, perché non sarà più “economico” ignorarla, anche se i suoi numeri sono meno cospicui.
Torniamo perciò a incontrarci e a discutere pacatamente, curiosi del pensiero degli altri e attenti alla poesia, laddove c’è un centro culturale, uno spazio che lo permetta. Inventiamocelo se non ci fosse. È necessario scambiarsi le idee senza pregiudizio, tornare a negoziare i valori della poesia, ad individuarsi come generazione.
C'è bisogno di una riforma della cultura italiana, che deve spettare ai suoi protagonisti e non alle leggi presunte del mercato, altrimenti si pagheranno dei prezzi molto alti, non illudiamoci. È indispensabile lavorare dunque tutti insieme per riformare modi ormai invecchiati di considerare la poesia, che ne impediscono fertili sviluppi. Pratichiamo l'ingenuità di credere nell’utopia della poesia, dell’arte!
Grazie e un saluto cordiale a tutti, Daniela Marcheschi
- con una concezione ancora lineare delle «magnifiche sorti progressive» o del loro contrario, esemplificate su un modello di critica ancora di ascendenza ottocentesca, con un tempo lineare, nonostante gli enormi progressi delle scienze dell’uomo e della natura;
- senza concrete analisi degli atti dell’enunciazione e dei gradi dei saperi;
- senza una comprensione profonda e motivata del testo, tale da dire: «Ecco dove vuole parare e ciò che indica»; oppure: «E’ una vera fesseria, ho capito e vi spiego perché»;
- con le proprie sole ideologie ed idiosincrasie,
Non si uscirà da una “critica” di gusto e da analoghi della formula crociana “Qui c’è poesia, qui non c’è poesia”, con tutte le succedanee mis-interpretazioni di finta matrice francofortese e relative derive rizomatiche.
Il cuore della critica è l’argomentazione e la documentazione, non “l’ideografia” o le parole in libertà, ossia una scrittura di cattiva neoretorica priva di riscontri e verifiche testuali.
Si rischia altrimenti solo la chiacchiera e un’acritica accettazione dell’esistente in quanto esistente, si rischia di scambiare l’epigonalità diffusa di un gruppo (di non sempre valenti poeti lirici: ad esempio, per la maggiore, Dopo la lirica, Einaudi 2005) per l’impossibilità storica di un certo cursus della lirica, si rischia di credere inoltre nell’esistenza della linea lombarda, o del pensiero poetante o del minimalismo (in pittura sappiamo cos’è, nel romanzo anche, ma in poesia è spesso solo una falsificazione: ciò che è ritenuto minimale o è semplicemente epigonale oppure non è minimale per niente, per lo spessore culturale che sta sotto un linguaggio a dominante osservativa) ed altre innumerevoli deboli teorizzazioni od etichette puramente commerciali.
vincenzo mascolo
ECCO CHE COSA M'ASPETTO DALLA POESIA E COSA, SE LA DEA VUOLE, LA POESIA, QUELLA VERA MI DONA: MERVIGLIA, NUTRIMENTO, CONSOLAZIONE, TRASALIMENTO, SHOCK COGNITIVO. MI COMMUOVO, RIDO, MI RICONOSCO, SCOPRO... DISCUTO. IN POCHE PAROLE STABILISCO UNA RELAZIONE, SONO GRATA. SO ANCHE CHE TUTTO QUESTO NON RENDE CONTO DELLA SUA SPECIFICITA' OVVERO NON RISPONDE A DOMANDE QUALI:
CHE COSA DISTINGUE LA POESIA DAL TEATRO, DALLA MUSICA...?
COME LA POESIA RIESCE AD OTTENERE SIMILI PRODIGI?
(E QUI I CRITICI AVREBBERO DA LAVORARE...)
TUTTAVIA MI E' CHIARO CHE L'UNICO METODO PER DISTINGUERE LA POESIA DA CIO' CHE NON LO E', E' IL RICONOSCIMENTO "IMMEDIATO" DEL'AVVENUTO PRODIGIO.
SUONO E SENSO. IMMAGINI NECESSARIE SU UNA PARTITURA MUSICALE ATTRETTANTO NECESSARIA: LA POESIA E' NEMICA DEL SUPERFLUO. TUTTAVIA NON CI SONO REGOLE CHE NON SI POSSANO CAMBIARE NE' TANTOMENO ARGOMENTI PIU' O MENO POETICI (LA TAZZA SBECCATA PIU'TRENDY DEL CREPUSCOLO).
SNOBISMO, TECNICISMO,DICKTAT SONO ANTITETICI ALLA SUA NATURA. PROVO AD ACCOSTARLE TRE AGGETTIVI: LIBERA,UNIVERSALE,RAMINGA...
(CONTRIBUTO DI UNA LETTRICE INGENUA)
Che cancellano le parole con un respiro."
Donato Di Poce
qui si fa la rivoluzione, cazzo,
mica poesia
- dice il ragazzo alto e bello, con la stella rossa sul cappello
d'ordinanza, i riccioli neri che sfuggono sotto,
e neri anche gli occhi severi
con cui mi guarda.
e non è lo stesso? - chiedo io
fingendo di ignorare la morte di Majakowskij
e la sua fonetica assordante
la sua piena voce affogata e dispersa
nei discorsi di circostanza.
no, non è lo stesso, franca - spiega paziente
il ragazzo.
- ci sono obiettivi primari e obiettivi secondari, prima
la rivoluzione del proletariato
poi ci sarà l'educazione per tutti, l'equa suddivisione dei guadagni e dei mezzi di produzione, dopo la parità fra uomo e donna e dopo ancora chissà, magari la poesia.
- magari, dico io, secondaria quant'altri mai
: donna e poeta.
ripiego il mio fascicoletto di versi
che volevo ciclostilare e distribuire all'ennesima manifestazione proletaria di studenti dei licei romani
in lotta per il /comunismo/
(absit iniuria verbis)
dei poeti, non frega niente a nessuno. né ai borghesi che sognano il proletariato
né ai proletari che sognano la borghesia
tanto meno agli attuali senza classe
veruna.
bisogna contemperare l'irrilevanza
condivisa, il cieco ottundimento
della setta
la poesia, frattanto, s'infila dove può
Riguardo ai commenti da me fatti (ad Anelli, Berardinelli, Febbraro, Marcheschi), di fronte alla crisi della poesia, del lettore, della critica e della cultura stessa, è in sintesi auspicabile che dalla discussione nascano delle iniziative concrete: una maggiore interazione tra i critici e tra critici e poeti; dare valore alla poesia e non per promuovere o bocciare questo o quell’autore, ma per rendere un servizio all’arte.
Mi auguro che il dibattito continui, non solo in sintonie, ma anche in contrapposizioni e divergenze, per gli sviluppi futuri la poesia.Margherita Rimi
Il senso del mio intervento era nel chiedere che la critica non si arroghi ruoli che non può avere, e soprattutto che non abbia un intento solo distruttivo bensì costruttivo, che non guardi con sufficienza e dileggio a fenomeni che non può (e non ha ancora gli strumenti per) controllare dal punto di vista teorico. Per arrivare a questo vanno eliminati gli interessi, gli egoismi e le miopie di cui anche altri, in questa sede, parlano con incisività maggiore della mia.
Grazie, un saluto amichevole.
Il vero problema posto da Giorgio Linguaglossa credo sia questo: la mancata «riforma» del linguaggio poetico italiano e l’introduzione di «poetiche normative» come quella della Linea lombarda di Anceschi ed epigoni e quella del cd. mitomodernismo. È questo il vero scoglio sul quale si infrangono gli sforzi di chi tenta una terza linea, quella che Linguaglossa chiama «modernismo»: De Palchi, Flaiano, Fortini, A.M. Ripellino, Helle Busacca, Calogero, Dante Maffìa, M R Madonna, Maria Marchesi, Giuseppe Pedota, Giorgia Stecher… ed altri.
La riflessione di Linguaglossa ha il merito di mettere a fuoco, analizzare ed incidere, come un chirugo, sul tessuto del conformismo critico (e poetico) che ha avviluppato gli ultimi tre decenni di vita poetica italiana, anche per via di alcuni “silenzi” e alcune “censure” imposte dall’alto, cioè dagli uffici stampa dei due maggiori editori a diffusione nazionale (Mondadori e Einaudi). Il resto è storia dei nostri giorni. La storia di un conformismo che percorre tutto il Novecento e, in particolare, il secondo Novecento poetico e critico.
Laura Canciani
Poesia, per me che la leggo e la frequento senza praticare i luoghi, in cui si espone al pubblico con letture e performance, e…o…ah! reading e altre meraviglie, è un paese discontinuo, spesso un malato immaginario. Non ha mai avuto, se ben si guarda nei secoli, persino in quelli definiti d’oro, un’aura dorata. I poeti erano considerati visionari, quali in realtà credo fermamente essi siano, abitanti di una lontananza dalle cose che, sola, permetteva e ancora permette loro di ridere sulla irraggiungibilità, e al tempo stesso praticabilità,del fondo di quel pozzo, che ancora oggi pratichiamo, ed è la vita. Più tardi, a distanza di tempo, molto tempo, si è detto di quei poeti e dei loro poemi che erano grandiosi, perché consentivano l’apertura, a chi li leggeva, ad uno spazio in cui calare o trovare le proprie interpretazioni, addirittura la propria dimenticanza e l’immaginario fluiva dentro i luoghi di quelle poesie come all’interno di stanze abitabili, meravigliosamente fruibili nel nostro ora, qui adesso, intirizzito a causa di questioni così lontane dalla costruzione vera:la poesia. Penso che ciò che caratterizza l’uomo sia proprio la sua irraggiungibilità e che sia grazie a questa irraggiungibilità che possa esistere la costruzione che l’uomo perpetua, attraverso ogni altro, per amplificarla, non per restringerla in canoni, recinti e regole, sintomo più di paura, di desiderio di potere, persino su ciò che è per natura astratto, proprio perché è quell’es-tratto da un niente, da una mancanza, da un’assenza, che meglio indirizza, attraverso i sogni e le utopie che poi vuole vivere, la sua esistenza. Fino a che la poesia sarà fuori dai recinti continuerà a prodursi tanto quanto le spore del colera, o della peste, mai vinti, sarà un male che preme nel fondo del potere, proprio perché imprendibile, proprio perché non raggiungibile, quanto la vita stessa. Noi tutti viviamo, ma nessuno sa e può dire per esteso la vita, per questo nessuno la possiede. Penso che l’indagine poetica, che non si ferma ai canoni, sempre modificati nel tempo, sia una es-cursione continua, a volte febbrile, a volte rigorosamente fredda, altre ancora lievissima intorno all’eccentrico pro-cedere da un essere ad un altro, dando corpo alla continuità, contrapposta a tutte le altre forme di potere politico economico, ideologico, religioso che si succedono in contrapposizione,anche se poi gravitano sempre intorno ad una sola questione:far credere e credere che l’uomo,la vita abbia un centro raggiungibile e quindi governabile elidendo la libertà di composizione di cui essa si sostanzia.
http://cartesensibili.wordpress.com
Rispondo come lettrice e mi sento quasi sola, se escludo i lettori che leggono perché scrivono. Sono una che in libreria ci va quasi quattro o cinque volte la settimana e ordina libri che solitamente impiegano tempo per raggiungerla, mesi, a volte molti. Colpa di chi? Del mio amore per libri introvabili, che pur esistono, ma non sono reperibili sul mercato, che sembra non conoscerli? Come mai la rete pubblica titoli che poi non sono raggiungibili? Come mai si citano autori che poi non si trovano facilmente all'atto dell'acquisto del libro?
Strategie di mercato? Strategie di chi ha costruito la recensione del testo per farsi un mercato? Ho auspicato più volte la collaborazione attraverso la forma di cooperazione editoriale, ma esistono gli orti, le spiagge, addirittura i vasetti o gli invasi che ognuno vuole coltivare per sé, la c...ollaborazione è una frase da pronunciare perché alla moda ma non praticata, non la pratica nemmeno il parla-mento e il vaticano ormai. Scadere, è un prodotto a scadere, anche il libro, che non tiene conto, attraverso chi lo stampa e lo dovrebbe curare, che per avere lettori, non basta andare nelle scuole a portare libri che nessuno leggerà perché non è educato alla lettura, non è chiamato dalle voci che nei libri pur vivono, dai mondi, dagli universi eccentrici, dalle vertigini e ancora tanto altro, che potrebbero praticare i giovani, i molto giovani, i ragazzi. C'è una fobia di mostrasi, di giovani e adulti, non di portare una sostanza, e si finisce per costruire mostri e mostruosità, non terra buona di lettura. Curare una editoria che tenga veramente conto dei giovani lettori e apra loro molte finestre dentro i loro occhi, perché questo manca, e poi avere dei lettori con una capacità di selezione e critica che non rimetterebbe tutto nelle mani di responsabili che sacerdoti di casta non sono. f.f.Visualizza altro
22 luglio alle ore 12.40
la risposta appare qui:http://www.poesia2punto0.com/2011/07/20/signore-e-signori-l%E2%80%99editoria-%E2%80%93-lettera-aperta-agli-editori/
Ma penso che almeno questo si lasci passare: che si discuta e che si mettano a confronto le opinioni e che la critica soprattutto esca allo scoperto. Per fare ordine nei milioni di fiumi di parole scritte, per di più anche sulla rete. Sinceramente non è facile poter star dietro a tutto quello che si stampa, figuriamoci se si può correre dietro agli innumerevoli rivoli delle scritture della rete. Anche qui sarebbe necessario ordinare. Magari con filtri di comitati di lettura che decidono che cosa rendere visibile. Che poi ciascuno possa farsi il proprio blog è altro discorso. Lo faccia tranquillamente. Ma il consiglio è di inviare a qualcuno qualcosa e farsi giudicare e partecipare alla comunità di scrittura condivisa. Le case editrici sono qui a fare proprio questo, anche se sicuramente si potrà fare meglio. La rete è molto importante perché si scriva si comunichi ci si confronti. Ma io sono ancora dell’opinione che la maggior parte degli scritti debbano passare per la carta stampata dopo il vaglio di referee. E anche qui torna l'importanza degli editori. In prima battuta si dovrebbe interagire attraverso i manoscritti e se si ha la buona sorte di veder pubblicati i propri testi bisognerà poi inviarli in lettura chiedendo il parere agli addetti ai lavori. Non solo, sarebbe necessario che una volta pubblicati, i libri siano distribuiti e vengano fatti circolare. Insomma chi scrive dovrebbe fare riferimento a editori e a critici e a poeti diciamo autorevoli seri e affermati e dovrebbe cercare di avere un riscontro plurivoco da parte di diverse scuole di pensiero. Per avere quei riscontri di giudizio e di critica che volenti o nolenti servono a crescere. Il linguaggio poetico non si trova e ri-trova nella babele della rete, dove pure qualcosa di buono emerge, ma che poi è difficile scovare, ma nei libri di carta. Gli e-book sono qualcosa di diverso. Qui c’è già un filtro, e comunque per leggerli per lo più li stampiamo a casa. E allora tanto vale restare alla matericità del libro tradizionale. Poi è indubbio che sia importante anche il pubblico dei lettori, ovvero dei non strettamente addetti ai lavori. Ma gli addetti ai lavori sono troppo importanti e il loro giudizio deve essere comunque accettato. Il problema è che negli ultimi tempi i critici (quelli che criticano veramente) sembrano essere scemati. L’auspicio è che la critica ritrovi la sua identità e devo dire che in giro si comincia ad averne qualche avvisaglia. Perchè la critica è il vero sale di una democratizzazione della poesia che è ben altro dalla demotizzazione. E questo dovrebbe servire anche ad abbattere le oligarchie.
Qualcosa di nuovo - e di artistico - in poesia si è visto fare da nuove presenze di questi ultimi anni, che hanno dato una svolta al concetto di poesia. Per lo più, donne: Irene Ester Leo, Bianca Madeccia, Mariagrazia Calandrone, esperte anche nella nuova forma d’arte audio-visiva, la video-poesia.
Una forza emozionale sospinge la loro scrittura, cui si concedono senza riserve, un ardore spirituale, di quasi mistica infatuazione; in scoppiettanti terminologie un’energia di parola scalcia e scalpita saltando in correnti di direzione contraddittoria. Un fiume scorre in acqua trasparente con detriti sotterranei tenuti tuttavia celati.
I loro encomiabili approdi dovrebbero ora essere incanalati in un progetto di durata produttiva che non generi sazietà a lungo andare.
Gli uomini poeti, per contro, forse più ironici, si caratterizzano per un impianto di pensiero governato da maggiore ‘consecutio logica’, con effetti di timbrica più tranquilla, ma di minore forza coinvolgente.
Alcuni poeti hanno operato, in un passato meno recente, un intervento di rottura e di innovazione, di innesto nel corpo della Tradizione, sviluppando, per strade diverse, un concetto di scrittura e di argomentazione, che però non ha avuto altro séguito. Fra loro, diversamente proponibili, Edoardo Sanguineti (dallo sperimentalismo del 1963 fino a tempi ancora recenti): signorile, astuto, (‘accademico’), dissacrante, mondano; Giorgio Linguaglossa, serioso, elucubrativo, solitario, voce forte, procedura drammatica, il quale con “Paradiso” (2000), voleva forse riproporre, in farraginosa modernità, i fasti di un “Paradise lost”, di Milton.
Giorgio Linguaglossa è oggi l’autore di un notevole saggio, di oltre 400 pagine, “Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010)”, Edilet, 2010, che prende in considerazione lo stato della poesia in Italia dal 1945 ad oggi. Un lavoro di enorme impegno, per il quale i poeti, comunque siano rappresentati, devono essere grati.
Altri poeti sono appendici di intellettualismo che perdura nella ricerca poetica. Per esempio, la compagine che fa capo a Flavio Ermini, ‘Anterem’ - all’insegna di teorie benjaminiane - , di alta qualità progetturale e scelta di linguaggio – diciamo Gio Ferri, lo stesso Ermini, Ida Travi, Rosa Pierno e molti altri. Il tema, solitamente chiuso, si evolve per frammenti, in eterna ricerca dell’origine pre-babelica del verbo, il luogo dove la lingua, criptica, s’adombra di oscurità che nessuna luce dissolve.
GIULIANA LUCCHINI
Io penso, dal mio osservatorio defilato, che i punti su cui focalizzare la questione siano i seguenti:
1) liberarsi del rimpianto di un canone, almeno quello di anni ormai trascorsi
2) cercare eventualmente un canone nuovo, quindi mettere a punto nuovi metri di giudizio che tengano conto dei cambiamenti profondissimi nella comunicazione e nel linguaggio (e nel meccanismo della pubblicazione, e nella cultura, etc.) operati dalla diffusione di internet, dei blog, dei social network
Invece di continuare a sostenere che l'unica consacrazione risiede nella carta stampata, che sorgono in rete sedicenti poeti come funghi nel bosco; invece di arroccarsi su posizioni teoriche, di rispolverare il canone (quale, dopo le neoavanguardie, la poesia/prosa di Pavese, e tutte le sperimentazioni/contaminazioni degli ultimi trent'anni?), di considerare il web come una discarica, si dovrebbe correggere la visuale e togliere qualche paramento (laico, ecclesiastico, commerciale o semplicemente ottico) che ingombra la mente degli intellettuali attualmente accreditati nel panorama letterario. E' chiaro che la poesia richiede una sua tecnica nel comporre, una sua peculiarità che si è tramandata nei secoli, pur essendo stati operati dei profondi cambiamenti dagli stessi poeti. Tuttavia, è altrettanto chiaro che l'arte è soggetta al gusto, e che il gusto lo fanno le persone, la loro cultura, i mutamenti storico-sociali, e molte altre variabili. Infine, ma non ultimo per importanza, c'è il "sentire": potete darmi un libro di un poeta contemporaneo o passato, che è universalmente considerato eccelso, e io lettore ho la facoltà di dire che non mi trasmette niente a livello emotivo
3) ricordare che sono gli artisti - e non i critici - a delimitare il territorio dell'arte, a risolvere la dialettica fra soggetto e oggetto; critici e teorici hanno il compito di decifrare a posteriori la produzione artistica o di accompagnarla nel cammino, non ne dettano le regole
C'è poi la questione della poesia lirica vs. quella civile. Fermo restando che tutti e due i filoni esistono dalla notte dei tempi, e che hanno pari dignità nell'espressione artistica, mi chiedo e chiedo su quale argomento sociale e politico, oggi in Italia, si potrebbe verseggiare: da dove potrebbe giungere quella tensione ideologica e ideale che ha animato il Risorgimento nel XIX secolo, o il periodo immediatamente seguente il secondo conflitto mondiale, o la stagione delle lotte operaie e studentesche? Da dove si potrebbe trarre ispirazione, quali gli aneliti da tradurre in poesia? Di certo gli argomenti ci sarebbero, i nodi sociali anche; e qualche poeta c'è pure, a proporre tematiche civili: ma lo fa - necessariamente - con il linguaggio e le modalità di questo tempo spezzato (anche dal punto di vista linguistico) e non ci si può aspettare l'impostazione di Pasolini, per fare unn esempio, che risulterebbe del tutto fuori tempo e fuori luogo, oggi.
Infine: la questione della poesia femminile. Sarebbe bello che non esistesse più, questa annosa questione. Che non ci fosse una poesia femminile o maschile, ma poesia e basta. Che le poetesse degli ultimi trent'anni appaiano nelle antologie scolastiche, che non si stigmatizzino più le loro tematiche più care: amore, rapporto con il corpo e con la sessualità, ricerca delle radici familiari, e altre le dirà chi vuole ancora apporre etichette.
Grazie alla Lietocolle che offre questo spazio per il dibattito e un saluto amichevole a tutti i commentatori.
La forma della «rappresentazione» della poesia del Novecento, il suo peculiare tratto stilistico, il tragitto eccentrico, a forma di serpente che si morde la coda, è un rispecchiamento del legame «desiderante» della relazione che identifica l’oggetto da conoscere e lo definisce in oggetto posseduto. Gli atti «desideranti» (intenzionali) del soggetto esperiente definiscono l’oggetto in quanto conosciuto e, quindi, posseduto. Di fronte al suo «oggetto» questa poesia sta in relazione di «desiderio» e di «possesso», oscilla tra desiderio e possesso; è un sapere dominato dalla nostalgia e dalla rivendicazione per il mondo un tempo posseduto e riconosciuto. È perfino ovvio asserire che non soltanto il riconoscibile entra nella poesia del tardo Novecento, con il suo statuto e il suo vestito linguistico, mentre l’irriconoscibile è ancora di là da venire, resta irriconosciuto, irrisolto e, quindi, non pronunziato linguisticamente. La formalizzazione linguistica non può che procedere attraverso il «conosciuto», il «noto». Questo complesso procedere rivela l’aspetto stilistico (intimamente antinomico) del percorso che ci porta dalla lirica al discorso poetico attestato tra il desiderio e la rivendicazione di un mondo «altro», tra la vocazione e la provocazione, tra il lato riflessivo e il lato cognitivo dell’intenzione poetica. Di fatto, non si dà intenzione poetica senza una macchina desiderante dell’oggetto (con il suo statuto linguistico e stilistico). La poesia che si fa strada consolidandosi appresso alla propria ossatura linguistica allude al tragitto percorso dalla contemplazione alla rivendicazione. Ma così facendo resta pur sempre impigliata dentro l’ossatura di un certo paradigma novecentesco: non quello maggioritario, intendo, eletto a «canone» (attraverso le primarie e le secondarie delle istituzioni stilistiche egemoni), ma quello laterale, e ben più importante, che attraversa la lezione di Alfredo De Palchi, Ennio Flaiano, Franco Fortini passando per Angelo Maria Ripellino, fino a giungere ai giorni nostri. poeti del tardo Novecento come Helle Busacca, Giuseppe Pedota, Roberto Bertoldo, Dante Maffìa, Maria Rosaria Madonna, Maria Marchesi, Laura Canciani si rendono conto che è necessario rompere le righe del politically correct, che occorre deragliare da un certo impiego (ormai consunto) di un certo «quotidiano» e di un certo linguaggio «mitopoietico» divenuto ancillare e tautologico. Nella loro poesia poesia non vi sono passaggi tra i diversi gradi di esperienza che l’oggetto rivela, non v’è un continuum (linguistico o topologico), si rinviene una retorizzazione di stampo modernista (né in posizione di punta né in posizione di retroguardia), una ritmica ed intermittente lontananza dall’oggetto da formalizzare nell’impianto stilistico. L’io percipiente osserva e non reclama più l’oggetto del suo desiderio. La riproposizione della centralità dei soggetti percipienti (rappresentati nell’atto del vedere, afferrare, comprendere il mondo (gli oggetti, l’«io», gli eventi, la Storia), vorrebbe una via di uscita dalla frammentazione dell’oggetto ma anche dalla dissoluzione del soggetto: due discontinuità che si sommano, anzi, si sovrappongono. E si elidono. La continuità della percezione si converte in interferenza, intermittenza, simbiosi anche stilistica. Poesia che tenta la costruzione di un argine al problema del «vedere», anzi, della «cecità» propria del minimalismo, tutto incentrato sulla riproposizione della centralità di un «io ingenuo» e acritico che economizza nell’atto del vedere e travisa il problema in un problema di economia domestica: nell’atto del commentario agli eventi della cronaca, dove è possibile dire tutto e il contrario di tutto in poesia. Ma allora diciamolo francamente: più che di riformismo moderato qui siamo davanti a una vera e propria controriforma che ci fa rimpiangere il riformismo sereniano che qualche frutto, a suo tempo, ce l'ha dato.
Giorgio Linguaglossa
A Laura Canciani vorrei dire che non può usare un pregiudizio che ricade su lei stessa, soprattutto nella misura in cui si fa critica lei stessa usando la petitio principii e soprattutto sparando nel mucchio formale e concettuale.
La critica e la poesia hanno bisogno sì di una pars destruens, ma quello che oggi occorre sono le proposte e un confronto sereno per cercare di arrivare ad un canone condivisibile. La polemica non porta da nessuna parte, soprattutto se la polemica maschera ideologicamente l'offesa. E parlare di “babele di poesie funerarie” di donne e uomini che “scherzano con i fiumi sulla morte dei propri cari”, senza considerare che la morte è uno dei massimi problemi dell’uomo e della sua esistenza, che la filosofia e la letteratura hanno sempre considerato e fanno bene a tenere in considerazione – in poesia per stare solo a quella più recente degli ultimi due secoli mi vengono in mente Foscolo, Leopardi, Carducci, Pascoli, Caproni, Montale, etc. oltre a Milo De Angelis… - mi sembra davvero da parte della Canciani una inutile offesa al sentimento di chi vive e scrive. I problemi sono ben altri.
Laura Canciani
Poi ci sono le combriccole letterarie fatte dalle associazioni di mediocri. Poi ci sono i violinisti a distanza, gli incantatori di serpenti, poi i muezzin, poi ci sono gli esponenti segreti dell'Opus Dei e dei Partiti che contano, e infine gli esponenti dei Partiti che non contano quasi niente. Alla fine ci sono coloro i quali non appartengono a nessuna associazione e a nessun Partito. Ecco, questi ultimi sono gli uomini liberi, liberi in quanto senza alcun Potere da spendere. Bene. Soltanto di questi ultimi è bene fidarsi.
Giorgio Linguaglossa
la poesia, frattanto, si infila dove può.
(anonimo dal web)
Mi sono rotto le palle, già dalla volta scorsa, dell’ennesima ondata di articoli e saccenze sul cosa sul come sul quando sul “a cosa serve” sulla collocazione della poesia. Di solito queste cose accadono in ambiti specializzati, come congressi della federpanificatori sul lievito e la nuova rosetta, robe a uso e consumo di addetti ai lavori. Due palle così. Solo che i panificatori fanno pane, e il pane fa bene. I poeti generalmente fanno flanella, quando non possono fare l’amore o misurarsi o masturbarsi con quanto sentono dentro. Un po’ come quel dibattito allucinante cui ho assistito qualche anno fa, presente sua santità Rondoni in Bondi, uomo di panza senza sostanza, dove si dibatteva all’ultimo sangue (più o meno) circa l’esistenza di una Linea Adriatica in poesia e , Cristo santo, la maggior parte pensava più che altro a non farsi pungere dalle zanzare.
Sull’argomento trovo esaustivo quanto dichiarato da Franco Fortini che comunque in preambolo affermava: “Rispondere è come se si volesse rispondere a "che cos’è l’uomo" o a "che cos’è il mondo". Per la stessa Maria Grazia Calandrone “ Natura insegna che il viaggio verso il mondo comincia da un taglio che riguarda il proprio ombelico. Ecco, più cordoni si tagliano che partono dal centro di sé, più la scrittura può essere di servizio in direzione del mondo. Perché la poesia è un fatto di natura.” E condivido, senza intossicarmi troppo.
E’ mai possibile che chiunque ritenga di avere raggiunto un minimo di cosidetto potere o maturità, tenti immediatamente di imprigionare la poesia in un proprio sguardo da imporre ad altri? Arrogandosi la pretesa di distinguere il grano e la zizzania, la poesia buona e quella cattiva? Perché alla fine è SEMPRE qui che si vuole andare a parare: il mio concetto di poesia è più maturo e ampio del tuo, pertanto ti aiuto io a distinguere, a farti chiarezza. A costoro dico, andate a lavorare che è meglio, per ora gli immigrati vi hanno fregato ritmo e manualità, manca poco, vi stanno fregando anche la poesia, e prossimamente quel po’ di potere e capacità di giudizio che pensate di avere, e che utilizzate in modo inutile e scorretto! Abbiate l’umiltà di rassegnarvi al fatto che nulla al mondo è più soggettivo della poesia stessa, qualsiasi possa esserne il linguaggio! Se per Michel Houellebecq Prèvert era un coglione, per mia figlia quindicenne oggi è il massimo. Sono d’accordo con Houellebecq, ma non toglierei mai di mano a mia figlia il libro che legge, come farebbero invece certe suorine coi loro chierichetti quando li sorprendono con una rivista un po’ scollacciata.
L’ondata di articoli nell’ultimo periodo si spiega con le smanie tipiche della stagione estiva, colpi di sole, manovra tremonti, delitto melania risolto, quindi col non avere un cazzo da scrivere per riempire il giornale. Bene, vogliamo far uscire la poesia? Facciamolo tutto l’anno e in tempi non sospetti. Soprattutto avviciniamola con rispetto la poesia, di qualsiasi poesia si tratti.
Come scrive un intelligente anonimo “ è come se la gente , avesse sempre meno occhi e sempre più di tutto il resto, è un processo inesorabile”.
Lasciate spazio alla poesia, strepitate meno che la state coprendo, vi piacciono endecasillabo e sonetto va bene, vi piace Keats vi piace Omero? Va benissimo, vi piace Pedro Pietri? Va bene.
Vi piace la poesia che avete commentato su web senza leggerla? Va meno bene, ma finitela di rompere i coglioni alla poesia soltanto per imporre vostri cervellotici concetti personalistici basati sul nulla, come quel dibattito sulla Linea Adriatica, e che non fregano niente a nessuno. Ho un concetto di poesia, un mio giudizio su essa e mi basta il mio, cambierei idea soltanto se, crescendo, ne incontrassi uno migliore, che non è mai quello che si vorrebbe imporre.
La troppa-tanta scrittura finisce per parlare a pochi, per parlarsi addosso, per riunire in circoli le migliaia di voci che dicono e devono dire.
Tutto quello che si dice sulla poesia va bene, tanto Lei è li e non si muove di un millimetro e infine sono d'accordo con Linguaglossa "l'autore (non usiamo più, per carità, la parola poeta) " perchè il Poeta viene molto ma molto dopo la sua stessa Poesia.
Nel salutare questo forum scrivo...e chiedo venia se nella mia lingua quella di Ruvo:
La poèsèi
permètte a tutte
de scequò cu re paròle
ma nan’ permètte a nesciune
de pegghiàsse sciuche d’Ièdde.
Tutte scrivene
e se sfequìèscene cu Ièdde
ma picche sapene
ca proprie Ièdde nan’ è daccùrde.
Tutte se crèdene cissà ci
‘nanze au fugghie bianche
ma po’ s’avvèrtene d’èsse nudde
e pe d’Ièdde nudde e già assè.
*************
La poesia
permette a tutti
di giocare con le parole
ma non permette a nessuno
di prendersi gioco di Lei.
Tutti scrivono
e si sfogano con Lei
ma pochi sanno
che proprio Lei non è d’accordo.
Tutti si credono chissà chi
dinanzi al foglio bianco
ma poi s’accorgono d’esser nulla
e per Lei nulla è già tanto.
Sebbene io abbia trovato interessanti le considerazioni di Di Stefano come quelle di Cortellessa (un po' meno le paludate asserzioni di Berardinelli), le parole della Calandrone sono quelle che più corrispondono all'idea che della poesia mi sono fatta negli anni.
Un'azione politica nella forma e nei contenuti per nulla indifferente al senso della sua testimonianza nel mondo.
E' certo che ci siano alcuni che imbozzolano parole intorno a sè, indifferenti a farsi comprendere, indifferenti a condividere emozioni e sentimenti, interessati a qualche spremuta lode sull'architettura ardita delle loro parole. Persone che costruiscono "circoli di noi contro loro" (in prestigiosi ambiti intellettuali, nel web, sulla pubblicazione municipale o di parrocchia) senza onestà intellettuale. In definitiva non producono "poesia onesta" e non producono cultura.
Trascurabili in definitiva sono questi ultimi, per stimare il valore assoluto e relativo della poesia nella società contemporanea, rispetto a quelli che, sebbene di statura diversa, rompono il cerchio ristretto dell'autoreferenzialità emancipandosi dalla sindrome della torre eburnea. Quelli che sperimentando, sebbene con alterno successo, nuovi stumenti di incontro con i lettori inventano e praticano ponti tibetani, ardui quanto vitali.
Vitali per cosa?, si potrebbe chiedere. Al passaggio da una persona all'altra di una nota, di un'emozione, di un sentimento. A quello sguardo che lascia il verso nel quale si è specchiato e si è visto. In sostanza la poesia è vitale per lo straordinario valore di relazione.
Se altro si chiedeva alla poesia e ai poeti, probabilmente si faceva la domanda sbagliata alla cosa sbagliata e alle persone sbagliate.
Comunque ribadisco che non mi stupisce questo dibattito sui quotidiani proprio ora.
Delusi da tutto quello che ci dicevano ci dovesse apportare concreto beneficio, forse è alla poesia che dobbiamo chiedere che ce ne liberi. Come dei rifiuti tossici difficili da smaltire.
*Ho deciso di dedicare le mie note civili agli eroi antieroi italiani che con rigore morale ed etica umana e professionale hanno compiuto il loro lavoro con dedizione, onestà e serietà. Fino a quelle che per loro si possono dire estreme conseguenze.
Rita Pacilio
Al di là della retorica (se sia atto politico, etico, erotico, religioso, cibernetico o che altro...). E mi sembra già molto.
L'autore (non usiamo più, per carità, la parola poeta) di un libro di poesia (una volta pubblicato) sta fuori del libro. Non c'è più.
Dirò una cosa assurda: i libri di poesia, però, bisogna leggerli per poterne scrivere.
Giorgio Linguaglossa
di Maurizio Soldini
In questi giorni di calura e di sommovimenti politico-economici, chi avrebbe detto che ci sarebbe stata una querelle letteraria? Ma ci voleva proprio questo bel turbine col tentativo di riportare in asse il dis-sestato. Mi riferisco al dibattito sulla poesia introdotto dall’articolo di Paolo Di Stefano e seguito dagli interventi di Andrea Cortellessa e Daniela Marcheschi sul Corriere della Sera, a cui hanno fatto per ora seguito Maria Grazia Calandrone sul Manifesto e Guido Oldani sull’Avvenire. Di Stefano afferma che “il mondo ignora la poesia” e cerca in qualche modo quelle che potrebbero esserne le cause. Certamente il tema è complesso e come dice Guido Oldani nel suo intervento, al di là del plauso per avere affrontato i problemi della poesia, bisogna fare in modo che si sposti il dibattito sulle Riviste di settore, perché è necessario affrontare temi come quello del canone e del realismo, che per il poeta di Melegnano è un realismo terminale che non è se non il nuovo canone, per di più coatto. Sono d’accordo con Oldani ad aprire un confronto serrato e serio degli addetti ai lavori sulle Riviste specializzate, là dove lo spazio permette maggiore potenza argomentativa, ma non disdegno che questi temi, anche se sintetizzati a livello divulgativo, finiscano sui quotidiani come sta avvenendo con il dibattito in atto. Di Stefano si pone fondamentalmente il problema della solitudine della poesia e di che cosa sia cambiato rispetto al Novecento, che spieghi il suo isolamento odierno rispetto alla narrativa, quando Montale, Sereni, Raboni, Sanguineti e altri dettavano dall’interno del mondo editoriale una precisa condotta di canone poetico e nello stesso tempo di gestione delle pubblicazioni di poesia che consentivano a questo genere letterario di avere rispetto, dignità, successo e soprattutto pubblico. Oggi ci sono motivi interni e motivi esterni e contingenti a determinare la salute della poesia. Sicuramente, parlando dei problemi interni, molte patologie della poesia, che qualche tempo fa ho definito poesiosi, poesite e poesiopenia, dipendono da fattori intrinseci al fare poesia come il fatto che di poesia se ne scrive troppa e se ne legge poca, perdendo di vista riferimenti e canoni, al punto tale che per motivi giustappunto infiammatori e degenerativi il prodotto poesia è poco e povero. “Di tali patologie della letteratura, incapace di prendere le distanze critiche da una realtà strutturata del nostro Paese, si indebolisce la poesia, oramai per happy few” afferma Daniela Marcheschi. Questo non significa che oggi non abbiamo una buona schiera di poeti, come Cucchi, Conte, Mussapi, Rondoni, Maffia, lo stesso Oldani, Maria Pia Quintavalla, Gabriella Sica e tantissimi altri, tanto che concordo con Di Stefano quando afferma che “gli ottimi poeti oggi non mancano, ma hanno pochissimo seguito, a differenza dei tanti narratori mediocri”. I fattori esterni e contingenti non sono da meno a creare problemi: le politiche editoriali, soprattutto delle maggiori case editrici, che oggi privilegiano quasi esclusivamente la narrativa; i librai, - per lo più, ma ci sono le eccezioni, - che se va bene, riservano alla poesia un piccolo cantuccio; la visibilità mediatica e la creazione del personaggio-poeta, come Alda Merini, e pertanto il ruolo dei mass-media e soprattutto della televisione; i giornali quotidiani e settimanali, che secondo Di Stefano, parlano poco e niente di poesia – ma anche qui mi sentirei di fare qualche eccezione, soprattutto a favore di Avvenire che quasi ogni giorno accoglie editoriali, articoli, recensioni e polemiche che riguardano la poesia. Ma uno dei problemi più gravi che riguarda la poesia è quello della lingua, che nella narrativa sta sempre più adattandosi ad un pedale bassissimo che spesso rasenta la volgarità – anche qui per lo più, dal momento che ci sono molti casi agli antipodi – che fa sì che il pubblico preferisca la lingua delle narrazioni alla lingua della poesia. A tale proposito è necessario tenere presente che il pedale basso alletta molti poeti collocabili in quello che viene definito il minimalismo. Tant’è che il critico Giorgio Linguaglossa ha coagulato i suoi studi trentennali in un libro appena uscito a cavallo tra storia e critica dove fa il punto della poesia italiana degli ultimi sessantacinque anni dalla lirica al discorso poetico, in quanto sembrerebbe ineludibile che anche in poesia si sia entrati in una fase di narrazione, per quanto poetica. Nell’articolo di Di Stefano, Fabio Pusterla afferma che “ la poesia non conta nulla, eppure riesce a manifestarsi in autori e opere notevoli. La prosa è al centro di ogni attenzione, ma sono pochi o pochissimi i romanzi italiani capaci di rappresentare davvero qualcosa di importante per la nostra vita e per la nostra conoscenza del mondo”. La poesia ha potenzialità inusitate e questo lo sappiamo da sempre, come lo sapevano i greci di Omero, i romani di Orazio, gli italiani in divenire di Dante e così via, soltanto che negli ultimi decenni sembrerebbe che siamo stati colti dall’oblio dell’amnesia. Per la poesia sembrerebbe che sia avvenuto quel che è avvenuto per l’Essere secondo Heidegger. Non sono venuti meno l’Essere e la poesia, che ci sono e sempre lì stanno, ma è subentrato l’oblio, il nostro oblio. E questo è stato possibile perché dalla modernità in poi, fin ad arrivare alla recente post-modernità è venuto meno e annichilendosi il concetto di oggettivo – e pertanto di una poesia oggettiva e condivisa – e si è ipertrofizzato l’io al punto che la soggettività è degenerata nel solipsismo, anche della poesia, dove sembrerebbe che non solo il canone non c’è, ma non sia necessario, in quanto ogni poeta avrebbe il suo canone. Andrea Cortellessa è molto acuto nella sua analisi e sostiene che una volta “le voci dei poeti facevano ancora parte d'una koinè, si riferivano a codici condivisi; in seguito hanno assomigliato sempre più a monadi non comunicanti … Né la tabula rasa delle poetiche … ha giovato alla messa in comune del pensiero della poesia”. Sempre Cortellessa afferma perentoriamente, e sono in pieno accordo con lui, che “più in generale dovremmo far sì che la separatezza sociale della poesia, il suo scisma dai dogmi del profitto, la sua nevrotica cura del linguaggio, da privilegi - e maledizioni - individuali, divengano strumenti di conoscenza per l'intera comunità. Come altre ricchezze che si è deciso di non lasciare alle industrie del cinismo anche la poesia, insomma, deve divenire un bene comune”. La comunanza di intenti è anche con Maria Grazia Calandrone, quando afferma la necessità di una con-vivenza di persone parlanti in una dimensione fisico-biologica e metafisica nella quale “il fondamento del fare poesia è una compassione etimologica e primaria, ovvero la identificazione con il bene e il male dell’altro”. Perché fondamentalmente la poesia si manifesta attraverso la parola e la parola non sono i poeti a farla, ma è essa stessa che passa attraverso di loro e fuoriesce per rientrare nell’oggettività, per appartenere ad una comunità di persone che vivono insieme e condividono le gioie e i dolori della vita. Tutti noi pertanto dobbiamo interrogarci anche su quanto ci sia di soggettivo e di oggettivo nella poesia, quanto significhi comunanza di valori fisici e metafisici, ma soprattutto quanto ci sia nella poesia di ontico e di ontologico, ai fini di una poesia personalista che ricerchi nella realtà il bene comune.
L'essere pensante e verbalizzante dovrebbe dimenticare la tipologia della comunicazione scritta in virtù dell'espressione stessa. Narrativa e Poesia dovrebbero sempre percorrere la via della maturazione e della proiezione.
Ci si dimentica che il percorso letterario di un "aspirante" autore passa sempre attraverso delle finestre d'interesse. La moda tocca quindi anche la scrittura figliando generi semplicemente al consumo.
Poesia è leggere le parole, rileggerle, scoprire sempre nuovi segni, aprire ogni suono a una nuova emozione, fotografare il tempo e il suo divenire, fluttuando caparbio, eroico testimone della propria trasparenza.
Io amo la poesia, amo scrivere ma amo ancora di più parlarne con la gente comune.
Ecco, rendere la poesia messaggero del tempo, forse questo potrebbe essere il destino più elevato del nostro futuro.
Per quanto riguarda "le testate giornalistiche" sarebbe anche interessante avere dei dati di frequenza delle apparizioni poetiche a seconda delle regioni e delle allocazioni societarie...
Mi associo alle proposte di Donato e aggiungerei anche di tornare a 1 anno fa quando spedire un pacco (con dentro dei libri) costava meno della metà...