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Marco Merlin/il domenicale ott 04
03 luglio 2008
Il bambino geometrico
Nel posacenere ho spinto la
cicca,
ma di sbieco, tanto che le scintille
sbrindellarono dalla brace in cima.
Le scintille che attirano attenzione
su un'azione consueta ed ordinaria.
Dall'arancio metallico divampano -
Sarebbe da quell'unica miscela
di carta e di tabacco inceneriti -
minuscoli lapilli zampillanti
che, sfrigolando lesti, affievoliscono.
Gianluca D'Andrea
Dalla raccolta Il laboratorio
(Lietocollelibri, Faloppio, CO, www.lietocolle.com) di Gianluca D'Andrea ricopio la poesia che ho
avuto modo di sentir leggere direttamente dall'autore in un recente incontro.
In quell'occasione pensavo, ascoltando, alla concentrazione razionale sul
dettaglio "ordinario" che funziona come una lente che convoglia la
luce su un punto fino a incendiarlo. Di questi esperimenti è zeppo questo
laboratorio, anche se i barbagli che raccoglie restano ingabbiati in un tono
troppo magrelliano, mi dicevo, o persino lombardo (eppure Gianluca è nato a
Messina nel 1976!). tornato a casa, ho ripreso il libro, trovandolo per fortuna
più scomposto di come mi era apparso. Magrelli c'è eccome, quale antecedente (è
stato persino argomento di una laurea che verteva sull'analisi del rapporto fra
poesia e informatica), ma la raccolta accoglie anche infiorescenze stilistiche
che rompono gli argini di un controllo eccessivo, si contamina
linguisticamente, riacciuffa in extremis il gusto del gioco e persino
dello sberleffo. Mi sono rassicurato. Così colgo l'occasione per lanciare, a
chiunque voglia sentirsi qui chiamato in causa, il dubbio che mi lasciava
allora un po' titubante sulla soglia del libro: fino a che punto vale ancora la
pena d'insistere sul lucido minimalismo di chi si affida all'aura che circonda
il testo, al bianco del non detto, ai retroscena che si vorrebbero indovinare
dietro a una poesia-metafora (e metafora sospesa, quasi autoreferenziale)? Fino
a quando le ceneri delle nostre terre desolate continueranno ad ardere?
Certo, certo, la poesia non deve dovere. Qui, infatti, non si prescrive nulla,
si ha solo desiderio di condividere lo stupore che ancora cerchiamo di cogliere
nei versi, quello stesso stupore del bambino davanti alla trasformazione della
materia. Soltanto - ecco il punto cruciale - ci sembra che a bruciare adesso
sia ben altro e che in qualche modo i nostri occhi ormai adulti dovrebbero
rendere ragione del contesto che la poesia, qualunque poesia, anche quella più
dimessa e sottotono, sfida. Comprendo bene la legge dell'inversamente
proporzionale: abbassare toni e argomenti per strozzare la retorica e risalire
precisi al cuore dell'evento. Ma un angolo di rifrazione deve essere ben
presente alle strategie del poeta, ai suoi calcoli. Deve essere
linguisticamente piazzato nel testo, nella postura ("di sbieco"?) che
gli si assegna. Un titolo interno del Laboratorio recita: Il bambino
geometrico e le citazioni. Che siano proprio le citazioni, implicite o
esplicite, gli specchi per far uscire dal laboratorio il raggio di luce ed
abbagliarci, dentro la realtà? Che sia l'onda della tradizione a sollevare la
voce, a farla risuonare nuova e antica nella nostra memoria?
Marco Merlin
articolo
pubblicato su Il Domenicale,
ott 04
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