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O. Palamenga su Arbeleche

12 novembre 2009

 

 

40 ANNI DI SUGGESTIONI POETICHE
Sulla poesia di Jorge Arbeleche pubblicata ora in Italia

di Oscar Palamenga

 

 

È piuttosto difficile riassumere quarant'anni di poesia in un articolo. Fare una panoramica sulle tematiche affrontate da un poeta in quarant'anni di vita poetica è pressoché impossibile. Ad aiutarci, nel caso di Jorge Arbeleche (Uruguay, 1943), è uscita, per la ricorrenza dei quarant'anni dalla pubblicazione della sua prima raccolta poetica (Sangre de la luz, del 1968), una bella raccolta edita da LietoColle (Jorge Arbeleche 40 poesie, 2009, numero 19 della collana AltreTerre) e curata da Alessio Brandolini e Martha Canfield. Libro che rappresenta una meritevole celebrazione del suo lungo percorso e, insieme, un validissimo contributo per approfondire un poeta poco conosciuto in Italia, cosa che capita spesso qui da noi, ma molto noto e apprezzato in tutto il Sudamerica e in Spagna, oltre che ovviamente nel suo Uruguay.
Acutamente i curatori, nonché traduttori dei testi qui raccolti, ci informano subito che non si tratta di una semplice antologia: non è stata fatta una scelta tra le poesie più belle e rappresentative di Arbeleche. No, i due hanno provato a ricreare un libro di poesia del maestro uruguaiano utilizzando i suoi stessi materiali. Si è tentato di dare, quindi, la massima compattezza possibile sia a livello contenutistico che stilistico. Impresa ardua se si pensa che Arbeleche è il cantore dell'istante vissuto, del carpe diem, l'enunciatore colloquiale del quotidiano. Ma in fondo i temi universali della poesia si possono facilmente racchiudere nell'immagine dei sentimenti esplicati agli altri, nel mettere a nudo la propria anima di fronte a chi ha la giusta sensibilità per comprenderla.

Jorge Arbeleche è il poeta dell'amore, della paura per il futuro, delle inquiete domande sulla morte, della religiosità vista come poesia, unico mezzo per legare l'uomo all'universo. Non è un caso che spesso Arbeleche unisca la parola silenzio alla parola poesia: è nel silenzio che meglio si esprime la poesia, così come l'amore si esprime meglio nell'oblio.

 

L'ultima espressione dell'amore
                                            è l'oblio
Il fine della parola
                                è il silenzio.

(La parola, pag. 31)

 

Il silenzio violato diventa per il poeta metafora esistenziale, brusio o trambusto che sia, viene sempre ad interrompere la quiete esistenziale, specialmente di notte, quando dovrebbe regnare il silenzio e quindi la poesia:

 

Altro silenzio nasce nell'armonia
che dà forza ed essenza alla poesia.
Dalla voce più chiara alla più oscura.

(Il silenzio, pag. 75)

 

Le parole vanno strappate al silenzio, rapite all'oblio e rese immortali attraverso la poesia. È la poesia stessa che nasce dal silenzio

 

Prova a strappare le parole al silenzio
a volte a colpi di martello o punta di punzone
blocco feroce o muro di protezione...

(L'officiante, pag. 81)

 

Alla fine è il silenzio stesso (e il nulla) che fa poesia. Così come l'amore vero, quello più forte e rumoroso, si percepisce più alla sua fine, nell'assenza della persona amata.
Arbeleche è il cantore dell'amore e del disamore, delle gioie quotidiane dell'amore e dell'amarezza della sua fine. È un'esperienza globale che lascia sempre e comunque qualcosa, fa venire in mente i famosi versi di De André: "è stato meglio lasciarci / che non esserci mai incontrati". Perché il disamore è parte dell'amore:

 

Come il frutto ha il suo nocciolo
il giorno la notte
l'acqua la sua sete e l'uccello il suo volo
così il disamore è parte dell'amore.

(Del disamore, pag. 37)

 

È proprio la grandezza delle emozioni che si provano quando ci si innamora che porta in sé la sofferenza del disamore, quasi fosse uno scotto da pagare all'enorme gioia che si prova con l'amore corrisposto. Questo è ovviamente un tema classico della poesia d'amore, da Catullo a Prévert, è sempre presente nella mente dell'amante la percezione dell'inevitabile fine dell'amore. Ecco una delle ossessioni di Arbeleche, che fanno il paio con i continui assilli di oppressione, di prigionia:

 

Un uccello
prigioniero
tra due pietre
schiacciato
sotto l'aria tutto
chiuso dai rumori tutti
gli occhi
le strade
le bocche come lame.

(Uccello prigioniero, pag. 17)

 

Il poeta è prigioniero dei suoi sentimenti e delle sue percezioni, del suo veder la vita in modo assolutamente anomalo rispetto alla gente comune:

 

Mi sfugge la vita dalla bocca
e più non so dove guardare
se dietro se di fronte.
Non so più andare avanti.
E nemmeno fermarmi.

(Gli occhi imprigionati, pag. 19)

 

L'unica soluzione, l'unica salvezza possibile per il poeta è quella di abbandonarsi alle piccole felicità, al piacere dell'istante, nella certezza che non esistono felicità assolute, ma soltanto piccole gioie quotidiane:

 

...e la rosa, l'entusiasmo della formica
che esplora la mia mano, la donna
che annuncia in cucina il suo gustoso mezzogiorno
il vecchio che accorda la propria stanchezza
ai pochi denti e alla debole melodia.

(Cose, pag. 63)

 

Il poeta è consapevole che la vita che lo circonda è reale, sempre più reale delle sue bellissime parole. E in questa consapevolezza sta la grandezza di chi, trascendendo se stesso, ha il coraggio di affermare:

 

Parole dovranno precipitare
nell'obitorio
nel vuoto
dove solo rimbomba l'eco
di un'altra eco nel pozzo ricoperto di muschio
dove ogni suono si attenua,
fugge.

(Parole, pag. 67)

 

E da questa negazione del valore delle parole, da questo apparente ridimensionamento della poesia, nasce la grandezza dell'artista Arbeleche, della sua raffinata e alta poesia che qui, in 40 poesie, tocca le nostre corde interiore, e a lungo le lascia vibrare.

 

 

 

 

 

 

articolo pubblicato su Fili d'aquilone Numero 16 - ottobre/dicembre 2009

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Dal nostro catalogo

Arbeleche Jorge - "40 poesie"

ISBN: 978-88-7848-509-9

Anno: 2009

Prezzo: € 13,00 [ Acquista ora ]

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