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Paraskeva Helene - "Mèltemi"
17 novembre 2009
LietoColle - Collana Erato
Il meltèmi è il vento secco che proviene dal nord-nordest del Mar Egeo, a volte anche dal nordovest. È un vento piacevole, che rinfresca le calde giornate in un appuntamento estivo, immancabilmente, ogni anno. Per questo si chiama anche etesio, cioè annuale.
Forte quanto basta, il meltèmi modera il caldo e ti lascia vivere l'estate ma può anche diventare imprevedibile e allora supera i limiti e scatena incendi sulla terra e burrasche in mare. È un vento che non viene comandato da Eolo, competente in materia di venti, bensì da Apollo, ispirato alla luce, demiurgo della poesia, spesso in armonia con il cosmo ma qualche volta anche furente.
Ho scritto molti di questi versi in contemplazione prolungata nel tempo, anche a distanza di anni. Altri versi, invece, sono fuggiti e si sono insediati clandestinamente sulla carta, impulsivi e incontrollabili, approfittando della burrasca.
H. P.
XENITIÀ
Xenitià non è parola facile.
Vuol dire migrazione,
essere lontani da ogni luogo
e volto amato.
Xenitià è fare il pieno
di bisogno in ginocchio,
erranti sulla soglia,
pellegrini della nostalgia
con i piedi gonfi.
Persino nella terra che mi ha fatto,
quando torno,
scopro che non sono
più com'ero prima.
E quella strada,
quel cammino
non mi appartiene più.
Sono un alieno con pretese.
Xenitià, subisco i tuoi frastuoni,
voci confuse ascolto,
sono tante.
e spesso mi domando
perché non mi capisci,
perché la mia umanità
ti sfugge e non mi riconosci.
ROMA
Fra capitelli e laterizi
da fornaci antiche, giocano
sull'erba spensierati
i gatti.
E in auto sportive
le gattare arrivano
inseguite a vista dai gabbiani,
spie dal fiume,
che sperano in un invito a cena.
Badanti e colf con buste imperiture,
colorate, transitano
e la Capitolina - faccia di bronzo -
rassicura i figli:
"Sono migranti, passano come gli stormi".
NELLA CITTA' BALCANICA
Mi ritrovai alla fermata dell'autobus
numero desolato, quella sera,
i manifesti dei film d'altri tempi
strappati
e sabbia del lungomare negli occhi
infiammati.
Scuoteva, sbatteva impazzito,
al vento il cancello di casa
sconsolato e fiero,
ballava
al ritmo di selvaggia percussione
nella città crudele,
nella città che non si arrende
e non perdona,
nella città balcanica.
SCRIVI
Scrivi
giacché piove sempre
vicende lievi, irrilevanti,
sottigliezze delicate
che nessuno vuol sapere
e nessuno chiede.
Elabori
nel temporale
idee folli, rintronanti
e spedisci
spiegazioni ridondanti.
Stendi
tele di racconti impermeabili
per confortarti dallo scroscio,
per sostenere il rovescio
per giustificare il diluvio
di fattori universali.
Butti giù
tutto per volare
di nuovo fra le nuvole
lasciate dietro,
nel nubifragio tetro.
Ma
nella fuga anneghi
e l'uragano si attorciglia,
e ti trascina
e ti rovescia su di me.
RICETTA
Per ridere ci vuole
tutto l'apparato:
prima di tutto i denti,
labbra color ciliegia,
narici ammaestrate
alla felicità
e le papille svelte
a riconoscere
l'essenza evanescente
della gioia.
IL LAMENTO DELLA SIGNORA JACK-ILL
Con la passione nuda,
istintiva,
di un vecchio film in bianconero,
raccoglievamo riso con le mani
e con le gambe e il cuore nudi
in mezzo all'acqua ci amavamo,
mentre gioia e sospiri
volteggiavano sciolti nel vento.
Anche se mi tradisci più del tradimento,
con quella voglia ottusa,
con quella smania di uscire nella notte
di violenza buia,
alzati! Andiamo via!
Usciamo giovani ancora,
freschi, prima dell'alba,
per una gita al mare,
per la scampagnata,
o anche a correre in città
ridendo stanchi a squarciagola
dietro l'autobus perso
ancora, e non importa.
Quando immigrai in Italia, a metà degli anni settanta, il mio paese, la Grecia, non apparteneva ancora alla Comunità Europea. Entrò a far parte quando la Comunità diventò Unione Europea, anni dopo. In quel periodo, da immigrata da un paese "in via di sviluppo" o extracomunitaria, ho vissuto la precarietà, ho subito la discriminazione e l'emarginazione ma ho incontrato anche la comprensione, l'affetto, l'amicizia e la solidarietà.
Anche dopo, da cittadina europea, la mia condizione non si è modificata da un giorno all'altro. Ancora la gente mi chiede "Ma che sei venuta a fare in Italia?".
Riflettendo parecchio sulla questione e partendo dall'esperienza personale, ma non solo, ritengo che l'immigrazione sia anche una questione esistenziale ed emotiva. L'immigrato si sente un nomade, un precario dell'esistenza, un "non-ancora".
Sono un'immigrata, quindi, per definizione e per esistenza.
Sono anche un'insegnante, ma imparo ancora dal contatto quotidiano con gli adolescenti. Alcuni di loro sono stranieri, provenienti da tutti i Paesi del mondo, "emergenti" e non. Alla mia esperienza personale di immigrazione si aggiunge anche quella dei miei alunni. Ma gli adolescenti tutti hanno qualcosa di fresco da dire, sono più "veri" degli adulti, meno conformisti. Con loro mi confronto, mi metto in discussione, qualche volta ci litigo anche, ma non mancano le volte che mi sento "trascinata", affascinata. Gli adolescenti raramente mi lasciano indifferente. Credo che questa mia "intensa vita emotiva" alimenti la fonte di ispirazione poetica.
H. P.
Collabora con la rivista settimanale Internazionale alla rubrica Italieni. Suoi racconti sono inseriti in numerose antologie.
Pubblicazioni:
Nell'uovo cosmico, romanzo "fanta-thriller" (Faraeditore, 2006), segnalato dal Premio "Grazia Deledda 2008" (2° premio);
Il Tragediometro e altre storie, raccolta di racconti, vincitrice del concorso Pubblica con noi (Faraeditore, 2003) e seconda classificata del Premio Letterario Internazionale "Città di Moncalieri", 2003;
Meltèmi - raccolta di poesie (LietoColle, 2009).
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In copertina disegno di Angelo Giannini.
All'interno, opera di Giorgio De Chirico - Donna bionda di spalle.
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