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Mary B.Tolusso su Pellegatta
28 giugno 2004
Non è
facile affrontare un giovane autore. Di solito ci si scontra, anche nei
casi migliori, con una poetica incompiuta, qualcosa che ha assorbito le
migliori stagioni e da quelle ha proceduto. Si sente, cioè, la volontà
stessa dell’astrazione, un fare i conti con la tradizione non ancora
affrancata. Fasi lecite. Posizioni consentite. Stupisce allora prendere
in mano “Mattinata larga” di Alberto Pellegatta, ventitreenne milanese,
laureando in filosofia, che pubblica ora la sua prima raccolta per la
Lietocollelibri, curata da Maurizio Cucchi.
Una poesia visione, dove
la tradizione non è più recuperabile in via diretta, ma attraverso un
prisma che la rende, appunto, recuperabile in un mondo poetico preciso,
dove cuore e ragione, sensibilità ed espressione hanno già raggiunto
una loro autonomia. Ci vien detto fin dalla prima pagina, in quella
memoria dalle “stanze immense” che traccia la parabola di un Tempo che
si fa storia anche quando non sa di esserlo. Già lì, in quei cinque
versi di apertura, si sovrappone un più ampio pensare la scrittura nel
suo intimo rapporto con la vita e con il suo fluire. Ma se siamo nel
campo di una qualche dialettica, la dimensione temporale si riduce
all’esperienza di un attimo, alla sensualità (nel senso di sentire) di
un poeta. Se la “memoria ha stanze immense”, se invece “l’attualità è
intermittente”, l’autore ci immerge nella sua personale “recherche”, in
quel confluire di passato e presente ancora indefinito. Ci sono specchi
(“immagini rotte” però) anche nell’odierno. In fondo il passato non è
mai passato. E’ un’astrazione quella di concepire il passato come
qualcosa che è stato e non c’è più. Il presente lo ripropone nei suoi
frammenti, come insegna un maestro che non riuscì a individuare la
totalità della propria vita se non recuperandola attraverso l’opera
d’arte. Altrimenti si vive di frammenti slegati, intermittenti, come
“un’immagine rotta”. Un poeta, Pellegatta, che accompagna il lettore
per sentieri spesso nascosti, ma non irti. Avanza la condivisione di
una possibile maieutica, di una comune investigazione. Versi che non
intendono passare pacificamente agli occhi di chi vi si accosta e
tentano la strada del coinvolgimento, più strutturale che tematico.
L’orchestrazione è quella di un flusso sorretto da una costruzione
sapiente, da un montaggio accurato, come quei grappoli di sinestesie
discrete che delineano una “precisa espressione delle cose”, quando il
silenzio è più eloquente della parola, conquistato e risolto
poeticamente proprio là, nel tono dei metalli, nell’attitudine al
teatro o, più chiaramente, nella “speciale sonorità dell’aria”. A volte
il ritmo s’allunga, per portare a compimento l’oggetto della poesia,
accelera la portata orfica per giungere a un tono più debole, concluso
in uno scarto “lieve” quanto è lieve qualcuno che “si chiude in un
bacio”. L’ansia visionaria non viene amplificata nel movimento dei
versi, ma anzi pudicamente trattenuta, piegata quasi in un riflusso
crepuscolare. In una parola: giustificata. E’ forse, questo, uno dei
tratti più peculiari di Pellegatta. Questo alternarsi di flash,
tra concretezza e visionarietà, che di volta in volta da un luogo
preciso suggeriscono un dettaglio di osservazione, un’intersezione tra
il “grande” movimento e la piccola porzione di vita attraversata da un
io (mai nominato) nel momento dell’osservazione (“Mattinata larga”,
“Scirocco”) e il cui obiettivo pare quello di appaiare la perpetuità e
l’istante. Si torna allora a quei primi versi che aprono e introducono
il resto della raccolta. E’ sempre una questione di tempo, dilatato in
osservazioni di “immagini rotte” che nella compiutezza del ricordo
invece (“A Marie”) si fanno “storia vera/ di tanti gesti leggeri…”.
Le
idee sfumano in un tono d’insieme, a volte di taglio imponente, venato
di pessimismo. “Torno nell’alta fortezza murata”, prosa lirica datata
1996, pare un contrappunto ad altri “ritorni”, quello di Caproni per
esempio, dove il Nulla-Tutto del poeta genovese, si riversa qui in uno
scroscio di immagini-ritorni che conducono al medesimo silenzio. Anche
il desiderio è circoscritto in termini di assenza, in quei “Quasi
carta” di sospensioni e mancanze che rincarano le attese e dove, forse,
si sente l’eco lontana dell’ “Heautòntimorúmenos” di baudelariana
memoria.
Come sottolinea Cucchi in prefazione, qualità essenziale di
Pellegatta: “E’ la coincidenza tra sensibilità e linguaggio, tra
intelligenza delle cose e modo di esprimerla”. Appunto: le cose, le
parole, l’intelligenza della sensibilità, il saper lasciare aperto il
gioco di un dentro e fuori che rimane sospeso nel tentativo di
raggiungere e non raggiungere qualcosa. Saper sfruttare alta e bassa
marea, direbbe Nietzsche, “Saper sfruttare quell’intimo flusso che ci
solleva fino a una cosa, e poi ancora quello che, dopo un certo tempo,
ci porta via da essa”. Il filosofo la chiama conoscenza. Noi la
chiamiamo poesia.
Mary B. Tolusso


