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P. Lagazzi - La casa del poeta (R. Caracci)
26 novembre 2008
ABITARE LA POESIA COME UNA CASA
Su LA CASA DEL POETA 24 estati a Casarola con Attilio Bertolucci di P.Lagazzi, Garzanti 2008
LA VACANZA E IL TEMPO DILATATO
Questo libro, appassionato e suggestivo, ha il valore di una testimonianza. Lagazzi vuole raccontare un'amicizia particolare, una affinità elettiva, un incontro di vite e di sensibilità. Le ventiquattro estati trascorse con Attilio Bertolucci, il poeta che Citati pone ai vertici della lirica italiana contemporanea, presso la sua splendida casa appenninica di Casarola, vengono vissute sotto il segno della vacanza, ma nel senso di un vacare, di un fare vuoto dentro e fuori di sé, di un meditare e condividere parole e silenzi, di un muoversi "in un vuoto radioso spaziando in ogni senso". Un vacare in cui il tempo stesso, sul filo delle parole di Bertolucci e del suo modo di porsi a sé e agli altri, appare dilatato.
LA SACRALITA' DOMESTICA
Quella di Bertolucci non era una ospitalità qualunque: aveva qualcosa dell'antica sacertà dell'ospitare, dove tutto era dosato, misurato, ovattato. Il poeta accoglieva l'ospite in un suo spazio domestico avvolgente, ricco di passato e di calore, di ritualità e di magia. Anche accendere il fuoco e versare un bicchiere di vino, anche celebrare quotidianamente l'umile cerimonia del te', dava passione e calore a quella ‘casa del poeta' dove l'autore aveva il privilegio di essere accolto. Le piccole cose e i piccoli momenti della giornata, i gesti quotidiani e le abitudini più normali, tutto appariva dotato di senso, di un significato che pareva trascendere la semplice funzionalità, inscriversi in una sorta di sacralità domestica, e appropriarsi di un tempo ritmico e biologico, ciclico e lento, sottratto alla deriva delle ore e dei giorni.
ANIMA CONTADINA, ANIMA NOMADE
Insomma questa casa era l'opposto della montaliana ‘casa dei doganieri', dove non si sa chi va e chi resta (anche se piena di soffi, di vibrazioni, di ombre) : qui la bussola impazzita del tempo non andava alla ventura, e anzi la casa pareva di vivere una pace, una tregua, un silenzio d'oasi che ne facevano, per il poeta e per lo stesso l'autore ospitato, una sorta di porto di mare, protetto da frangiflutti sicuri. Bertolucci aveva un'anima contadina, attenta alla terra, ai beni domestici, al cambio delle stagioni, dotata di una inossidabile pazienza; e al tempo stesso, cosa che spesso la critica non aveva del tutto colto (a parte l'amico Pasolini), un'anima nomade, vagabonda, quella stessa che lo spingeva a frequenti passeggiate lungo i sentieri appenninici con un quaderno e una penna. Queste due anime ne facevano un uomo, come dice Lagazzi, perennemente sulla soglia -proprio come spesso lo si poteva trovare sul limitare della sua casa, presso il vano della porta, o a scrivere apena fuori le mura di casa: sempre teso tra il qui e l'altrove, tra il dentro e il fuori, tra la quiete e l'irrequietezza, sempre calmo come un antico saggio ma sul punto di partire. Un contadino dall'indole nomade, o un nomade dall'indole contadina.
LA POESIA E IL SUO HUMUS
Le sue passeggiate lo spingevano laddove lui si trovava meglio, en plain air, sotto i trascoloranti cieli appenninici che facevano da sfondo alle sue stesse poesie. I suoi versi traevano succo e linfa dalla materia dei suoi paesaggi, sempre vari, sempre cangiantii come i cieli. Bertolucci era un uomo dalla sensibilità acuta e sveglia che non smetteva mai di percepire il mondo attorno a sé, come un albero percepisce il nutrimento che provene dalla terra e dal cielo, dal sole e dalla pioggia, per le sue radici. In lui la parola non prescindeva mai da questo humus che era Casarola, con le sue pietre, i suoi alberi, le sue nuvole.
DALLA PAROLA AL MONDO, E VICEVERSA
Lagazzi in questo libro-testimonianza incontra Bertolucci nel'humus di un mondo, di un umwelt, che è quello da cui nascono i versi della Camera da letto. In qualche modo fa il percorso inverso rispetto al poeta: non dal mondo alla parola, ma dalla parola al mondo. Il fascino del verso di Attilio Bertolucci spinge infatti l'autore a immergersi con i suoi sensi stessi, e non solo con la curiosità intellettuale del critico, nel mondo stesso in cui quel verso è germinato: l'autore viene incontrato in quel mondo, vissuto in quel mondo, con lui vengono condivisi piccole abitudini, feconde conversazioni, meravigliose passeggiate e anche lunghi silenzi. L'incontro con il grande poeta si sviluppa dunque sul piano della Condivisione, non solo nello stesso mondo-paesaggio in cui il poeta vive, ma anche dei gesti quotidiani, familiari.
ABITARE LA POESIA COME UNA CASA
E' anche questo un modo di abitare la poesia. La camera da letto è un libro da abitare, diceva Caproni. Ed è questa volontà raddoppiata di abitare- abitare le parole di Bertolucci, più che capirle, più che interpretarle, e abitare il mondo in cui sono magicamente germinate- che anima l'entusiasmo di Lagazzi, quelle sue 24 estati di sodalizio lirico ed esistenziale. La coa-bitazione, come condivisione di spazi fisici e non solo psichici, è dunque un esperienza di vita e di letteratura, o di letteratura come vita. Un coabitare nel senso heideggeriano di essere parte della stessa radura (che cos'è poi l'amore, si accenna qui, se non la condivisione di uno spazio comune'?)
L'ESORCIZZAZIONE DEL DIVENIRE
Bertolucci dunque viene ‘vissuto' dall'autore nel suo stesso spazio, in questo mondo magico a 1000 metri sul mare, dove tutto appare più limpido e più naturale, gli orizzonti più ampi e i tempi più dilatati: spazi e tempi che giustificano quel respiro delle distanze che risuona nel titolo della stessa giovanile tesi di laurea di Lagazzi "Parabola delle distanze". Tutto questo, e il rivivere la poesia di Bertolucci a partire dallo spelendido contesto naturale in cui si è sviluppata o l'ha accompagnata, aiuta a capire (anzi a sentire, a percepire, ad ‘assaporare' dice l'autore) i suoi versi. Sul piano temporale, innanzitutto, quella continua tensione tra fuga dei giorni e il presente, tra la corsa delle ore e la quiete, e soprattutto il tentativo consapevole da parte della poesia di ‘esorcizzare' il divenire e l'irreversibilità del tempo. Ovviamente attraverso una adesione agli stessi ritmi buologici del vivere, un abbandono quasi zen al flusso delle cose, e dunque un tentativo di godimento dell'attimo, della ripetizione rituale, dell'abitudine.
I TORNANTI MONTANI E GLI ENJAMBMENT
Sul piano spaziale, la mobilità prospettica e quasi caleidoscopica della poesia di Bertolucci può trovare una sorta di correlato oggettivo o di raffigurazione simbolica nelle stessa infinite aperture di orzizzonte nel corso delle passeggiate montane del poeta, dove ad ogni svolta dei tornanti si può spalanancare una scenario nuovo, senza soluzione di continuità- proprio come in questi versi metamorfici, prismatici, ricchi sempre di orizzonti mobili e cangianti. Una poesia in cammino, dove voltarsi e andare a capo con il verso (enjambement come tornanti), pare la stessa cosa.
IL FUOCO DI VESTA
Una poesia insieme sacra e profana, cristiana e pagana -fatta di pietas o caritas ma anche di ritualità quasi sciamanica -dice Lagazzi- e di grande amore per le risorse della terra e dei suoi elementi (in primis il fuoco, insieme simbolo orientale della distruzione e simbolo vestale della permanenza, della custodia, della salvaguardia domestica)
L'INVISIBILE CHE PERMANE
Alla fine Casarola, luogo delle vacanze dell'autore, diventa e resta un luogo magico, dove anche un Bertolucci e che non c'è più sembra continuare ad esistere e a colorare con i suoi versi quei paesaggi. Già in vita la sua presenza si irradiava per l'autore sotto una forma di diffusa ‘invisibilità', quando non era fisicamente accanto a lui ma era come se ci fosse, trasfuso su quei sentieri e sotto quei cieli. E allora la parabola delle distanze assume i tratti di una parabola dell'assenza, ma di una assenza dominata dalla casa del poeta, come casa stessa della poesia, che rimane in piedi sulle sua fondamenta, al di là dello sgretolamento e della morte. La casa-poesia resta come oasi nel tempo, riempie il vacare ancora una volta (la vacanza continua) e aleggia sotto i cieli dell'appenino, con tutto un mondo che essa torna a rievocare, nella pienezza di una presenza. Perché è proprio della grande poesia di essere presente, di essere accanto all'ente e presso l'ente, anche quando l'ente non c'è.
QUELLO CHE RESTA
Ecco perché la prossimità e la lontananza, la presenza e l'assenza, la parabola della vicinanza e quella della distanza, continuano a celebrare il rito della loro paradossale comunione -per Paolo Lagazzi- anche quando di Attilio Bertolucci sopravvivono solo una casa e i suoi versi. E' quello che resta, e che forse ci basta.
Roberto Caracci
26 11 08
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