N. Castaldi su Montieri
23 febbraio 2010
Futuro semplice - Gianni Montieri
recensione di Natàlia Castaldi pubblicata qui
Le cose muovono incontro al giorno
ho sogni interrotti
senza un approdo a far da sponda
mi risparmio la paura
aspetto la seconda risposta
la carezza inattesa
l'accordo, l'apertura.
Cos'è un "futuro semplice"? Un tempo in-definito ancora da venire, una speranza, un progetto da realizzare, costruire o - semplicemente - da augurarsi?
Non solo, è nell'aggettivazione che la connotazione temporale acquista la sua valenza, il suo spazio semplice come il rituale e quotidiano ripetersi dei gesti, che nel reiterarsi segnano gli oggetti, consumano della nostra presenza le cose, imprimendo loro l'odore dell'appartenenza, il calore del guscio, quel senso "materno" di certezza.
la casa non sta nelle pareti colorate
sta nelle mani dove la testa appoggia
quando duole per la gravità del giorno
Avete mai fatto caso a come i vecchi siano attaccati agli oggetti più consunti ed a quanto sia difficile allontanarli da una vecchia coperta, un logoro maglione, una plurincollata tazza per la zuppa di latte?
Futuro semplice. L'essenziale? Essenziale come il necessario, il poco da portarsi dietro; essenziale come pregno della nostra essenza, perché vissuto, "certificato".
"Certificato": certus + factus, certo perché già fatto, già provato e sperimentato: semplicemente "rassicurante" nella sua certezza come l'odore del caffè "prima di berlo".
conoscere l'azione successiva induce calma
riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale
annusare il caffè prima di berlo lo certifica
Ma come arrivare ad un "futuro semplice" se non vivendo nell'osservazione rituale del presente per impossessarsi dei suoi gesti, dei suoi "punti di riferimento", degli incroci negli scambi repentini di tempo nelle sue frazioni tra passato e presente continuo?
Il tempo: una convenzione? - forse. Uno spazio? - probabile. Una condizione in itinere - (in)certezza. Ma che certezza può dare una cosa che sia "in itinere", in viaggio, in divenire? A rollin' stone doesn't take musk - dicono gli inglesi -una pietra che rotola sempre non raccoglie muschio intorno a sé:
Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza più che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
- certi sguardi- [...] dicono che non ho l'accento
particolare privo d'importanza
le parole tronche, questo conta
sono tutti i miei risparmi
Qualunque cosa sia il tempo, è il nostro passo a determinarsi misurandolo, è l'occhio a fissarne i cambiamenti di luci ed ombre, la pelle a percepirne gli sbalzi di temperatura nell'alternarsi delle stagioni. Cosa fare?
Io Milano l'ho imparata il sabato
nei passi lasciati ai bordi del naviglio
Cercare un'appartenenza che concilî nelle intercapedini di spazio e tempo la memoria per in-vestirsi della propria certezza.
tenersi un ricordo appeso a un chiodo
una voce sentita alla radio
che quasi in ombra canti
per fortuna o per altro.
Muoversi lentamente apprendendo la fretta nella metropolitana tra gli scambi di passaggio.
l'istante in cui si mischiano i corpi
sulle scale della metropolitana
quando nulla pare deciso
prima dei caffè, delle brioche
si fa finta di essere uguali.
Dalla lettura dei versi di Gianni Montieri emerge un disincantato spirito d'osservazione che restituisce senso di duale appartenenza ad ogni piccolo gesto del suo narrarsi in una Milano grigia eppure morbida, malinconica, come una decadente signora rimasta sola ad osservare, appollaiata tra i suoi piccioni, il convulso scorrere e scivolare via di incompiute esistenze dalle sue stesse tasche.
qui di questi tempi è pieno di gru
la città si espande verso l'alto
da ottomila al metro quadro
[...] / anche Marta va in analisi
non cena mai al cinese
"vai a sapere che ci mettono in quei fritti"
Milano sarà perfetta, in tempo per l'expo
piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare
- via i piccioni, via i neri e i braccialetti -
stamattina ci siamo salutati
[...] / io Londra, tu altrove
cos'ha Milano che non va?
"Futuro semplice" è l'aspirazione di una intera generazione di precari, uomini e donne precari negli affetti, precari rispetto alle certezze apprese nell'infanzia, precari nelle abitudini che devono essere sottoposte al vaglio dell'incerto. Ne emerge un quadro generazionale di affetti spezzati, di incognite, di memorie, di corse frenetiche e sguardi lenti, un film neorealista collocato fuori tempo, o - forse - un monito, un allarmante grido nell'assordante silenzio di un individualismo forzato, impossibilitato alla costruzione di una "comunione" di intenti, di vite, che ci rimbalza indietro di mezzo secolo di storia, restando ancorato alle aberranti contraddizioni tra fasulli ottimismi capitalistici e l'ombra dei suoi stessi fallimenti.
Uno sguardo pregno degli umori di una terra che non ha offerto futuro che si muove su un terreno che promette frutti a caro prezzo: quello del tempo tramutato in profitto, soggetto ad ogni "cambio d'opinione". Non resta che osservare, adattandosi, e "aspettare" (r)esistendo aggrappati alle poche ed importanti certezze del quotidiano, appartenedovi totalmente.
Le poesie di Montieri si possono leggere come capitoli di un'unica narrazione - descrittivi eppure musicalmente lirici negli scambi di senso troncato e riallacciato in morbidi enjambement, che ne smussano gli angoli in un procedere "minimalista" ed essenziale nel linguaggio che, prediligendo il verso "narrativo", appare tendenzialmente propenso all'endecasillabo - essi mostrano una consapevolezza di senso che non addita, non giudica, non infierisce ma, appunto, si racconta narrando.
natàlia castaldi
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