LietoColle - edizioni poesia

Insieme per diffondere poesia

LietoColle - Via Principale 9 - 22020 Faloppio (Co) - Tel/Fax 031 986292 - info@lietocolle.com - Michelangelo Camelliti editore: Tel. 329 4059451

Martino Salvatore - "Nella prigione azzurra del sonetto"

06 ottobre 2009

LietoColle - Collana Aretusa

 

 

Un piglio innovatore, un fermento rivoluzionario passa attraverso i sonetti composti da Salvatore Martino: questo è il paradosso.

L'impulso più attivo della creatività poetica si dispiega in queste forme chiuse [...] Chi scrive lascia aperti gli orli del reale e li ricuce pazientemente con quartine e terzine, senza temere di dover fronteggiare un labirinto me­tropolitano inclinato, sterminato e fermo, dove le fibre dei miti sono morte e dove si fatica a sostenere il senso del linguaggio poetico in ge­nerale. [...] Per rappresentare le tempeste sociali e i disastri psichici del presente, S.M. si affida proprio all'universalità della forma chiusa e compiuta, evi­ta così di cadere nello sterile autobiografismo e intercetta invece le macerazioni e le riflessioni del superuomo di massa. [...] S.M. pensa a una scrittura spiccatamente realistica, nata da un prepotente individualismo, associato a un'analisi acuta, dramma­tica e inquietante delle ombre collettive che pesano su ciascuno, così ricompone la frattura fra corpo e spirito e attribuisce alle lacerazioni della sessualità le residue possibilità di liberarsi dalle miserie esistenzia­li, dalla vita irrigidita nella precettistica del più soffocante consumismo [...]Rispet­to al frammentismo imperante si impegna a orchestrare una vasta e articolata partitura, ricca di enunciazioni, di sviluppi interni, di varia­zioni e riprese, di poche brucianti consapevolezze che arroventano ogni composizione.

Di sezione in sezione, di teatro in teatro, Salvatore Martino, con una corda rotta e legata a se stesso, scende magistralmente lungo sbreccati precipizi, aspri e terrestri, all'occasione arcani e spaventevoli, per ri­uscire a mobilitare con i suoi cento ventidue sonetti le nostre poveri menti inchiavardate alla banalità.

 

Donato Di Stasi

 

Il Kaos e Dio il Fuoco l'Universo

le forze magnetiche dei corpi

il soffio che separa i vivi e i morti

se il Big Bang è il primo capoverso

 

Il Nulla del Gauthama ch'è diverso

dal cielo indù di simboli contorti

Jahvèh che non ha volto e pesa i torti

Osiride e Gesù il Fato avverso

 

Chi guida questa trama e la scacchiera

dove perdutamente scivoliamo

mossi da fili e sembrano infiniti?

 

Chissà se troveremo in questi miti

rispondenza di quello che non siamo

un vortice di luce in una sfera

 

 

dalla sezione

Meditatio mortis

I

 

Materna soglia della gran paura

nell'utero nell'acqua sprofondati

sopravvissuti che non siamo nati

all'inerzia ch'è poi quest'avventura

 

e conosciamo tutta la tortura

la rotta il fango dei predestinati

a dissacrare il cerchio già votati

come un insetto privo di armatura

 

Voglio chiamare in causa la sorte

in questo tribunale di saggezza

che investiga il movente delle cose

 

Saranno certamente vittoriose

le falangi nel segno dell'ebbrezza

ingannarmi sapranno sulla morte

 

 

II

 

Un cappio troverai nella tortura

un arido deserto mai cercato

e il libro tuo sarà dimenticato

dentro il silenzio dentro l'impostura

 

Come ricollegarlo alla congiura

all'ultimo cancello spalancato

all'incontro col fuoco inaspettato

a quell'iniziazione alla paura

 

La porta tu lo sai rimane aperta

nella parete che non puoi varcare

e nessuna parola di salvezza

 

Forse solo un'immensa tenerezza

potrà nel gorgo il fuoco scongiurare

scongiurare la fiamma benedetta

 

 

dalla sezione

L'officina della guarigione. Il viaggio

 

XVI

 

A mezzanotte l'ospedale chiude

s'accettano soltanto moribondi

le porte i corridoi sono profondi

una gabbia che tutto ci preclude

 

La bonaccia che al porto ci conduce

col vento immaginario la confondi

il futuro è avvitato nei ricordi

per segare la chiglia che c'illude

 

Aspetteremo a torcere la brina

a coprire di nebbie la ragione

la vita immersa dentro il suo ritorno

 

Verrai con me nell'alba di quel giorno

che i malati saranno un'illusione

una fiumana scesa alla collina

 

 

XVII

 

Chiudono l'officina a mezzanotte

ma qui non si riparano motori

si sbarrano le porte agli avventori

se l'ospedale chiude a mezzanotte

 

Le guarigioni sono spesso avvolte

dall'ambiguo messaggio dei sensori

i malati sospettano tumori

le valvole e le bende sono rotte

 

Conduci l'automobile alla sfascio

anche per te c'è la rottamazione

nel torace il volante s'è confitto

 

Per entrambi l'epilogo era scritto

nessuna traccia di consolazione

l'ambulanza nel giorno del rilascio

 

 

Dalla sezione

Politeismi del dio unico

 

XXXIII

 

Un rivolo di sangue avvelenato

voce discesa dalla mia finestra

ha macchiato di rosso la ginestra

a quale febbre sono destinato?

 

Quale perfido inganno ha scolorato

l'adolescente tempo della festa?

Un'infula circonda la mia testa

il mio corpo Signore è annichilato

 

Da questo insopprimibile dolore

potremo scardinare la ferita

che sordamente al fondo ci corrode?

 

Lo chiamo all'occidente e non mi ode

la ricerca all'oriente è già finita

al nord e al sud lo chiamo con terrore

 

 

XXXIV

 

Come l'aria nel fuoco che ribolle

così l'andare nostro si prosciuga

per inseguire la sua eterna fuga

che un dio spietato dall'inizio volle

 

Chi è questo signore che dal colle

dirige la tormenta che ci aiuta?

la sua parola melodiosa e muta

è il capoverso di un racconto folle

 

Demolisci la scala sulla costa

dal doppio tuo sul ciglio abbandonata

scavandola nel cuore alla montagna

 

Il tuo nome col gesso alla lavagna

ha forse scritto la sua mano armata

che da sempre t'insegue senza sosta

 

 

dalla sezione

Locus amoenus

 

LII

 

Chissà chi la dirige la ballata

degli uomini dispersi nella sera

cadenza incastonata in una sfera

dagli occhi e dalla mente mai suonata

 

Noi siamo chiusi in fondo alla scarpata

come sospinti da una vela nera

all'impatto col male e la preghiera

si spegne sulla bocca incatramata

 

Le case se ne vanno alla deriva

intonano canzoni i marinai

come esorcismo contro la sventura

 

anche tu uccidesti la creatura

l'uccello che non tornerà più mai

a trasvolare sulla nostra riva

 

 

LIII

 

E l'albatro così discese il mare

dilatando nell'occhio la paura

era forse l'abisso una congiura

spezzata l'ala non può remigare

 

Un marinaio prima di sbarcare

aveva predisposto la cattura

e il suo cuore votato alla tortura

tentò quel volo bianco assassinare

 

Ma l'albatro fuggì dalla sua mano

lanciandosi nell'acqua con un grido

si consacrò alla morte dolcemente

 

di tutti i suoi terrori era cosciente

e l'anima obbediva a quell'invito

il Vuoto ritrovando il Nulla invano

 

 

dalla sezione

Nel tuo aggrovigliato labirinto

 

LXIV

 

Il vento di ponente ha rilanciato

nell'ora maledetta la sua sfida

suonavano le tre era salita

la freccia che nel mondo m'ha lanciato

 

nel più profondo sud che sono nato

l'incredibile isola fiorita

da civiltà straniere imbarbarita

da genti diversissime marchiato

 

La terra di Toscana m'ha ghermito

adolescente intriso di speranze

per incidere un segno nel cammino

 

Non lo sapevo che non c'è destino

più atroce di colui che nell'istante

mentre legge l'oscuro è già smarrito

 

 

LXV

 

Visto dall'alto è un cieco labirinto

dove si gira sempre alla sinistra

dovresti abbandonare la sua pista

che cerca di sommergere l'istinto

 

Perché il cervello è strettamente avvinto

a quelle sue volute di conquista

padrone dei tuoi gesti della vista

della sua dominanza assai convinto

 

A me sembra una massa scivolosa

un groviglio di serpi in una cesta

l'impronta di una palla spiaccicata

 

la sua collocazione è registrata

nel giudizio sommario di un'inchiesta

in un'allegoria pericolosa

 

dalla sezione

Meditatio Erotikè

 

LXXXVII

 

Tempo verrà che quest'umano giro

sarà contaminato dall'amore

come un vortice accende lo stupore

e disegna nel fuoco il suo respiro

 

così la voce sua in un sospiro

asseccherà dal volto ogni terrore

tramanderà alla pietra il suo splendore

la sua rivelazione del raggiro

 

Possiamo sgretolarla una chimera

fissare nella mente quella scia

immateriale e intatta della luna

 

La luce è veramente la fortuna

l'unico itinerario nella via

la dimensione bianca o quella nera

 

CXX

 

Persino tu sarai dimenticato

l'incontro a cui nessuno può sfuggire

la polvere è impossibile tradire

lo specchio la tua faccia ha divorato

 

Questo libro tremendo mai svelato

un giorno hai creduto d'inquisire

l'inganno della morte differire

libero dall'insulto del peccato

 

Che importa se nessuno ti ricorda

se ad altri sembra vano il tuo passare

s'eri per tutti un numero soltanto

 

nello spazio nel volo nell'incanto

sarai una pietra un nome da invocare

e una stella smarrita ti ricorda

 

 

*

 

O luce della mia sopravvivenza

luce che non rifletti il mio respiro

questa luce estraniata cui aspiro

sarà la luce della conoscenza

 

Luce divinazione come scienza

o luce incastonata nel sospiro

o luce che cancelli ogni raggiro

sei la mia luce di reminiscenza

 

Luce che hai conquistato la mia notte

luce viola dell'alba sospirata

luce assoluta nella sua vendetta

 

Luce nel guado oscuro maledetta

o luce qui nel cerchio trascinata

o luce guida il carro della sorte

 

 

Il poeta nella sua terra fotografato da Pepito Torres

 

 


 

Salvatore Martino è nato a Cammarata (AG) il 16 gennaio 1940. At­tore e regista. Vive in campagna non lontano da Roma.

 

Ha pubblicato:

Attraverso l'Assiria, Terzo Millennio, 1969;

La fondazione di Ninive, Carte Segrete 1977 - Premio Ragusa;

Commemorazione dei vivi, Rebellato, 1979;

Avanzare di ritorno, Lalli, 1984 - Premio Pisa e Premio "Città di Arsita";

6 Poeti del Premio Montale Roma, 1985, All'insegna del Pesce d'oro - V. Scheiwiller;

La tredicesima fatica, Lacaita, 1987;

Il guardiano dei cobra, Cultura Duemila, 1992;

Le città possedute dalla luna, Editoriale Le Torri, 1998 - Menzione di merito al Premio Int.le "Città di Ostia" e Premio della Giuria ai Premi "Città di Penne" e "Alfonso Gatto";

Libro della cancellazione, Editoriale Le Torri, 2004;

Nella prigione azzurra del sonetto, LietoColle, 2009.

Nel 1998 ha vinto il Premio "Sikania" a Ragusa per la poesia inedita. Nel 1980 gli è stato conferito il Premio "Davide di Michelangelo". Nel 2000 il "Premio Int.le Ultimo Novecento" a Pisa, per la sezione Teatro e Poesia.

È direttore editoriale della rivista di turismo e cultura BelMondo e, dal 2002, conduce un laboratorio di scrittura creativa poetica presso l'Università di Roma Tre.

 

 

 

Visualizzazioni: 1040

LietoColle di Michelangelo Camelliti - Via Principale, 9 - Faloppio (CO) - C.P. 72 - 22020 Parè - P.IVA 01545080135 - C.F. CMLMHL61A08E025N

Powered by Akebia - Content Management System Smart Control