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Martino Salvatore - "Nella prigione azzurra del sonetto"
06 ottobre 2009
LietoColle - Collana Aretusa
Un piglio innovatore, un fermento rivoluzionario passa attraverso i sonetti composti da Salvatore Martino: questo è il paradosso.
L'impulso più attivo della creatività poetica si dispiega in queste forme chiuse [...] Chi scrive lascia aperti gli orli del reale e li ricuce pazientemente con quartine e terzine, senza temere di dover fronteggiare un labirinto metropolitano inclinato, sterminato e fermo, dove le fibre dei miti sono morte e dove si fatica a sostenere il senso del linguaggio poetico in generale. [...] Per rappresentare le tempeste sociali e i disastri psichici del presente, S.M. si affida proprio all'universalità della forma chiusa e compiuta, evita così di cadere nello sterile autobiografismo e intercetta invece le macerazioni e le riflessioni del superuomo di massa. [...] S.M. pensa a una scrittura spiccatamente realistica, nata da un prepotente individualismo, associato a un'analisi acuta, drammatica e inquietante delle ombre collettive che pesano su ciascuno, così ricompone la frattura fra corpo e spirito e attribuisce alle lacerazioni della sessualità le residue possibilità di liberarsi dalle miserie esistenziali, dalla vita irrigidita nella precettistica del più soffocante consumismo [...]Rispetto al frammentismo imperante si impegna a orchestrare una vasta e articolata partitura, ricca di enunciazioni, di sviluppi interni, di variazioni e riprese, di poche brucianti consapevolezze che arroventano ogni composizione.
Di sezione in sezione, di teatro in teatro, Salvatore Martino, con una corda rotta e legata a se stesso, scende magistralmente lungo sbreccati precipizi, aspri e terrestri, all'occasione arcani e spaventevoli, per riuscire a mobilitare con i suoi cento ventidue sonetti le nostre poveri menti inchiavardate alla banalità.
Donato Di Stasi
Il Kaos e Dio il Fuoco l'Universo
le forze magnetiche dei corpi
il soffio che separa i vivi e i morti
se il Big Bang è il primo capoverso
Il Nulla del Gauthama ch'è diverso
dal cielo indù di simboli contorti
Jahvèh che non ha volto e pesa i torti
Osiride e Gesù il Fato avverso
Chi guida questa trama e la scacchiera
dove perdutamente scivoliamo
mossi da fili e sembrano infiniti?
Chissà se troveremo in questi miti
rispondenza di quello che non siamo
un vortice di luce in una sfera
dalla sezione
Meditatio mortis
I
Materna soglia della gran paura
nell'utero nell'acqua sprofondati
sopravvissuti che non siamo nati
all'inerzia ch'è poi quest'avventura
e conosciamo tutta la tortura
la rotta il fango dei predestinati
a dissacrare il cerchio già votati
come un insetto privo di armatura
Voglio chiamare in causa la sorte
in questo tribunale di saggezza
che investiga il movente delle cose
Saranno certamente vittoriose
le falangi nel segno dell'ebbrezza
ingannarmi sapranno sulla morte
II
Un cappio troverai nella tortura
un arido deserto mai cercato
e il libro tuo sarà dimenticato
dentro il silenzio dentro l'impostura
Come ricollegarlo alla congiura
all'ultimo cancello spalancato
all'incontro col fuoco inaspettato
a quell'iniziazione alla paura
La porta tu lo sai rimane aperta
nella parete che non puoi varcare
e nessuna parola di salvezza
Forse solo un'immensa tenerezza
potrà nel gorgo il fuoco scongiurare
scongiurare la fiamma benedetta
dalla sezione
L'officina della guarigione. Il viaggio
XVI
A mezzanotte l'ospedale chiude
s'accettano soltanto moribondi
le porte i corridoi sono profondi
una gabbia che tutto ci preclude
La bonaccia che al porto ci conduce
col vento immaginario la confondi
il futuro è avvitato nei ricordi
per segare la chiglia che c'illude
Aspetteremo a torcere la brina
a coprire di nebbie la ragione
la vita immersa dentro il suo ritorno
Verrai con me nell'alba di quel giorno
che i malati saranno un'illusione
una fiumana scesa alla collina
XVII
Chiudono l'officina a mezzanotte
ma qui non si riparano motori
si sbarrano le porte agli avventori
se l'ospedale chiude a mezzanotte
Le guarigioni sono spesso avvolte
dall'ambiguo messaggio dei sensori
i malati sospettano tumori
le valvole e le bende sono rotte
Conduci l'automobile alla sfascio
anche per te c'è la rottamazione
nel torace il volante s'è confitto
Per entrambi l'epilogo era scritto
nessuna traccia di consolazione
l'ambulanza nel giorno del rilascio
Dalla sezione
Politeismi del dio unico
XXXIII
Un rivolo di sangue avvelenato
voce discesa dalla mia finestra
ha macchiato di rosso la ginestra
a quale febbre sono destinato?
Quale perfido inganno ha scolorato
l'adolescente tempo della festa?
Un'infula circonda la mia testa
il mio corpo Signore è annichilato
Da questo insopprimibile dolore
potremo scardinare la ferita
che sordamente al fondo ci corrode?
Lo chiamo all'occidente e non mi ode
la ricerca all'oriente è già finita
al nord e al sud lo chiamo con terrore
XXXIV
Come l'aria nel fuoco che ribolle
così l'andare nostro si prosciuga
per inseguire la sua eterna fuga
che un dio spietato dall'inizio volle
Chi è questo signore che dal colle
dirige la tormenta che ci aiuta?
la sua parola melodiosa e muta
è il capoverso di un racconto folle
Demolisci la scala sulla costa
dal doppio tuo sul ciglio abbandonata
scavandola nel cuore alla montagna
Il tuo nome col gesso alla lavagna
ha forse scritto la sua mano armata
che da sempre t'insegue senza sosta
dalla sezione
Locus amoenus
LII
Chissà chi la dirige la ballata
degli uomini dispersi nella sera
cadenza incastonata in una sfera
dagli occhi e dalla mente mai suonata
Noi siamo chiusi in fondo alla scarpata
come sospinti da una vela nera
all'impatto col male e la preghiera
si spegne sulla bocca incatramata
Le case se ne vanno alla deriva
intonano canzoni i marinai
come esorcismo contro la sventura
anche tu uccidesti la creatura
l'uccello che non tornerà più mai
a trasvolare sulla nostra riva
LIII
E l'albatro così discese il mare
dilatando nell'occhio la paura
era forse l'abisso una congiura
spezzata l'ala non può remigare
Un marinaio prima di sbarcare
aveva predisposto la cattura
e il suo cuore votato alla tortura
tentò quel volo bianco assassinare
Ma l'albatro fuggì dalla sua mano
lanciandosi nell'acqua con un grido
si consacrò alla morte dolcemente
di tutti i suoi terrori era cosciente
e l'anima obbediva a quell'invito
il Vuoto ritrovando il Nulla invano
dalla sezione
Nel tuo aggrovigliato labirinto
LXIV
Il vento di ponente ha rilanciato
nell'ora maledetta la sua sfida
suonavano le tre era salita
la freccia che nel mondo m'ha lanciato
nel più profondo sud che sono nato
l'incredibile isola fiorita
da civiltà straniere imbarbarita
da genti diversissime marchiato
La terra di Toscana m'ha ghermito
adolescente intriso di speranze
per incidere un segno nel cammino
Non lo sapevo che non c'è destino
più atroce di colui che nell'istante
mentre legge l'oscuro è già smarrito
LXV
Visto dall'alto è un cieco labirinto
dove si gira sempre alla sinistra
dovresti abbandonare la sua pista
che cerca di sommergere l'istinto
Perché il cervello è strettamente avvinto
a quelle sue volute di conquista
padrone dei tuoi gesti della vista
della sua dominanza assai convinto
A me sembra una massa scivolosa
un groviglio di serpi in una cesta
l'impronta di una palla spiaccicata
la sua collocazione è registrata
nel giudizio sommario di un'inchiesta
in un'allegoria pericolosa
dalla sezione
Meditatio Erotikè
LXXXVII
Tempo verrà che quest'umano giro
sarà contaminato dall'amore
come un vortice accende lo stupore
e disegna nel fuoco il suo respiro
così la voce sua in un sospiro
asseccherà dal volto ogni terrore
tramanderà alla pietra il suo splendore
la sua rivelazione del raggiro
Possiamo sgretolarla una chimera
fissare nella mente quella scia
immateriale e intatta della luna
La luce è veramente la fortuna
l'unico itinerario nella via
la dimensione bianca o quella nera
CXX
Persino tu sarai dimenticato
l'incontro a cui nessuno può sfuggire
la polvere è impossibile tradire
lo specchio la tua faccia ha divorato
Questo libro tremendo mai svelato
un giorno hai creduto d'inquisire
l'inganno della morte differire
libero dall'insulto del peccato
Che importa se nessuno ti ricorda
se ad altri sembra vano il tuo passare
s'eri per tutti un numero soltanto
nello spazio nel volo nell'incanto
sarai una pietra un nome da invocare
e una stella smarrita ti ricorda
*
O luce della mia sopravvivenza
luce che non rifletti il mio respiro
questa luce estraniata cui aspiro
sarà la luce della conoscenza
Luce divinazione come scienza
o luce incastonata nel sospiro
o luce che cancelli ogni raggiro
sei la mia luce di reminiscenza
Luce che hai conquistato la mia notte
luce viola dell'alba sospirata
luce assoluta nella sua vendetta
Luce nel guado oscuro maledetta
o luce qui nel cerchio trascinata
o luce guida il carro della sorte
Salvatore Martino è nato a Cammarata (AG) il 16 gennaio 1940. Attore e regista. Vive in campagna non lontano da Roma.
Ha pubblicato:
Attraverso l'Assiria, Terzo Millennio, 1969;
La fondazione di Ninive, Carte Segrete 1977 - Premio Ragusa;
Commemorazione dei vivi, Rebellato, 1979;
Avanzare di ritorno, Lalli, 1984 - Premio Pisa e Premio "Città di Arsita";
6 Poeti del Premio Montale Roma, 1985, All'insegna del Pesce d'oro - V. Scheiwiller;
La tredicesima fatica, Lacaita, 1987;
Il guardiano dei cobra, Cultura Duemila, 1992;
Le città possedute dalla luna, Editoriale Le Torri, 1998 - Menzione di merito al Premio Int.le "Città di Ostia" e Premio della Giuria ai Premi "Città di Penne" e "Alfonso Gatto";
Libro della cancellazione, Editoriale Le Torri, 2004;
Nella prigione azzurra del sonetto, LietoColle, 2009.
Nel 1998 ha vinto il Premio "Sikania" a Ragusa per la poesia inedita. Nel 1980 gli è stato conferito il Premio "Davide di Michelangelo". Nel 2000 il "Premio Int.le Ultimo Novecento" a Pisa, per la sezione Teatro e Poesia.
È direttore editoriale della rivista di turismo e cultura BelMondo e, dal 2002, conduce un laboratorio di scrittura creativa poetica presso l'Università di Roma Tre.
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