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PRESS: POESIA

 

 

 Sono diversi i quotidiani in cui, in questi giorni, si parla di poesia. E non mancano gli interventi – a favore o in contestazione di alcune affermazioni – da parte dei poeti.

In questa sezione desideriamo ricostruire “la storia” e permettere anche ai nostri amici di intervenire, commentare e confrontarsi sul ruolo del poeta.

Commenti

Inviato da Laura Canciani il 05 ottobre 2011 12:22
… Alfonso Berardinelli afferma di nutrire stima soltanto verso 10 poeti del Novecento ma omette di farne i nomi per non crearsi antipatie e inimicizie tra coloro che non sono segnalati… a sua volta Andrea Cortellessa afferma perentoriamene che la poesia oggi è qualitativametne superiore alla narrativa (ma anche lui omette di indicare chi siano i beneficiari della sua stima in poesia)…
di questo passo si rischia di andare avanti all’infinito a parlare, tra censure e autocensure, di un bel nulla…
io invece ritengo che la poesia la si trovi nei libri di poesia e questi ultimi vengano scritti da persone in carne ed ossa…
A scanso di battute e di facili effetti giornalistici, mi piacerebbe conoscere l’opinione di Cortellessa e di Berardinelli sul libro di Giorgio Linguaglossa «Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010), recentemente uscito per EdiLet di Roma.
Sarei curiosa di conoscere la loro opinione sulle questioni sollevate da Linguaglossa che qui riassumo:

1)sul concetto di “Bellezza” che negli anni Ottanta e Novanta ne hanno dato i mitomodernisti;
2) il loro pensiero su concetti quali: “l’esistenzialismo milanese”, il “minimalismo” il “modernismo”; le categorie storico-temporali: “gli anni Settanta”, “gli anni Ottanta”, “gli anni Novanta”, “verso gli anni Dieci”, etc.;
3)è fondata la tesi dei nodi irrisolti della poesia italiana del secondo Novecento, affrontati nel capitolo “gli anni Sessanta”?
4) è fondata la tesi del nodo fondamentale che né Pasolini, né Montale, né la neoavanguardia né nessun altro aveva affrontato (la deriva verso la narratività)?; e che quel nodo irrisolto sarà destinato a ripresentarsi, come un bubbone, ingrossato, ad ogni generazione, in attesa di una soluzione?;
5)è fondata la tesi di Linguaglossa che parla esplicitamente di “modello maggioritario” che si è imposto dopo la “sconfitta” di Fortini e di Ripellino, con conseguente instradamento della poesia italiana nell’alveo del “riformismo moderato” della riforma sereniana?;
6) è fondata la tesi di Linguaglossa secondo il quale che il più grande poeta degli anni Cinquanta è un certo Ennio Flaiano (il quale si opponeva allo sperimentalismo e al linguaggio poetico postquasimodiano)?;
7) è fondata la tesi di Linguaglossa il quale cita un giudizio del tardo Giovanni Raboni, il quale mette in rilievo che forse la riforma sereniana, a fronte della ipotesi di riforma indicata da Franco Fortini, era una piccola riforma e che la poesia italiana che seguirà la strada aperta da Sereni si avvierà verso una poesia più facile e leggibile (e quindi più conformista)?;
mi sembra che nel libro Linguaglossa abbia messo molta carne al fuoco… l’autore dice che sono state combattute delle battaglie, ci sono stati degli sconfitti e dei vincitori, Chi sono gli sconfitti? Chi sono i vincitori? vogliamo dirlo?
9)e poi, la domanda più pressante al quale il libro tenta di dare una risposta, che ne è rimasto del minimalismo romano-milanese?
10) c’è per la poesia italiana contemporanea un futuro? C’è concretamente la possibilità che qualcuno dei balbettanti autori di oggi buchi la cortina fumogena di un conformismo acritico e tetragono quale si è instaurato in Italia (anche grazie ai silenzi dei critici)?

grazie, attendo una risposta.

Laura Canciani

Inviato da Daniela Marcheschi il 26 settembre 2011 23:31
Grazie del suggerimento, gentile Donatella Nardin. Un saluto, Daniela Marcheschi
Inviato da Donatella Nardin il 23 settembre 2011 23:15
gentile Daniela,
suggerirei:
punto 9)i concorsi di poesia.
E dunque interrogarsi su quanto e come queste iniziative così capillarmente diffuse contribuiscano
a divulgare la parola poetica.
donatella nardin

Inviato da Daniela Marcheschi il 14 settembre 2011 16:45
Cari Amici,
ecco una ipotesi di lavoro per i primi Stati Generali della Poesia:

1)Le “ patologie” della poesia italiana.
2)Poeti italiani/Poeti europei di lingua italiana. Le voci degli autori, i generi, le poetiche, le tradizioni.
3)La poesia e i media; la poesia nei media.
4)Lo stato della critica: storia/storiografia della poesia.
5)L'insegnamento della poesia nelle scuole e nelle università.
6)La poesia nell'insieme della cultura.
7)L'editoria di poesia: le collane, i numeri, la diffusione ecc.
8)Il ruolo delle riviste letterarie.

A partire da questa eventuale piattaforma, i lavori si articoleranno in alcuni interventi di base, letture, seminari, tavole rotonde, dibattiti ecc., in breve in libertà e civiltà.
Dai lavori stessi dovrebbero scaturire non solo una visione organica pur nella differenza delle posizioni, ma anche possibili suggerimenti o proposte di legge da inoltrare agli organi competenti.
Un saluto cordiale, Daniela Marcheschi
Inviato da vincenzo mascolo il 28 agosto 2011 12:13
cara Daniela,condivido la tua iniziativa. sono pronto a dare il mio piccolo contributo. un abbraccio
vincenzo mascolo
Inviato da Daniela Marcheschi il 27 agosto 2011 22:44
Cari Amici, grazie di nuovo per avermi risposto! E a Pietro Berra un altro grazie per la sua iniziativa Facebook con Donno, Mastropaqua e Osti.
Per quanto mi riguarda penso ad una iniziativa molto concreta per incontrarsi, conoscersi e discutere civilmente,tutti o quasi: lancio dunque l'idea dei primi Stati Generali della Poesia italiana, da tenersi nel 2012. Una manifestazione di due-tre giorni al massimo, che coinvolga autori, critici, editori, direttori o redattori di collane e di riviste, responsabili dei blog, di trasmissioni radiofoniche ecc., insomma tutti coloro che operano a vario titolo nel mondo della poesia. In Italia e all'estero, perché no?, così il confronto sarà ancora più fertile. Servirà per far luce su punti critici, mancanze, nodi irrisolti, necessità, iniziative da condividere e proposte da indirizzare eventualmente anche alle istituzioni. Troviamoci allora intorno a un tavolo, subito in settembre, per creare una prima piattaforma tematica (che non dovrà certo essere un dogma); poi la rilanciamo sul web, confidando magari proprio nell'attuale spazio messo a disposizione da LietoColle...., in modo da perfezionare tale piattaforma sulla base delle esigenze e delle osservazioni del grande numero di amici che si sono dati la pena di seguire questo primo dibattito, nato grazie a Di Stefano. Infine via: COSTRUIRE, COSTRUIRE E GUARDARE IN ALTO! Un caro saluto, Daniela Marcheschi
Inviato da Pietro Berra il 27 agosto 2011 16:10
Non ha torto Paolo Di Stefano quando scrive, come ha fatto sul "Corriere della sera", di poeti che si fanno le scarpe per 250 copie. Ma sapendo che esiste anche un'altra realtà - anzi, una miriade di piccole realtà che avrebbero bisogno di essere messe in rete - con tre amici (Stefano Donno, Gianapaolo Mastropasqua e Francesco Osti... forse non a caso tutti appartenenti alla cosiddetta generazione Tq) abbiamo fondato il gruppo "Poesia oggi". Il risultato? 629 iscritti in poco più di dieci giorni, quasi il triplo di quanto venderebbe un best seller di poesia secondo Di Stefano. Qualcuno ha fatto un po' fatica ad adeguarsi alla prima regola del gruppo: nella bacheca online su Facebook non si possono pubblicare proprie poesie, ma solo quelle di altri autori letti e apprezzati (soprattutto contemporanei o coetanei: vogliamo dimostrare a tutti che la poesia è viva e necessaria, o no?), ma poi hanno capito che tale regola è essenziale per uscire dall'autoreferenzialità. Il senso dell'iniziativa è spiegata nella descrizione del gruppo, che incollo di seguito. Se condividete lo spirito, cominciate a unirvi a noi su Facebook.
"Si fatica a trovarla sugli scaffali delle librerie e non compare nelle classifiche di vendita, ma la poesia oggi è più che mai viva e necessaria: quasi ogni giorno riempie di significato, e spesso anche di un numero inaspettato di persone, luoghi e non luoghi di quest’Italia in crisi (di identità prima che economica), nonché le piazze virtuali di Internet. Poesia Oggi, che parte al momento come gruppo su Facebook, è un progetto nato da un’idea di Pietro Berra (comasco) e da una collaborazione con Stefano Donno (salentino), Gianpaolo Mastropasqua (barese) e Francesco Osti (di Morbegno) ispirati da due maestri del recente passato: il fabbricante di sogni salentino Antonio Verri, che negli anni Ottanta diede vita al "Quotidiano dei Poeti", riuscendo a stampare e diffondere in Italia un giornale che fosse solo di poesia e che sapesse parlare la lingua dei poeti, e il giornalista scrittore toscano Tiziano Terzani, secondo il quale nel mondo odierno «sono i poeti i veri rivoluzionari, perché solo loro dicono la verità». L’obiettivo è far nascere un network poetico, che parli e aggiorni su ciò che in Italia la Poesia crea e regala. Ciascun membro del gruppo potrà condividere news, recensioni, segnalazioni e… poesie (non le proprie, ma quelle di autori che si sono letti e si stimano: giusto per evitare l'autoreferenzialità dilagante che tanto male ha fatto negli ultimi anni alla poesia)! Chi disponesse di spazi web, e volesse partecipare al progetto mettendoli a disposizione per pubblicare (discrezionalmente) contributi poetici, segnalazioni e recensioni, potrà farlo postando in bacheca l’indirizzo del sito o blog e indicando la mail a cui inviare il materiale".
Inviato da vincenzo mascolo il 27 agosto 2011 13:11
Caro Guido, indubbiamente hai ragione. Si parla ma i problemi restano. Dici giustamente che "la poesia non sa quello che fa": spesso ho la sensazione che nemmeno i poeti sappiano bene quello che fanno. Probabilmente occorrerebbe una maggiore consapevolezza del problema da parte di tutti, nessuno escluso. Sai bene che attribuisco grande importanza alla collana di poesia che dirigi, ma forse occorre aggregare le forze se vogliamo davvero stimolare una riflessione ampia sulla poesia e, più in generale, sulla cultura (o quello che ne rimane) in Italia. Utile, inutile, chissà. Se, però, non proviamo, non lo sapremo mai.
un caro saluto.
vincenzo mascolo
Inviato da Guido Oldani il 27 agosto 2011 09:49
Cara Daniela Marcheschi, mi leggono il tuo intervento di agosto qui su Press Poesia ; mi aggiungo volentieri.
Di scritti che abbiamo pubblicati sui vari quotidiani , nella polemica recente sulla poesia , diremo per cortesia che siano stati di qualche utilità.I problemi restano e la poesia non sa quello che fa. E' come chi muoia di sete , mentre annega in una fontana. Basta aprire gli occhi per averli pieni di genti e di oggetti che ci piovono dentro, mentre l'umanità intera si ammassa in un'unica metropoli irresistibilmente centripeta. A dire il vero non posso ammettere di non sapere che cosa fare perchè l'unico canone, coatto è quello che si impone da quanto detto. Sono lieto di condividere con te , la mia riflessione poetica, aderendovi anche con la mia personale ricerca e la collana Argani, dell'editore Mursia che dirigo.
Un caro saluto dunque, Guido Oldani
Inviato da Amedeo Anelli il 19 agosto 2011 20:57
Cara Daniela, come sai io e «Kamen’» siamo sempre disposti ad iniziative di approfondimento, di pacata e seria discussione, come facciamo da anni con la rivista stessa ed in svariati ambiti: giornalistici, editoriali, didattici, in convegni, gallerie d’arte ed altri luoghi...

Amedeo Anelli
Inviato da vincenzo mascolo il 17 agosto 2011 23:52
Cara Daniela, cari tutti,
il tuo ultimo intervento mi trova totalmente d'accordo. Avevo parlato, nel mio precedente messaggio, di inutile "sproloquio", ma era evidentemente una provocazione. Sono, invece, convinto, come te, che vi sia necessità di una riforma della cultura italiana. Penso, però, che dovremmo cercare, tutti insieme, di dare maggiore concretezza a questo proposito. In che modo? Penserò, nel mio piccolo, a cosa sia possibile fare. Ma ogni proposta è benvenuta. L'obiettivo è di portare all'esterno il dibattito per non correre il rischio di un'autoconsunzione della spinta rinnovatrice.
un saluto a tutti.
vincenzo mascolo
Inviato da Daniela Marcheschi il 16 agosto 2011 11:15
Gentili Amici che avete letto e seguito gli interventi raccolti da LietoColle nella sezione “Press Poesia”, vorrei avanzare qualche proposta per uscire dall’impasse in cui versa la poesia italiana odierna (ma non solo).
Troppo spesso ci si contrappone e basta, ognuno chiuso nel proprio mondo o gruppo rassicurante, e il dibattito sulla poesia non risulta più nutrito da una vera discussione in cui si cerchi di argomentare e negoziare i valori. Possibile, ad esempio, che le generazioni nostre accettino in modo passivo le indicazioni di valore date da quelle precedenti, come se fossero la “Storia” tout court e non un’interpretazione storiografica? O che, se qualcuno dissente, subito si alzino barriere preconcette e si aggredisca o si irrida chi osa essere in disaccordo, invece di ascoltare e impostare un confronto?
A volte si aprono i libri, le antologie, e sembra di assistere a un rituale di cui sono già note tutte le sequenze...
Con l’autoritarismo cultura e poesia, una cultura e una poesia nuova, non si possono fare; e soprattutto non si può rinnovare la vita civile di questo paese, in cui anche le capitali sono diventate province e in cui agire come un politicante (il politico è ben altro) o un arrampicatore - potere, soldi, televisione - parrebbe talvolta l’unica strada per riuscire in letteratura. Si tratta di un errore culturale e “politico”, che prima o poi si paga.
Quanto vale per i poeti vale talora per i critici: hanno paura di esercitare il proprio nobile e scomodo mestiere di servizio alla poesia, così o lo piegano alla pubblicità o ne minimizzano la portata, se non ne ottengono vantaggi e privilegi. Mi chiedo cosa direbbe oggi un Leopardi; cosa direbbe oggi un Collodi, che si batté come un leone a favore della musica rossiniana o dei Macchiaioli che nessuno prendeva in considerazione. Se non torneremo a credere nella poesia in sé, come momento vivo e intersoggettivo dell’esperienza artistica e culturale, non saremo credibili agli occhi delle persone serie, e ancora ce ne sono molte. Ciò significa scrivere studiando e ristudiando con umiltà, cercare dei critici onesti e capaci con i quali discutere, rispettare i lettori. Lavorare sodo avendo come scopo la poesia: più poesia autentica, meno volgare il mondo. Se poi la poesia cambierà, anche nell'editoria e nei media - giornali, radio, TV ecc. -, vi saranno per forza dei cambiamenti, perché non sarà più “economico” ignorarla, anche se i suoi numeri sono meno cospicui.
Torniamo perciò a incontrarci e a discutere pacatamente, curiosi del pensiero degli altri e attenti alla poesia, laddove c’è un centro culturale, uno spazio che lo permetta. Inventiamocelo se non ci fosse. È necessario scambiarsi le idee senza pregiudizio, tornare a negoziare i valori della poesia, ad individuarsi come generazione.
C'è bisogno di una riforma della cultura italiana, che deve spettare ai suoi protagonisti e non alle leggi presunte del mercato, altrimenti si pagheranno dei prezzi molto alti, non illudiamoci. È indispensabile lavorare dunque tutti insieme per riformare modi ormai invecchiati di considerare la poesia, che ne impediscono fertili sviluppi. Pratichiamo l'ingenuità di credere nell’utopia della poesia, dell’arte!
Grazie e un saluto cordiale a tutti, Daniela Marcheschi

Inviato da Rosanna Lupi il 14 agosto 2011 10:18
Cari amici poeti e critici buon ferragosto! Il dibattito che si é sviluppato attorno alla poesia e non , ricco di chiaroschuri e sottigliezze, a tratti provocatorio , ma anche costruttivo in taluni casi, mi ha intrigato e non poco in questa estate triste, per me, di cui sono 'orfana' di un pilastro-contenitore: ricco di poesia e di socialità quale il 'Camaiore'. Comunque rileggendo attentamente i vari pezzi qui riportati mi hanno colpito particolarmente alcuni passaggi di Anelli quali: ......'il cuore della critica é l'argomentazione e la documentazione, non ' l'ideografia ' o le parole in libertà , ossia una scrittura di cattiva neoretorica priva di riscontri e di verifiche testuali'......... Ma anche sulle interessanti affermazioni della Marcheschi merita soffermarsi:....'la smania di potere, di successi deteriori, ha sostituito spesso la ricerca di valori autentici e la necessità sia della critica sia della poesia'... Vorrei dilungarmi ancora, ma ciò non é possibile senza incorrere nel rischio di cadere nell'inutile retorica che inevitabilmente può accadere in certi casi. Vi abbraccio TUTTI e ringrazio dell'ospitalità. Rosanna Lupi.
Inviato da Amedeo Anelli il 12 agosto 2011 12:55
- Senza un’articolata e profonda concezione delle tradizioni in gioco e talora in lotta anche in ciascun autore;
- con una concezione ancora lineare delle «magnifiche sorti progressive» o del loro contrario, esemplificate su un modello di critica ancora di ascendenza ottocentesca, con un tempo lineare, nonostante gli enormi progressi delle scienze dell’uomo e della natura;
- senza concrete analisi degli atti dell’enunciazione e dei gradi dei saperi;
- senza una comprensione profonda e motivata del testo, tale da dire: «Ecco dove vuole parare e ciò che indica»; oppure: «E’ una vera fesseria, ho capito e vi spiego perché»;
- con le proprie sole ideologie ed idiosincrasie,

Non si uscirà da una “critica” di gusto e da analoghi della formula crociana “Qui c’è poesia, qui non c’è poesia”, con tutte le succedanee mis-interpretazioni di finta matrice francofortese e relative derive rizomatiche.
Il cuore della critica è l’argomentazione e la documentazione, non “l’ideografia” o le parole in libertà, ossia una scrittura di cattiva neoretorica priva di riscontri e verifiche testuali.
Si rischia altrimenti solo la chiacchiera e un’acritica accettazione dell’esistente in quanto esistente, si rischia di scambiare l’epigonalità diffusa di un gruppo (di non sempre valenti poeti lirici: ad esempio, per la maggiore, Dopo la lirica, Einaudi 2005) per l’impossibilità storica di un certo cursus della lirica, si rischia di credere inoltre nell’esistenza della linea lombarda, o del pensiero poetante o del minimalismo (in pittura sappiamo cos’è, nel romanzo anche, ma in poesia è spesso solo una falsificazione: ciò che è ritenuto minimale o è semplicemente epigonale oppure non è minimale per niente, per lo spessore culturale che sta sotto un linguaggio a dominante osservativa) ed altre innumerevoli deboli teorizzazioni od etichette puramente commerciali.

Inviato da vincenzo mascolo il 10 agosto 2011 00:05
personalmente, penso che siano troppe le parole intorno alla poesia. Troppa retorica, anche dell'antiretorica. La poesia non ha bisogno di tutto questo sproloquio. Chi pensa di poterne fare, la scriva. Come sempre, "l'ardua sentenza" sarà dei posteri (sempre che di una sentenza, ardua o meno ardua, vi sia davvero bisogno). un saluto a tutti.
vincenzo mascolo
Inviato da LEONORA LUSIN il 08 agosto 2011 13:33
SEGUIRE QUESTA POLEMICA MI HA SFIANCATO. C'E' UN-A GRANDE ASSENTE:IL LETTORE, LA LETTRICE. LA POESIA, COSI'COME NE VIENE FUORI, SEMBRA UNA RAGAZZINA MALATA D'AUTISMO (MA E' DUBBIO CHE SIA ANCORA VIVA PERCHE' I CRITICI-DOTTORI LA TRATTANO COME UN CADAVERE).
ECCO CHE COSA M'ASPETTO DALLA POESIA E COSA, SE LA DEA VUOLE, LA POESIA, QUELLA VERA MI DONA: MERVIGLIA, NUTRIMENTO, CONSOLAZIONE, TRASALIMENTO, SHOCK COGNITIVO. MI COMMUOVO, RIDO, MI RICONOSCO, SCOPRO... DISCUTO. IN POCHE PAROLE STABILISCO UNA RELAZIONE, SONO GRATA. SO ANCHE CHE TUTTO QUESTO NON RENDE CONTO DELLA SUA SPECIFICITA' OVVERO NON RISPONDE A DOMANDE QUALI:
CHE COSA DISTINGUE LA POESIA DAL TEATRO, DALLA MUSICA...?
COME LA POESIA RIESCE AD OTTENERE SIMILI PRODIGI?
(E QUI I CRITICI AVREBBERO DA LAVORARE...)
TUTTAVIA MI E' CHIARO CHE L'UNICO METODO PER DISTINGUERE LA POESIA DA CIO' CHE NON LO E', E' IL RICONOSCIMENTO "IMMEDIATO" DEL'AVVENUTO PRODIGIO.
SUONO E SENSO. IMMAGINI NECESSARIE SU UNA PARTITURA MUSICALE ATTRETTANTO NECESSARIA: LA POESIA E' NEMICA DEL SUPERFLUO. TUTTAVIA NON CI SONO REGOLE CHE NON SI POSSANO CAMBIARE NE' TANTOMENO ARGOMENTI PIU' O MENO POETICI (LA TAZZA SBECCATA PIU'TRENDY DEL CREPUSCOLO).
SNOBISMO, TECNICISMO,DICKTAT SONO ANTITETICI ALLA SUA NATURA. PROVO AD ACCOSTARLE TRE AGGETTIVI: LIBERA,UNIVERSALE,RAMINGA...
(CONTRIBUTO DI UNA LETTRICE INGENUA)
Inviato da Donato Di Poce il 04 agosto 2011 14:21
"I Poeti sono colpi di vento
Che cancellano le parole con un respiro."
Donato Di Poce
Inviato da Franca Figliolini il 03 agosto 2011 08:04
poetica post-comunista :)

qui si fa la rivoluzione, cazzo,
mica poesia
- dice il ragazzo alto e bello, con la stella rossa sul cappello
d'ordinanza, i riccioli neri che sfuggono sotto,
e neri anche gli occhi severi
con cui mi guarda.
e non è lo stesso? - chiedo io
fingendo di ignorare la morte di Majakowskij
e la sua fonetica assordante
la sua piena voce affogata e dispersa
nei discorsi di circostanza.
no, non è lo stesso, franca - spiega paziente
il ragazzo.
- ci sono obiettivi primari e obiettivi secondari, prima
la rivoluzione del proletariato
poi ci sarà l'educazione per tutti, l'equa suddivisione dei guadagni e dei mezzi di produzione, dopo la parità fra uomo e donna e dopo ancora chissà, magari la poesia.
- magari, dico io, secondaria quant'altri mai
: donna e poeta.
ripiego il mio fascicoletto di versi
che volevo ciclostilare e distribuire all'ennesima manifestazione proletaria di studenti dei licei romani
in lotta per il /comunismo/
(absit iniuria verbis)

dei poeti, non frega niente a nessuno. né ai borghesi che sognano il proletariato
né ai proletari che sognano la borghesia
tanto meno agli attuali senza classe
veruna.
bisogna contemperare l'irrilevanza
condivisa, il cieco ottundimento
della setta

la poesia, frattanto, s'infila dove può




Inviato da Margherita Rimi il 02 agosto 2011 21:52
Il dibattito aperto da Paolo Di Stefano sulle pagine del ‘Corriere della Sera’ indica quanto sia ancora importate parlare di poesia, e della situazione attuale della cultura per le questioni sollevate dai critici intervenuti.
Riguardo ai commenti da me fatti (ad Anelli, Berardinelli, Febbraro, Marcheschi), di fronte alla crisi della poesia, del lettore, della critica e della cultura stessa, è in sintesi auspicabile che dalla discussione nascano delle iniziative concrete: una maggiore interazione tra i critici e tra critici e poeti; dare valore alla poesia e non per promuovere o bocciare questo o quell’autore, ma per rendere un servizio all’arte.
Mi auguro che il dibattito continui, non solo in sintonie, ma anche in contrapposizioni e divergenze, per gli sviluppi futuri la poesia.Margherita Rimi
Inviato da fernanda ferraresso il 30 luglio 2011 15:15
Quanti lumini accesi,vedo, e non vedo nulla chiaro, non solo più chiaro di prima.Tutto resta nell'immobile clandestinità da cui, per viaggi e sogni cerco di eludere l'ignoranza che mi è propria, su tutto, ma proprio tutto tutto, e scrivo, scrivo per fare largo, per tracciare vie che sono poi ROTTE Niente mi è chiaro se non la volontà che lo sia, niente è divino se non per per desiderio che lo sia, niente è umano se non perché l'animale che lo ha allestito si è denominato uomo. E siamo la specie più fallace e incantatrice che esista,ma funziona solo tra noi,gli altri animali, dotati d'istinto, recano meno danno al sistema, non soffrono di depressione,riescono a scambiarsi le conoscenze necessarie per vivere.Noi:cataloghiamo, alloghiamo, distinguiamo,recintiamo,..., e finiamo per essere soli, senza nemmeno un più un lumino da accendere per gli altri.
Inviato da Fiorella D\'Errico il 29 luglio 2011 13:48
@Maurizio Soldini. In breve, vorrei puntualizzare che in poesia non parteggio né per anarchia né per relativismo: ho anche specificato che la poesia ha delle regole, e una sua specificità che la rende diversa da altre forme di comunicazione e da altri prodotti artistici.
Il senso del mio intervento era nel chiedere che la critica non si arroghi ruoli che non può avere, e soprattutto che non abbia un intento solo distruttivo bensì costruttivo, che non guardi con sufficienza e dileggio a fenomeni che non può (e non ha ancora gli strumenti per) controllare dal punto di vista teorico. Per arrivare a questo vanno eliminati gli interessi, gli egoismi e le miopie di cui anche altri, in questa sede, parlano con incisività maggiore della mia.
Grazie, un saluto amichevole.
Inviato da laura canciani il 29 luglio 2011 13:35
…mi sembra che il perno centrale attorno al quale ruota tutta la riflessione su 65 anni di storia della poesia italiana sia indicato nel titolo del primo capitolo del libro di GiorgioLinguaglossa "Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) Roma, Edilet, 2011: «”La «rivoluzione inconsapevole” quale paradigma implicito della poesia italiana del Novecento»; da questo punto, da questo nodo, ne discendono tutte le conseguenze negative e quelle (poche) positive (se vogliamo), e cioè: il problema della «riforma moderata» introdotta da Sereni e, in minor misura da Giovanni Giudici, l’abbassamento del pentagramma linguistico al livello di un monologismo “parlato” che mimava il «parlato» senza mai poterlo raggiungere; in secondo luogo, il problema dello «sperimentalismo professionale», vero e proprio concetto acritico adottato da “maestri” e innumerevoli epigoni.
Il vero problema posto da Giorgio Linguaglossa credo sia questo: la mancata «riforma» del linguaggio poetico italiano e l’introduzione di «poetiche normative» come quella della Linea lombarda di Anceschi ed epigoni e quella del cd. mitomodernismo. È questo il vero scoglio sul quale si infrangono gli sforzi di chi tenta una terza linea, quella che Linguaglossa chiama «modernismo»: De Palchi, Flaiano, Fortini, A.M. Ripellino, Helle Busacca, Calogero, Dante Maffìa, M R Madonna, Maria Marchesi, Giuseppe Pedota, Giorgia Stecher… ed altri.
La riflessione di Linguaglossa ha il merito di mettere a fuoco, analizzare ed incidere, come un chirugo, sul tessuto del conformismo critico (e poetico) che ha avviluppato gli ultimi tre decenni di vita poetica italiana, anche per via di alcuni “silenzi” e alcune “censure” imposte dall’alto, cioè dagli uffici stampa dei due maggiori editori a diffusione nazionale (Mondadori e Einaudi). Il resto è storia dei nostri giorni. La storia di un conformismo che percorre tutto il Novecento e, in particolare, il secondo Novecento poetico e critico.

Laura Canciani

Inviato da fernanda ferraresso il 28 luglio 2011 12:36
A proposito di “stato di salute” della poesia e quello dei poeti.

Poesia, per me che la leggo e la frequento senza praticare i luoghi, in cui si espone al pubblico con letture e performance, e…o…ah! reading e altre meraviglie, è un paese discontinuo, spesso un malato immaginario. Non ha mai avuto, se ben si guarda nei secoli, persino in quelli definiti d’oro, un’aura dorata. I poeti erano considerati visionari, quali in realtà credo fermamente essi siano, abitanti di una lontananza dalle cose che, sola, permetteva e ancora permette loro di ridere sulla irraggiungibilità, e al tempo stesso praticabilità,del fondo di quel pozzo, che ancora oggi pratichiamo, ed è la vita. Più tardi, a distanza di tempo, molto tempo, si è detto di quei poeti e dei loro poemi che erano grandiosi, perché consentivano l’apertura, a chi li leggeva, ad uno spazio in cui calare o trovare le proprie interpretazioni, addirittura la propria dimenticanza e l’immaginario fluiva dentro i luoghi di quelle poesie come all’interno di stanze abitabili, meravigliosamente fruibili nel nostro ora, qui adesso, intirizzito a causa di questioni così lontane dalla costruzione vera:la poesia. Penso che ciò che caratterizza l’uomo sia proprio la sua irraggiungibilità e che sia grazie a questa irraggiungibilità che possa esistere la costruzione che l’uomo perpetua, attraverso ogni altro, per amplificarla, non per restringerla in canoni, recinti e regole, sintomo più di paura, di desiderio di potere, persino su ciò che è per natura astratto, proprio perché è quell’es-tratto da un niente, da una mancanza, da un’assenza, che meglio indirizza, attraverso i sogni e le utopie che poi vuole vivere, la sua esistenza. Fino a che la poesia sarà fuori dai recinti continuerà a prodursi tanto quanto le spore del colera, o della peste, mai vinti, sarà un male che preme nel fondo del potere, proprio perché imprendibile, proprio perché non raggiungibile, quanto la vita stessa. Noi tutti viviamo, ma nessuno sa e può dire per esteso la vita, per questo nessuno la possiede. Penso che l’indagine poetica, che non si ferma ai canoni, sempre modificati nel tempo, sia una es-cursione continua, a volte febbrile, a volte rigorosamente fredda, altre ancora lievissima intorno all’eccentrico pro-cedere da un essere ad un altro, dando corpo alla continuità, contrapposta a tutte le altre forme di potere politico economico, ideologico, religioso che si succedono in contrapposizione,anche se poi gravitano sempre intorno ad una sola questione:far credere e credere che l’uomo,la vita abbia un centro raggiungibile e quindi governabile elidendo la libertà di composizione di cui essa si sostanzia.

http://cartesensibili.wordpress.com
Inviato da fernanda ferraresso il 28 luglio 2011 12:21
Carte Sensibili http://cartesensibili.wordpress.com

Rispondo come lettrice e mi sento quasi sola, se escludo i lettori che leggono perché scrivono. Sono una che in libreria ci va quasi quattro o cinque volte la settimana e ordina libri che solitamente impiegano tempo per raggiungerla, mesi, a volte molti. Colpa di chi? Del mio amore per libri introvabili, che pur esistono, ma non sono reperibili sul mercato, che sembra non conoscerli? Come mai la rete pubblica titoli che poi non sono raggiungibili? Come mai si citano autori che poi non si trovano facilmente all'atto dell'acquisto del libro?
Strategie di mercato? Strategie di chi ha costruito la recensione del testo per farsi un mercato? Ho auspicato più volte la collaborazione attraverso la forma di cooperazione editoriale, ma esistono gli orti, le spiagge, addirittura i vasetti o gli invasi che ognuno vuole coltivare per sé, la c...ollaborazione è una frase da pronunciare perché alla moda ma non praticata, non la pratica nemmeno il parla-mento e il vaticano ormai. Scadere, è un prodotto a scadere, anche il libro, che non tiene conto, attraverso chi lo stampa e lo dovrebbe curare, che per avere lettori, non basta andare nelle scuole a portare libri che nessuno leggerà perché non è educato alla lettura, non è chiamato dalle voci che nei libri pur vivono, dai mondi, dagli universi eccentrici, dalle vertigini e ancora tanto altro, che potrebbero praticare i giovani, i molto giovani, i ragazzi. C'è una fobia di mostrasi, di giovani e adulti, non di portare una sostanza, e si finisce per costruire mostri e mostruosità, non terra buona di lettura. Curare una editoria che tenga veramente conto dei giovani lettori e apra loro molte finestre dentro i loro occhi, perché questo manca, e poi avere dei lettori con una capacità di selezione e critica che non rimetterebbe tutto nelle mani di responsabili che sacerdoti di casta non sono. f.f.Visualizza altro
22 luglio alle ore 12.40

la risposta appare qui:http://www.poesia2punto0.com/2011/07/20/signore-e-signori-l%E2%80%99editoria-%E2%80%93-lettera-aperta-agli-editori/
Inviato da Maurizio Soldini il 28 luglio 2011 10:47
Che il tempo (futuro) giudichi la bontà della poesia non ci sono dubbi. Deve però entrare il concetto che anche nel tempo presente sia possibile un giudizio. Per giudicare ora e anche allora però occorrono riferimenti di fondo. Un fondamento urge per poter dire l’oggetto poesia. E il fondamento non può non essere anche una qualche filosofia di riferimento. Altrimenti continuerà a regnare il nulla. Insomma è necessario avere dei canoni (sottolineo canoni e non canone). Ma non si può accettare che anything goes. Ho proposto e propongo il personalismo filosofico come contestualizzazione di un operato poetico. Per rispondere a D'Errico, nonchè a Savelli ma soprattutto Lista, intervenuti su La Recherche, mi sembra di aver intuito che loro in qualche modo, anche se in misura e con tonalità diverse, parteggino per un relativismo che liberalizza e individualizza la poesia e il poeta, ma non democratizzando bensì, secondo me, anarchizzando. Ritengo infatti che si debba stare in guardia dal rischio del solipsismo e dall’incomunicabilità scodellati nell’emotivismo. Ecco perché al posto dell’individuo colloco la persona. Per la sua apertura all’altro e alle traiettorie interno-esterno e orizzontale-verticale con la richiesta di un discernimento veritativo teorico pratico e soprattutto estetico (rimando ad esempio a Pareyson).
Ma penso che almeno questo si lasci passare: che si discuta e che si mettano a confronto le opinioni e che la critica soprattutto esca allo scoperto. Per fare ordine nei milioni di fiumi di parole scritte, per di più anche sulla rete. Sinceramente non è facile poter star dietro a tutto quello che si stampa, figuriamoci se si può correre dietro agli innumerevoli rivoli delle scritture della rete. Anche qui sarebbe necessario ordinare. Magari con filtri di comitati di lettura che decidono che cosa rendere visibile. Che poi ciascuno possa farsi il proprio blog è altro discorso. Lo faccia tranquillamente. Ma il consiglio è di inviare a qualcuno qualcosa e farsi giudicare e partecipare alla comunità di scrittura condivisa. Le case editrici sono qui a fare proprio questo, anche se sicuramente si potrà fare meglio. La rete è molto importante perché si scriva si comunichi ci si confronti. Ma io sono ancora dell’opinione che la maggior parte degli scritti debbano passare per la carta stampata dopo il vaglio di referee. E anche qui torna l'importanza degli editori. In prima battuta si dovrebbe interagire attraverso i manoscritti e se si ha la buona sorte di veder pubblicati i propri testi bisognerà poi inviarli in lettura chiedendo il parere agli addetti ai lavori. Non solo, sarebbe necessario che una volta pubblicati, i libri siano distribuiti e vengano fatti circolare. Insomma chi scrive dovrebbe fare riferimento a editori e a critici e a poeti diciamo autorevoli seri e affermati e dovrebbe cercare di avere un riscontro plurivoco da parte di diverse scuole di pensiero. Per avere quei riscontri di giudizio e di critica che volenti o nolenti servono a crescere. Il linguaggio poetico non si trova e ri-trova nella babele della rete, dove pure qualcosa di buono emerge, ma che poi è difficile scovare, ma nei libri di carta. Gli e-book sono qualcosa di diverso. Qui c’è già un filtro, e comunque per leggerli per lo più li stampiamo a casa. E allora tanto vale restare alla matericità del libro tradizionale. Poi è indubbio che sia importante anche il pubblico dei lettori, ovvero dei non strettamente addetti ai lavori. Ma gli addetti ai lavori sono troppo importanti e il loro giudizio deve essere comunque accettato. Il problema è che negli ultimi tempi i critici (quelli che criticano veramente) sembrano essere scemati. L’auspicio è che la critica ritrovi la sua identità e devo dire che in giro si comincia ad averne qualche avvisaglia. Perchè la critica è il vero sale di una democratizzazione della poesia che è ben altro dalla demotizzazione. E questo dovrebbe servire anche ad abbattere le oligarchie.

Inviato da Giuliana Lucchini il 26 luglio 2011 15:44
... Forse il poeta per primo dovrebbe disporsi in proprio, con occhio distaccato, a leggersi, rileggersi, correggersi; stringere, eliminare; limare, rifinire. Decidere la sua critica. Tenendo d’occhio il possibile gradimento del lettore (se non vuole scrivere soltanto per sé) : sviluppare dialogo, oltre l’amore di sé, oltre lo standard banalizzante che lo contempla. Il lettore chiede chiarezza, vuole capire.

Qualcosa di nuovo - e di artistico - in poesia si è visto fare da nuove presenze di questi ultimi anni, che hanno dato una svolta al concetto di poesia. Per lo più, donne: Irene Ester Leo, Bianca Madeccia, Mariagrazia Calandrone, esperte anche nella nuova forma d’arte audio-visiva, la video-poesia.
Una forza emozionale sospinge la loro scrittura, cui si concedono senza riserve, un ardore spirituale, di quasi mistica infatuazione; in scoppiettanti terminologie un’energia di parola scalcia e scalpita saltando in correnti di direzione contraddittoria. Un fiume scorre in acqua trasparente con detriti sotterranei tenuti tuttavia celati.
I loro encomiabili approdi dovrebbero ora essere incanalati in un progetto di durata produttiva che non generi sazietà a lungo andare.

Gli uomini poeti, per contro, forse più ironici, si caratterizzano per un impianto di pensiero governato da maggiore ‘consecutio logica’, con effetti di timbrica più tranquilla, ma di minore forza coinvolgente.
Alcuni poeti hanno operato, in un passato meno recente, un intervento di rottura e di innovazione, di innesto nel corpo della Tradizione, sviluppando, per strade diverse, un concetto di scrittura e di argomentazione, che però non ha avuto altro séguito. Fra loro, diversamente proponibili, Edoardo Sanguineti (dallo sperimentalismo del 1963 fino a tempi ancora recenti): signorile, astuto, (‘accademico’), dissacrante, mondano; Giorgio Linguaglossa, serioso, elucubrativo, solitario, voce forte, procedura drammatica, il quale con “Paradiso” (2000), voleva forse riproporre, in farraginosa modernità, i fasti di un “Paradise lost”, di Milton.
Giorgio Linguaglossa è oggi l’autore di un notevole saggio, di oltre 400 pagine, “Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010)”, Edilet, 2010, che prende in considerazione lo stato della poesia in Italia dal 1945 ad oggi. Un lavoro di enorme impegno, per il quale i poeti, comunque siano rappresentati, devono essere grati.

Altri poeti sono appendici di intellettualismo che perdura nella ricerca poetica. Per esempio, la compagine che fa capo a Flavio Ermini, ‘Anterem’ - all’insegna di teorie benjaminiane - , di alta qualità progetturale e scelta di linguaggio – diciamo Gio Ferri, lo stesso Ermini, Ida Travi, Rosa Pierno e molti altri. Il tema, solitamente chiuso, si evolve per frammenti, in eterna ricerca dell’origine pre-babelica del verbo, il luogo dove la lingua, criptica, s’adombra di oscurità che nessuna luce dissolve.

GIULIANA LUCCHINI

Inviato da Fiorella D\'Errico il 25 luglio 2011 22:53
Sto seguendo con attenzione il dibattito che si dipana in questo Luglio 2011 attorno alla Poesia sulle testate giornalistiche, e anche qui nel web; e uso il verbo "dipanare" perché l'impressione che se ne ha è proprio quella di una matassa da sbrogliare, fra tentativi di arroccarsi nelle torri d'avorio e spinte alla demolizione di queste ultime.
Io penso, dal mio osservatorio defilato, che i punti su cui focalizzare la questione siano i seguenti:
1) liberarsi del rimpianto di un canone, almeno quello di anni ormai trascorsi
2) cercare eventualmente un canone nuovo, quindi mettere a punto nuovi metri di giudizio che tengano conto dei cambiamenti profondissimi nella comunicazione e nel linguaggio (e nel meccanismo della pubblicazione, e nella cultura, etc.) operati dalla diffusione di internet, dei blog, dei social network
Invece di continuare a sostenere che l'unica consacrazione risiede nella carta stampata, che sorgono in rete sedicenti poeti come funghi nel bosco; invece di arroccarsi su posizioni teoriche, di rispolverare il canone (quale, dopo le neoavanguardie, la poesia/prosa di Pavese, e tutte le sperimentazioni/contaminazioni degli ultimi trent'anni?), di considerare il web come una discarica, si dovrebbe correggere la visuale e togliere qualche paramento (laico, ecclesiastico, commerciale o semplicemente ottico) che ingombra la mente degli intellettuali attualmente accreditati nel panorama letterario. E' chiaro che la poesia richiede una sua tecnica nel comporre, una sua peculiarità che si è tramandata nei secoli, pur essendo stati operati dei profondi cambiamenti dagli stessi poeti. Tuttavia, è altrettanto chiaro che l'arte è soggetta al gusto, e che il gusto lo fanno le persone, la loro cultura, i mutamenti storico-sociali, e molte altre variabili. Infine, ma non ultimo per importanza, c'è il "sentire": potete darmi un libro di un poeta contemporaneo o passato, che è universalmente considerato eccelso, e io lettore ho la facoltà di dire che non mi trasmette niente a livello emotivo
3) ricordare che sono gli artisti - e non i critici - a delimitare il territorio dell'arte, a risolvere la dialettica fra soggetto e oggetto; critici e teorici hanno il compito di decifrare a posteriori la produzione artistica o di accompagnarla nel cammino, non ne dettano le regole

C'è poi la questione della poesia lirica vs. quella civile. Fermo restando che tutti e due i filoni esistono dalla notte dei tempi, e che hanno pari dignità nell'espressione artistica, mi chiedo e chiedo su quale argomento sociale e politico, oggi in Italia, si potrebbe verseggiare: da dove potrebbe giungere quella tensione ideologica e ideale che ha animato il Risorgimento nel XIX secolo, o il periodo immediatamente seguente il secondo conflitto mondiale, o la stagione delle lotte operaie e studentesche? Da dove si potrebbe trarre ispirazione, quali gli aneliti da tradurre in poesia? Di certo gli argomenti ci sarebbero, i nodi sociali anche; e qualche poeta c'è pure, a proporre tematiche civili: ma lo fa - necessariamente - con il linguaggio e le modalità di questo tempo spezzato (anche dal punto di vista linguistico) e non ci si può aspettare l'impostazione di Pasolini, per fare unn esempio, che risulterebbe del tutto fuori tempo e fuori luogo, oggi.

Infine: la questione della poesia femminile. Sarebbe bello che non esistesse più, questa annosa questione. Che non ci fosse una poesia femminile o maschile, ma poesia e basta. Che le poetesse degli ultimi trent'anni appaiano nelle antologie scolastiche, che non si stigmatizzino più le loro tematiche più care: amore, rapporto con il corpo e con la sessualità, ricerca delle radici familiari, e altre le dirà chi vuole ancora apporre etichette.

Grazie alla Lietocolle che offre questo spazio per il dibattito e un saluto amichevole a tutti i commentatori.

Inviato da giorgio linguaglossa il 25 luglio 2011 13:24
insomma, quello che rimane da fare è il tragitto più lungo e tortuoso: appunto, uscire dal riformismo moderato del tardo Novecento. (Parlare di una presunta superiorità della poesia rispetto alla prosa, o viceversa, mi sembrano pure e semplici trovate giornalistiche). Infrangere ciò che resta della riforma gradualistica del traliccio stilistico e linguistico sereniano ripristinando la linea centrale del modernismo europeo, ecco cosa occorre fare, e al più presto!. È proprio questo il problema della poesia contemporanea, ritengo: uscire fuori dalla logica della «riforma moderata» del traliccio sereniano e spostare il centro di gravità del discorso poetico dal principio aggettivale a quello sostantivale. Diciamo, in altri termini, che il compito che la poesia contemporanea ha di fronte è: l’attraversamento del deserto di ghiaccio del secolo sperimentale per approdare ad una sorta di poesia sostanzialmente pre-sperimentale (una sorta di terra di nessuno?), appartenente alla stagione manifatturiera dei «moderni» identificabile, grosso modo, con opere come il Montale di dopo “La bufera” (1951) e nell'opera poetica, ben più innovativa, di un Ennio Flaiano; in verità, con "Satura" (1971) Montale opterà per lo scetticismo alto-borghese e uno stile narrativo intellettuale alto-borghese; ma se consideriamo un grande poeta di stampo modernista come la trilogia di Angelo Maria Ripellino degli anni Settanta: da “Non un giorno ma adesso” (1960), all’ultima, “Autunnale barocco” (1978), passando per le tre raccolte intermedie apparse con Einaudi “Notizie dal diluvio” (1969), “Sinfonietta” (1972) e “Lo splendido violino verde” (1976), dovremo ammettere che la linea centrale del secondo Novecento è costituita dai poeti modernisti. Come negare che opere come “Il conte di Kevenhüller” (1985) di Giorgio Caproni, “Paesaggio con serpente” (1988) e “Composita solvantur” (1994) di Franco Fortini hanno una matrice modernistica? La migliore produzione della poesia di Alda Merini la possiamo situare a metà degli anni Cinquanta con una lunga interruzione fino alla metà degli anni Settanta: “La presenza di Orfeo” è del 1953, la seconda raccolta di versi, intitolata “Paura di Dio” con le poesie che vanno dal 1947 al 1953, esce nel 1955 alla quale fa seguito “Nozze romane”. Nel 1976 il suo capolavoro: “La Terra Santa”. Ma la poesia della Merini non importa nessuna novità stilistica di rilievo, è una poesia che vive dell'eredità del passato, della tradizione. Ragionamento più complesso dovremo fare per la poesia di una Amelia Rosselli “Variazioni belliche” (1964) fino a “La libellula” (1985). Un tirocinio ascetico la cui spia è costituita da uno stile intellettuale-personale con predilezione per gli attanti astratti (la Rosselli) e una predilezione per gli attanti concreti (la Merini), spinge questa poesia verso una spiaggia limitrofa e liminare a quella del tardo Novecento sempre più stretta dentro la forbice: sperimentalismo-orfismo. Direi che il punto di forza della linea modernistica sta appunto in quella sua estraneità alla forbice imposta dalla ideologia dominante.

La forma della «rappresentazione» della poesia del Novecento, il suo peculiare tratto stilistico, il tragitto eccentrico, a forma di serpente che si morde la coda, è un rispecchiamento del legame «desiderante» della relazione che identifica l’oggetto da conoscere e lo definisce in oggetto posseduto. Gli atti «desideranti» (intenzionali) del soggetto esperiente definiscono l’oggetto in quanto conosciuto e, quindi, posseduto. Di fronte al suo «oggetto» questa poesia sta in relazione di «desiderio» e di «possesso», oscilla tra desiderio e possesso; è un sapere dominato dalla nostalgia e dalla rivendicazione per il mondo un tempo posseduto e riconosciuto. È perfino ovvio asserire che non soltanto il riconoscibile entra nella poesia del tardo Novecento, con il suo statuto e il suo vestito linguistico, mentre l’irriconoscibile è ancora di là da venire, resta irriconosciuto, irrisolto e, quindi, non pronunziato linguisticamente. La formalizzazione linguistica non può che procedere attraverso il «conosciuto», il «noto». Questo complesso procedere rivela l’aspetto stilistico (intimamente antinomico) del percorso che ci porta dalla lirica al discorso poetico attestato tra il desiderio e la rivendicazione di un mondo «altro», tra la vocazione e la provocazione, tra il lato riflessivo e il lato cognitivo dell’intenzione poetica. Di fatto, non si dà intenzione poetica senza una macchina desiderante dell’oggetto (con il suo statuto linguistico e stilistico). La poesia che si fa strada consolidandosi appresso alla propria ossatura linguistica allude al tragitto percorso dalla contemplazione alla rivendicazione. Ma così facendo resta pur sempre impigliata dentro l’ossatura di un certo paradigma novecentesco: non quello maggioritario, intendo, eletto a «canone» (attraverso le primarie e le secondarie delle istituzioni stilistiche egemoni), ma quello laterale, e ben più importante, che attraversa la lezione di Alfredo De Palchi, Ennio Flaiano, Franco Fortini passando per Angelo Maria Ripellino, fino a giungere ai giorni nostri. poeti del tardo Novecento come Helle Busacca, Giuseppe Pedota, Roberto Bertoldo, Dante Maffìa, Maria Rosaria Madonna, Maria Marchesi, Laura Canciani si rendono conto che è necessario rompere le righe del politically correct, che occorre deragliare da un certo impiego (ormai consunto) di un certo «quotidiano» e di un certo linguaggio «mitopoietico» divenuto ancillare e tautologico. Nella loro poesia poesia non vi sono passaggi tra i diversi gradi di esperienza che l’oggetto rivela, non v’è un continuum (linguistico o topologico), si rinviene una retorizzazione di stampo modernista (né in posizione di punta né in posizione di retroguardia), una ritmica ed intermittente lontananza dall’oggetto da formalizzare nell’impianto stilistico. L’io percipiente osserva e non reclama più l’oggetto del suo desiderio. La riproposizione della centralità dei soggetti percipienti (rappresentati nell’atto del vedere, afferrare, comprendere il mondo (gli oggetti, l’«io», gli eventi, la Storia), vorrebbe una via di uscita dalla frammentazione dell’oggetto ma anche dalla dissoluzione del soggetto: due discontinuità che si sommano, anzi, si sovrappongono. E si elidono. La continuità della percezione si converte in interferenza, intermittenza, simbiosi anche stilistica. Poesia che tenta la costruzione di un argine al problema del «vedere», anzi, della «cecità» propria del minimalismo, tutto incentrato sulla riproposizione della centralità di un «io ingenuo» e acritico che economizza nell’atto del vedere e travisa il problema in un problema di economia domestica: nell’atto del commentario agli eventi della cronaca, dove è possibile dire tutto e il contrario di tutto in poesia. Ma allora diciamolo francamente: più che di riformismo moderato qui siamo davanti a una vera e propria controriforma che ci fa rimpiangere il riformismo sereniano che qualche frutto, a suo tempo, ce l'ha dato.

Giorgio Linguaglossa
Inviato da Maurizio Soldini il 25 luglio 2011 12:49
Sicuramente il libro di Giorgio Linguaglossa è un saggio di elevato spessore caratterizzato dall'acribia trentennale di chi fa il critico militante con competenza e onestà intellettuale, oltre alla passione che ben gli riconosciamo. E dalla lettura di questo saggio mi aspetto reazioni che alimentino un dibattito vero e sereno sulla poesia, iniziato su alcuni quotidiani e subito placatosi.
A Laura Canciani vorrei dire che non può usare un pregiudizio che ricade su lei stessa, soprattutto nella misura in cui si fa critica lei stessa usando la petitio principii e soprattutto sparando nel mucchio formale e concettuale.
La critica e la poesia hanno bisogno sì di una pars destruens, ma quello che oggi occorre sono le proposte e un confronto sereno per cercare di arrivare ad un canone condivisibile. La polemica non porta da nessuna parte, soprattutto se la polemica maschera ideologicamente l'offesa. E parlare di “babele di poesie funerarie” di donne e uomini che “scherzano con i fiumi sulla morte dei propri cari”, senza considerare che la morte è uno dei massimi problemi dell’uomo e della sua esistenza, che la filosofia e la letteratura hanno sempre considerato e fanno bene a tenere in considerazione – in poesia per stare solo a quella più recente degli ultimi due secoli mi vengono in mente Foscolo, Leopardi, Carducci, Pascoli, Caproni, Montale, etc. oltre a Milo De Angelis… - mi sembra davvero da parte della Canciani una inutile offesa al sentimento di chi vive e scrive. I problemi sono ben altri.
Inviato da laura canciani il 25 luglio 2011 10:37
Crisi della critica e crisi della poesia sono due fenomeni comunicanti: l’una il riflesso dell’altra. Alla simil-critica degli addetti al cantiere critico corrisponde la simil-poesia degli addetti al cantiere poetico. Il risultato è che ciascuno si fa, in casa, la propria poesia e se la sniffa come più gli piace… la poesia di codesti mandarini casalinghi è diventata un manufatto onanistico e narcisistico (non rivolta più al lettore intelligente ma a quello da imbonire e irretire). Purtroppo, con mio rammarico, devo dire che in questa ginnastica eccellono le donne (Farabbi, Anedda,e le schiere di epigonesse…), ma anche gli uomini non scherzano con i fiumi sulla morte dei propri cari (il via l’ha dato Milo De Angelis con un libro sulla morte della moglie, la poetessa Giovanna Sicari) del padre, della moglie, del marito, dei figli e delle sorelle, e poi dei nipoti… insomma, è una babele di poesie funerarie, ma è anche una iattura… e poi c'è la babele di mandarini (o precunti tali) con i loro discorsi di plastilina e di plastica, condite con belle parole e belle parabole per sembrare più intelligenti e sofisticati... per fortuna è uscito il libro di Giorgio Linguaglossa “Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010)” che fa un discorso serio su un pezzo di storia d'Italia e un po’ di chiarezza nella poesia di questi ultimi 65 anni!…

Laura Canciani

Inviato da giorgio linguaglossa il 19 luglio 2011 16:31
... bravo Fabio Almerighi, le affettazioni e la retorica sul presunto ruolo del poeta e della poesia... insomma, a me questi discorsi mi annoiano e mi indispettiscono, anche perché sono frutto di cattiva coscienza da parte di chi vorrebbe arraffare e azzannare più posti di potere e di influenza. Io dico solo una cosa: guai a lasciare molto potere a chicchessia. Chi ha potere (editoriale, giornalistico, mediatico, politico o altro: vedi gli esempi di chi dirige collane importanti, di pseudo-poeti come Calabrò, Sergio Zavoli, Franco Marcoaldi etc.) tende ad aumentarlo a discapito di chi non è capace di brigare e fregare il prossimo.
Poi ci sono le combriccole letterarie fatte dalle associazioni di mediocri. Poi ci sono i violinisti a distanza, gli incantatori di serpenti, poi i muezzin, poi ci sono gli esponenti segreti dell'Opus Dei e dei Partiti che contano, e infine gli esponenti dei Partiti che non contano quasi niente. Alla fine ci sono coloro i quali non appartengono a nessuna associazione e a nessun Partito. Ecco, questi ultimi sono gli uomini liberi, liberi in quanto senza alcun Potere da spendere. Bene. Soltanto di questi ultimi è bene fidarsi.

Giorgio Linguaglossa
Inviato da Franca Figliolini il 18 luglio 2011 18:01
lucore, nettezza, baluginio, assertivo....: queste sono solo alcune delle parole che i miei nipoti di 16 e 14 anni hanno trovato in miei scritti ed hanno detto di non conoscere. I due vanno a scuola nel caput mundi, terza media e seconda superiore, uno con ottimi voti, l'altro con voti medi. la poesia è in rotta? è la lingua ad esserlo. per il resto, il panorama è sempre lo stesso: tanti scrivono, pochissimi leggono (e spesso leggono male). e poi cordate, clientele, affiliazioni: siamo in italia, di che stupirsi? di che discutere? dei poveri poeti e della loro sorte? ma se in italia, come dice flaiano, i poeti sono tutti benedetti.
la poesia, frattanto, si infila dove può.
Inviato da Flavio Almerighi il 18 luglio 2011 17:55
è come se la gente , avesse sempre meno occhi e sempre più di tutto il resto, è un processo inesorabile
(anonimo dal web)

Mi sono rotto le palle, già dalla volta scorsa, dell’ennesima ondata di articoli e saccenze sul cosa sul come sul quando sul “a cosa serve” sulla collocazione della poesia. Di solito queste cose accadono in ambiti specializzati, come congressi della federpanificatori sul lievito e la nuova rosetta, robe a uso e consumo di addetti ai lavori. Due palle così. Solo che i panificatori fanno pane, e il pane fa bene. I poeti generalmente fanno flanella, quando non possono fare l’amore o misurarsi o masturbarsi con quanto sentono dentro. Un po’ come quel dibattito allucinante cui ho assistito qualche anno fa, presente sua santità Rondoni in Bondi, uomo di panza senza sostanza, dove si dibatteva all’ultimo sangue (più o meno) circa l’esistenza di una Linea Adriatica in poesia e , Cristo santo, la maggior parte pensava più che altro a non farsi pungere dalle zanzare.
Sull’argomento trovo esaustivo quanto dichiarato da Franco Fortini che comunque in preambolo affermava: “Rispondere è come se si volesse rispondere a "che cos’è l’uomo" o a "che cos’è il mondo". Per la stessa Maria Grazia Calandrone “ Natura insegna che il viaggio verso il mondo comincia da un taglio che riguarda il proprio ombelico. Ecco, più cordoni si tagliano che partono dal centro di sé, più la scrittura può essere di servizio in direzione del mondo. Perché la poesia è un fatto di natura.” E condivido, senza intossicarmi troppo.
E’ mai possibile che chiunque ritenga di avere raggiunto un minimo di cosidetto potere o maturità, tenti immediatamente di imprigionare la poesia in un proprio sguardo da imporre ad altri? Arrogandosi la pretesa di distinguere il grano e la zizzania, la poesia buona e quella cattiva? Perché alla fine è SEMPRE qui che si vuole andare a parare: il mio concetto di poesia è più maturo e ampio del tuo, pertanto ti aiuto io a distinguere, a farti chiarezza. A costoro dico, andate a lavorare che è meglio, per ora gli immigrati vi hanno fregato ritmo e manualità, manca poco, vi stanno fregando anche la poesia, e prossimamente quel po’ di potere e capacità di giudizio che pensate di avere, e che utilizzate in modo inutile e scorretto! Abbiate l’umiltà di rassegnarvi al fatto che nulla al mondo è più soggettivo della poesia stessa, qualsiasi possa esserne il linguaggio! Se per Michel Houellebecq Prèvert era un coglione, per mia figlia quindicenne oggi è il massimo. Sono d’accordo con Houellebecq, ma non toglierei mai di mano a mia figlia il libro che legge, come farebbero invece certe suorine coi loro chierichetti quando li sorprendono con una rivista un po’ scollacciata.
L’ondata di articoli nell’ultimo periodo si spiega con le smanie tipiche della stagione estiva, colpi di sole, manovra tremonti, delitto melania risolto, quindi col non avere un cazzo da scrivere per riempire il giornale. Bene, vogliamo far uscire la poesia? Facciamolo tutto l’anno e in tempi non sospetti. Soprattutto avviciniamola con rispetto la poesia, di qualsiasi poesia si tratti.
Come scrive un intelligente anonimo “ è come se la gente , avesse sempre meno occhi e sempre più di tutto il resto, è un processo inesorabile”.
Lasciate spazio alla poesia, strepitate meno che la state coprendo, vi piacciono endecasillabo e sonetto va bene, vi piace Keats vi piace Omero? Va benissimo, vi piace Pedro Pietri? Va bene.
Vi piace la poesia che avete commentato su web senza leggerla? Va meno bene, ma finitela di rompere i coglioni alla poesia soltanto per imporre vostri cervellotici concetti personalistici basati sul nulla, come quel dibattito sulla Linea Adriatica, e che non fregano niente a nessuno. Ho un concetto di poesia, un mio giudizio su essa e mi basta il mio, cambierei idea soltanto se, crescendo, ne incontrassi uno migliore, che non è mai quello che si vorrebbe imporre.
Inviato da Vincenzo Mastropirro il 18 luglio 2011 01:26
La poesia esiste ed esisterà sempre. Sono i poeti che non esistono ed oggi il mondo rifiuta la parola poeta perchè anacronistica rispetto a quello che è la nostra esistenza in quanto si è troppo presi da una frenesia incontrollata.
La troppa-tanta scrittura finisce per parlare a pochi, per parlarsi addosso, per riunire in circoli le migliaia di voci che dicono e devono dire.
Tutto quello che si dice sulla poesia va bene, tanto Lei è li e non si muove di un millimetro e infine sono d'accordo con Linguaglossa "l'autore (non usiamo più, per carità, la parola poeta) " perchè il Poeta viene molto ma molto dopo la sua stessa Poesia.
Nel salutare questo forum scrivo...e chiedo venia se nella mia lingua quella di Ruvo:

La poèsèi
permètte a tutte
de scequò cu re paròle
ma nan’ permètte a nesciune
de pegghiàsse sciuche d’Ièdde.

Tutte scrivene
e se sfequìèscene cu Ièdde
ma picche sapene
ca proprie Ièdde nan’ è daccùrde.

Tutte se crèdene cissà ci
‘nanze au fugghie bianche
ma po’ s’avvèrtene d’èsse nudde
e pe d’Ièdde nudde e già assè.

*************

La poesia
permette a tutti
di giocare con le parole
ma non permette a nessuno
di prendersi gioco di Lei.

Tutti scrivono
e si sfogano con Lei
ma pochi sanno
che proprio Lei non è d’accordo.

Tutti si credono chissà chi
dinanzi al foglio bianco
ma poi s’accorgono d’esser nulla
e per Lei nulla è già tanto.
Inviato da Ileana Itinera Izzillo il 17 luglio 2011 20:58
Dedicato a Pier Paolo Pasolini*

Sebbene io abbia trovato interessanti le considerazioni di Di Stefano come quelle di Cortellessa (un po' meno le paludate asserzioni di Berardinelli), le parole della Calandrone sono quelle che più corrispondono all'idea che della poesia mi sono fatta negli anni.



Un'azione politica nella forma e nei contenuti per nulla indifferente al senso della sua testimonianza nel mondo.



E' certo che ci siano alcuni che imbozzolano parole intorno a sè, indifferenti a farsi comprendere, indifferenti a condividere emozioni e sentimenti, interessati a qualche spremuta lode sull'architettura ardita delle loro parole. Persone che costruiscono "circoli di noi contro loro" (in prestigiosi ambiti intellettuali, nel web, sulla pubblicazione municipale o di parrocchia) senza onestà intellettuale. In definitiva non producono "poesia onesta" e non producono cultura.



Trascurabili in definitiva sono questi ultimi, per stimare il valore assoluto e relativo della poesia nella società contemporanea, rispetto a quelli che, sebbene di statura diversa, rompono il cerchio ristretto dell'autoreferenzialità emancipandosi dalla sindrome della torre eburnea. Quelli che sperimentando, sebbene con alterno successo, nuovi stumenti di incontro con i lettori inventano e praticano ponti tibetani, ardui quanto vitali.



Vitali per cosa?, si potrebbe chiedere. Al passaggio da una persona all'altra di una nota, di un'emozione, di un sentimento. A quello sguardo che lascia il verso nel quale si è specchiato e si è visto. In sostanza la poesia è vitale per lo straordinario valore di relazione.



Se altro si chiedeva alla poesia e ai poeti, probabilmente si faceva la domanda sbagliata alla cosa sbagliata e alle persone sbagliate.



Comunque ribadisco che non mi stupisce questo dibattito sui quotidiani proprio ora.

Delusi da tutto quello che ci dicevano ci dovesse apportare concreto beneficio, forse è alla poesia che dobbiamo chiedere che ce ne liberi. Come dei rifiuti tossici difficili da smaltire.

*Ho deciso di dedicare le mie note civili agli eroi antieroi italiani che con rigore morale ed etica umana e professionale hanno compiuto il loro lavoro con dedizione, onestà e serietà. Fino a quelle che per loro si possono dire estreme conseguenze.
Inviato da Rita Pacilio il 17 luglio 2011 13:46
La poesia come ‘ardente ordito fonetico’ sopravvive alla sofferenza fisica e psicologica nello spazio chiamato ‘io’ resistendo ai ‘però’ e ai ‘nonostante’ di tutti coloro che si sono sforzati di evadere dal male. Molto spesso produzioni poetiche sontuose e scenografiche restano in ombra perché, oltre a sfuggire ai tentativi di inquadramento, pesa su di esse il giudizio anomalo dei critici che sono molto rigorosi sull’ ‘evasione’ creativa del poeta. Eppure rimane tanto da salvare e tanto da distruggere. La poesia è un atto di fede che sa come riemergere alla illusione provocatoria dell’autore di voler vedere i propri versi sopravvivere a se stesso. Chi scrive sa come risalire ‘con la mente alla origine della propria ispirazione, ma non è possibile riferire come si è caratterizzata in quel preciso momento o in quell’esatto modo’ (Luigi Lo Cascio). Quindi, c’è un tempo non calcolato, che rimane oscuro anche a chi scrive oltre che a chi legge: un tempo che funziona come un occhio cinematografico in cui vive la successione delle cose che non possono essere tenute sotto controllo. Ci si può avvicinare alla poesia, ma nessuno può entrare nel suo tempo creativo e nessuno può visualizzarne le innumerevoli e impercettibili facce del suo essere presente nella vita. Si tratta di un movimento velocissimo di inquietudini e del bisogno di avvicinarsi disperatamente all’altro contemplando gli elementi conoscitivi dell’esistenza intera. Credo, invece, che il critico, spesso troppo al fianco della poesia e meno ‘dentro’, rinuncia agli altri da sé con un atto di riservatezza e di prepotenza ad un tempo, sottraendosi alle necessità e alle offerte del poeta, senza, però, mai nascondere la sua presenza nelle cose poetiche. Fidarsi dell’affiancamento critico, come una presa in carico rivelatrice, rimane una speranza di connotazione e una illusione di ipotesi di dialogo tra le parti. Sono i sensi contraddittori delle parole che restano a tutelare il ruolo poetico centralizzando la realtà scelta, come un’avventura di tipo emblematico. Tutti gli autori scrivono per somiglianza o per differenza tentando un elaborato anomalo e innovativo per commuoversi e per commuovere mettendosi alla prova, spesso, in modo tortuoso e complicato e interpretando se stessi. Qui faccio un appello alla lettura, non solo come momento di confronto e crescita personale, ma come creativa esperienza per dare più tempo e luogo al personaggio immaginario che vive in noi. Una lettura creativa che consiste nella comprensione del rapporto dentro/fuori o urlo/silenzio o ancora distanza/vicinanza. Un passo, dunque, da percorrere prima della poiesis intesa come atto del produrre. Credo che l’autore, come il lettore dell’età post moderna debba imparare a guardare alle cose dal di fuori prima di imbattersi nelle forme poetiche strutturate per semplificare i percorsi interpretativi migliorandone, così, il modo di stare nel mondo.
Rita Pacilio
Inviato da giorgio linguaglossa il 16 luglio 2011 11:17
la poesia è quella cosa che sta scritta dentro la pagina di un libro di poesia. E nient'altro.
Al di là della retorica (se sia atto politico, etico, erotico, religioso, cibernetico o che altro...). E mi sembra già molto.
L'autore (non usiamo più, per carità, la parola poeta) di un libro di poesia (una volta pubblicato) sta fuori del libro. Non c'è più.
Dirò una cosa assurda: i libri di poesia, però, bisogna leggerli per poterne scrivere.

Giorgio Linguaglossa
Inviato da Maurizio Soldini il 16 luglio 2011 00:48
Per una poesia personalista

di Maurizio Soldini

In questi giorni di calura e di sommovimenti politico-economici, chi avrebbe detto che ci sarebbe stata una querelle letteraria? Ma ci voleva proprio questo bel turbine col tentativo di riportare in asse il dis-sestato. Mi riferisco al dibattito sulla poesia introdotto dall’articolo di Paolo Di Stefano e seguito dagli interventi di Andrea Cortellessa e Daniela Marcheschi sul Corriere della Sera, a cui hanno fatto per ora seguito Maria Grazia Calandrone sul Manifesto e Guido Oldani sull’Avvenire. Di Stefano afferma che “il mondo ignora la poesia” e cerca in qualche modo quelle che potrebbero esserne le cause. Certamente il tema è complesso e come dice Guido Oldani nel suo intervento, al di là del plauso per avere affrontato i problemi della poesia, bisogna fare in modo che si sposti il dibattito sulle Riviste di settore, perché è necessario affrontare temi come quello del canone e del realismo, che per il poeta di Melegnano è un realismo terminale che non è se non il nuovo canone, per di più coatto. Sono d’accordo con Oldani ad aprire un confronto serrato e serio degli addetti ai lavori sulle Riviste specializzate, là dove lo spazio permette maggiore potenza argomentativa, ma non disdegno che questi temi, anche se sintetizzati a livello divulgativo, finiscano sui quotidiani come sta avvenendo con il dibattito in atto. Di Stefano si pone fondamentalmente il problema della solitudine della poesia e di che cosa sia cambiato rispetto al Novecento, che spieghi il suo isolamento odierno rispetto alla narrativa, quando Montale, Sereni, Raboni, Sanguineti e altri dettavano dall’interno del mondo editoriale una precisa condotta di canone poetico e nello stesso tempo di gestione delle pubblicazioni di poesia che consentivano a questo genere letterario di avere rispetto, dignità, successo e soprattutto pubblico. Oggi ci sono motivi interni e motivi esterni e contingenti a determinare la salute della poesia. Sicuramente, parlando dei problemi interni, molte patologie della poesia, che qualche tempo fa ho definito poesiosi, poesite e poesiopenia, dipendono da fattori intrinseci al fare poesia come il fatto che di poesia se ne scrive troppa e se ne legge poca, perdendo di vista riferimenti e canoni, al punto tale che per motivi giustappunto infiammatori e degenerativi il prodotto poesia è poco e povero. “Di tali patologie della letteratura, incapace di prendere le distanze critiche da una realtà strutturata del nostro Paese, si indebolisce la poesia, oramai per happy few” afferma Daniela Marcheschi. Questo non significa che oggi non abbiamo una buona schiera di poeti, come Cucchi, Conte, Mussapi, Rondoni, Maffia, lo stesso Oldani, Maria Pia Quintavalla, Gabriella Sica e tantissimi altri, tanto che concordo con Di Stefano quando afferma che “gli ottimi poeti oggi non mancano, ma hanno pochissimo seguito, a differenza dei tanti narratori mediocri”. I fattori esterni e contingenti non sono da meno a creare problemi: le politiche editoriali, soprattutto delle maggiori case editrici, che oggi privilegiano quasi esclusivamente la narrativa; i librai, - per lo più, ma ci sono le eccezioni, - che se va bene, riservano alla poesia un piccolo cantuccio; la visibilità mediatica e la creazione del personaggio-poeta, come Alda Merini, e pertanto il ruolo dei mass-media e soprattutto della televisione; i giornali quotidiani e settimanali, che secondo Di Stefano, parlano poco e niente di poesia – ma anche qui mi sentirei di fare qualche eccezione, soprattutto a favore di Avvenire che quasi ogni giorno accoglie editoriali, articoli, recensioni e polemiche che riguardano la poesia. Ma uno dei problemi più gravi che riguarda la poesia è quello della lingua, che nella narrativa sta sempre più adattandosi ad un pedale bassissimo che spesso rasenta la volgarità – anche qui per lo più, dal momento che ci sono molti casi agli antipodi – che fa sì che il pubblico preferisca la lingua delle narrazioni alla lingua della poesia. A tale proposito è necessario tenere presente che il pedale basso alletta molti poeti collocabili in quello che viene definito il minimalismo. Tant’è che il critico Giorgio Linguaglossa ha coagulato i suoi studi trentennali in un libro appena uscito a cavallo tra storia e critica dove fa il punto della poesia italiana degli ultimi sessantacinque anni dalla lirica al discorso poetico, in quanto sembrerebbe ineludibile che anche in poesia si sia entrati in una fase di narrazione, per quanto poetica. Nell’articolo di Di Stefano, Fabio Pusterla afferma che “ la poesia non conta nulla, eppure riesce a manifestarsi in autori e opere notevoli. La prosa è al centro di ogni attenzione, ma sono pochi o pochissimi i romanzi italiani capaci di rappresentare davvero qualcosa di importante per la nostra vita e per la nostra conoscenza del mondo”. La poesia ha potenzialità inusitate e questo lo sappiamo da sempre, come lo sapevano i greci di Omero, i romani di Orazio, gli italiani in divenire di Dante e così via, soltanto che negli ultimi decenni sembrerebbe che siamo stati colti dall’oblio dell’amnesia. Per la poesia sembrerebbe che sia avvenuto quel che è avvenuto per l’Essere secondo Heidegger. Non sono venuti meno l’Essere e la poesia, che ci sono e sempre lì stanno, ma è subentrato l’oblio, il nostro oblio. E questo è stato possibile perché dalla modernità in poi, fin ad arrivare alla recente post-modernità è venuto meno e annichilendosi il concetto di oggettivo – e pertanto di una poesia oggettiva e condivisa – e si è ipertrofizzato l’io al punto che la soggettività è degenerata nel solipsismo, anche della poesia, dove sembrerebbe che non solo il canone non c’è, ma non sia necessario, in quanto ogni poeta avrebbe il suo canone. Andrea Cortellessa è molto acuto nella sua analisi e sostiene che una volta “le voci dei poeti facevano ancora parte d'una koinè, si riferivano a codici condivisi; in seguito hanno assomigliato sempre più a monadi non comunicanti … Né la tabula rasa delle poetiche … ha giovato alla messa in comune del pensiero della poesia”. Sempre Cortellessa afferma perentoriamente, e sono in pieno accordo con lui, che “più in generale dovremmo far sì che la separatezza sociale della poesia, il suo scisma dai dogmi del profitto, la sua nevrotica cura del linguaggio, da privilegi - e maledizioni - individuali, divengano strumenti di conoscenza per l'intera comunità. Come altre ricchezze che si è deciso di non lasciare alle industrie del cinismo anche la poesia, insomma, deve divenire un bene comune”. La comunanza di intenti è anche con Maria Grazia Calandrone, quando afferma la necessità di una con-vivenza di persone parlanti in una dimensione fisico-biologica e metafisica nella quale “il fondamento del fare poesia è una compassione etimologica e primaria, ovvero la identificazione con il bene e il male dell’altro”. Perché fondamentalmente la poesia si manifesta attraverso la parola e la parola non sono i poeti a farla, ma è essa stessa che passa attraverso di loro e fuoriesce per rientrare nell’oggettività, per appartenere ad una comunità di persone che vivono insieme e condividono le gioie e i dolori della vita. Tutti noi pertanto dobbiamo interrogarci anche su quanto ci sia di soggettivo e di oggettivo nella poesia, quanto significhi comunanza di valori fisici e metafisici, ma soprattutto quanto ci sia nella poesia di ontico e di ontologico, ai fini di una poesia personalista che ricerchi nella realtà il bene comune.
Inviato da Gabriella Bianchi il 15 luglio 2011 16:55
sono d'accordo con la presenza dei poeti nelle scuole, perché è un esercizio di creatività e di educazione alla libertà dei ragazzini. che la poesia è anche un atto politico si sapeva già, e anche il resto. La vera poesia non vuole picchetti né condizionamenti, tanto meno dai media
Inviato da Maurizio Alberto Molinari il 14 luglio 2011 22:33
Scrivere deve essere sempre il piacere di essere significante e significativo. "Scrivere in un cantiere aperto", citando Oldani, può essere a volte rischioso, ci si può trovare davanti ad una strada a senso unico, in cui l'accesso è sempre vietato (a parte l'unica direzione consentita).
L'essere pensante e verbalizzante dovrebbe dimenticare la tipologia della comunicazione scritta in virtù dell'espressione stessa. Narrativa e Poesia dovrebbero sempre percorrere la via della maturazione e della proiezione.
Ci si dimentica che il percorso letterario di un "aspirante" autore passa sempre attraverso delle finestre d'interesse. La moda tocca quindi anche la scrittura figliando generi semplicemente al consumo.
Poesia è leggere le parole, rileggerle, scoprire sempre nuovi segni, aprire ogni suono a una nuova emozione, fotografare il tempo e il suo divenire, fluttuando caparbio, eroico testimone della propria trasparenza.
Io amo la poesia, amo scrivere ma amo ancora di più parlarne con la gente comune.
Ecco, rendere la poesia messaggero del tempo, forse questo potrebbe essere il destino più elevato del nostro futuro.
Per quanto riguarda "le testate giornalistiche" sarebbe anche interessante avere dei dati di frequenza delle apparizioni poetiche a seconda delle regioni e delle allocazioni societarie...
Mi associo alle proposte di Donato e aggiungerei anche di tornare a 1 anno fa quando spedire un pacco (con dentro dei libri) costava meno della metà...

Inviato da Donato Di Poce il 14 luglio 2011 21:50
"Fare poesia è un'azione politica..." scrive Maria Grazia Calandrone sul Manifesto e Guido Oldani rincalza "...il poeta è uno che cammina in un cantiere aperto", affermazioni e riflessioni che condivido pienamente e che rimandano ad un pensare e un fare singolo ma in relazione con il mondo, un desiderare ancora scrivere e pensare oltre i bagliori(ciechi e mercenari) delle strategie editoriali e il pericolo che tanti poeti che non appartenendo a caste e conventicole, sono condannati alla clandestinità, o al respiro della polvere mediatica. E allora ben vengano le disintossicazioni dall'aura poetica di troppi accademici o kapò delle case editrici, un nuovo linguaggio e un nuovo fare poetico ci seppellisca tutti, che ondate di giovani terroristi della poesia smuovano le acque, che un nuovo alfabetomorso ci doni la grazia di una poesia contaminata e in relazione con il reale, etica e visionaria, erotica e ironica insieme, senza più steccati e compitini, gavette e salassi culturali.Forse la paura del WEB, e del e-book sta aprendo il dibattito e la riflessione tra i mandarini della cultura italiana.... Ancora una volta le riflessioni più acute vengono da poeti come Oldani, D'Elia, Anedda, Pusterla. Avanti tutta...e rilancio qualche piccola idea a favore della poesia e dei poeti: Una pagina al giorno dei quotidiani dedicata alla poesia; Incontri nelle scuole con i poeti contemporanei; Eliminazione dell'IVA sui libri; tanto per iniziare a fare qualcosa di concreto e non continuare a parlarsi addosso inutilmente...
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