Poesia italiana in Canada (V. Surliuga)
06 maggio 2004
Dal 29 aprile al 2 maggio si è tenuto il convegno
annuale degli italianisti d'America, in inglese "American Association of Italian
Studies" (AAIS), che quest'anno ha avuto come sede l'Università di Ottawa, in
Canada. Ho partecipato alla conferenza organizzando due sessioni di poesia
italiana contemporanea, dal titolo "Latest trends in Italian contemporary poetry
I e II" ("Gli sviluppi più recenti della poesia italiana contemporanea I e II").
Al primo incontro, tenutosi venerdì mattina, ho partecipato con un intervento su
"Gli sviluppi della poesia lombarda di Giampiero Neri". Hanno letto anche Mario
Inglese, dell'Università di Houston ("Anabasi e catabasi in Valerio Magrelli:
viaggi tra poesia e prosa") e Gregory Pell, di Hofstra University ("L'io
poetante in Paolo Ruffilli"). Di Inglese è in uscita un volume su Magrelli
pubblicato da Longo. Il suo intervento ha quindi messo in evidenza gli studi più
recenti su questo poeta, analizzando volumi quali Nel condominio di carne
(2003) e Didascalie per la lettura di un giornale (1999). Per quanto
riguarda Ruffilli, invece, Pell ha parlato soprattutto di Preparativi per la
partenza (2003), Camera oscura (1992) e La gioia e il lutto
(2001). Nel mio intervento, invece, ho discusso il passaggio tra Teatro
naturale (1998) e Armi e mestieri (2004) di Giampiero Neri,
evidenziando soprattutto l'evoluzione stilistica percepibile tra i due volumi e
dimostrando come la produzione di Neri sia un costante e ispirato work in
progress.
I lavori di questa sessione sono stati coordinati da Dora
Labate di Rutgers University, che ha dato un andamento scorrevole all'evento.
Nel pomeriggio ho poi coordinato la seconda sessione di poesia italiana
contemporanea. Dovevano leggere Antonia Arslan (Università di Padova, "Dal canto
del pane ai würstel") e Siobhan Nash-Marshall (University of Saint Thomas, "Arte
astratta: discussione di un ossimoro"), ma entrambe sono state trattenute a
Padova per una presentazione del recente romanzo di Antonia Arslan, La
masseria delle allodole (Rizzoli 2004). Hanno così partecipato alla sessione
da me organizzata Alessandro Carrera (Università di Houston, "La strana comunità
della poesia") e Davide Rondoni (Centro di poesia contemporanea dell'Università
di Bologna, "Un'esperienza di poesia"). Carrera e Rondoni, con i loro
interventi, hanno dato spunto ad un'articolata discussione tra gli italianisti
presenti nel pubblico. Carrera ha parlato di alcune questioni dibattute tra chi
si occupa di poesia contemporanea, a partire dalla convergenza di promotori,
produttori e fruitori dei testi, nonché dalla parallela scomparsa del puro
lettore di poesia. Tra i punti principali del suo intervento, lo stress
intersoggettivo che porta il poeta a considerare gli altri poeti come un mezzo e
non un fine. Inoltre, la considerazione che un poeta forse non può occuparsi di
altri poeti perché, come sostiene Harold Bloom, anche in un altro legge solo se
stesso. Però, la considerazione (basata su Rimbaud) che il je, l'io del
poeta, possa essere trattato come esterno, oggettivo, quindi un autre,
non mi ha convinto del tutto. Ho trovato più utile la considerazione di Paolo
Valesio (Yale University), in occasione di una lezione che ha tenuto ai miei
studenti di italiano a Rice University questo aprile. Valesio sostiene che la
"visione" che un poeta ha del proprio lavoro esclude necessariamente ogni
possibile "visione" del lavoro di qualsiasi altro poeta. Ma questa riflessione
vale in modo particolare se si vuole rispondere a un'affermazione provocatoria
di Carrera, che ha riportato un episodio accaduto a un giovane studioso.
Parlando con un poeta, questo critico cercava di metterlo in confronto con altri
poeti su cui stava lavorando, fino a quando, chiaramente irritato, il poeta con
cui stava parlando l'ha interrotto per dire: "A me interesso solo io". Carrera
ha concluso affermando che il lavoro comune della poesia non può che partire dal
riconoscimento della precarietà di questi "io".
Rondoni ha risposto a
Carrera evidenziando come la sua esperienza di poesia (da qui il titolo del suo
intervento) sia invece di una comunità conversante, citando come esempio lo
scambio epistolare tra Mario Luzi e Giorgio Caproni, che aveva sempre mantenuto
un tono cordiale. Anche Rondoni ha poi citato Rimbaud, che diceva come la
scienza avesse un metodo analitico troppo lento per la sua mente, e
l'interrogativo di Leopardi (nel Canto notturno) su "che cosa fa l'aria",
per sottolineare che il poeta si pone spesso domande "infantili". Ha ripreso
quest'ultima citazione esemplificandola attraverso un grazioso aneddoto
personale. In macchina, un giorno, uno dei suoi figli più piccoli, guardando dal
finestrino, gli ha chiesto che cosa faceva la montagna che stava osservando in
quel momento. La poesia, ha insistito Rondoni, coglie il movimento della realtà
attraverso una tensione della lingua. Di questa tensione parlava Ungaretti, qui
in consonanza con un atteggiamento simile in Pavese. La poesia, in ultima
analisi, serve ad esprimere cose che non sappiamo. Come una conversazione, se
dicesse delle cose che conosciamo già, il discorso cadrebbe dopo poco.
L'intervento di Rondoni è stato seguito da una serie di commenti del
pubblico. Plinio Perilli (Accademia delle Belle Arti, Bari), ha parlato della
folla solitaria della poesia, dove gli scrittori lottano contro la
comunicazione. Negli anni settanta, Perilli ha osservato, non c'era valutazione
peggiore che attribuire ad un poeta delle caratteristiche come un po' troppo
comunicativo, romantico o post-romantico. Ma soprattutto, ha commentato Perilli,
non c'è nulla quanto la visibilità a rendere un poeta poco apprezzato dai suoi
colleghi. Perilli ha raccontato delle critiche da lui ricevute quando gli è
accaduto di leggere sue poesie in televisione, evidenziando così che, in fondo,
un poeta scrive solo e sempre per una comunità ristretta, dove il successo di
massa non è visto di buon occhio.
Dopo Perilli, è intervenuto Luigi
Fontanella (State University of New York, Stony Brook), sostenendo come si copra
una distanza tra noi e gli altri con la grammatica del pensiero attraverso i
versi poetici. Il commento successivo è stato quello di Irene Marchegiani
(California State University, Long Beach), riguardo al superamento del rapporto
tra oggettività e soggettività. La Marchegiani ha citato le opere teoriche di
Adriana Cavarero e il recupero dell'individualità nel sociale.
Sul tema
della comunicazione, non solo nella sua applicazione in poesia, Carrera ha
ribadito che questa non è necessariamente impedita dall'oscurità dell'artista,
in quanto un processo comunicativo avviene ovunque ci sia discorso. Si capisce
la poesia anche quando non la si comprende del tutto, perché il "senso" (come lo
intendeva ad Deleuze) è comprensibile anche quando il messaggio sembra oscuro.
Non bisogna correre il rischio, ha sostenuto acutamente Carrera, di confondere
la comunicazione in poesia con una comunicazione tra telefoni, dove da un
ipotetico punto A bisogna far arrivare un messaggio a B. Si comunica sempre a
una comunità interpretativa, necessariamente ristretta, che l'autore stesso crea
intorno a sé, dove è inevitabile che alcuni "sensi" si perdano con il
tempo.
In conclusione, sono soddisfatta di come sono andate queste due
sessioni. Questa primavera, con le due sessioni dell'AAIS e con le visite di
Paolo Valesio e Davide Rondoni a Houston, è stata per me una stagione attiva per
la poesia italiana nel Nord America, ed è auspicabile che questo fortunato
periodo continui con lo stesso successo.
Victoria Surliuga
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