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Leonor Fini (C. Benecchi)

05 maggio 2009

 

LEONOR FINI

"d'inquieti perversi palpiti"

 

 

"oh cara Leonor

mio bel gufo incantato

dove ti posi

l'aria diventa d'oro"

Elsa Morante

 

 

... "Tutta la mia pittura è un'autobiografia incantatoria d'affermazione"

 

Realismo magico, così si potrebbe interpretare la pittura di Leonor Fini. Realismo irreale - lo definì Jean Cocteau-  poiché tutto il soprannaturale fu per lei  naturale.

 

Pittrice, disegnatrice virtuosa, apprezzata scenografa, costumista originale: personaggio eclettico fu Leonor Fini quanto bizzarro di quel Novecento fra Avanguardie e Surrealismo, dei cui linguaggi informali emessi diffiderà acutamente rifiutando la dittatura e le epurazioni di Breton, privilegiando la tendenza verso un esasperato individualismo che la vide protagonista assoluta in un Teatro dell'Io, dove si recitò, narrò fiabe poetiche di bimbe dalle vesti di nebbia e ninfe dagli svelati/velamenti.

 

 

 

 

Un humus di sogno,  ricercato ed etereo quanto rigorosamente definito da una minuziosa iconografia. Figure per una piccola chiesa, per una piccola setta laica.

 

 

 Amazzone stupenda -  alta e slanciata dalle movenze feline, chioma e occhi di un profondo neroblu, dalle rare pupille a taglio verticale - come i gatti in cui amò identificarsi attraverso sontuosi mascheramenti e che ritrasse in ogni posa. Incantatrice superlativa d'inquieta misterica fascinazione, amata da artisti e poeti, donna- gatto delle sontuose feste parigine del dopoguerra nel suo celebre salone Art Nouveau in Rue de la Vrillière, figura trasgressiva dalla sensualità mondana della De Lempicka, Leonor incarnò l'archetipo tardo romantico della "Belle Dame sans merci,"(la dama bella e senza pietà)- la femme fatale, la femmina libera da pregiudizi le cui regole di vita furono ai margini sempre.

 Coesisteva in lei un dualismo esistenziale agli antipodi: la vita pubblica di un egoico narcisismo gaudente e salottiero e un alter ego intimo, venato di melanconie profonde con quel silente corteggiamento della morte tanto inscritta nelle sue opere - una sorta di teatro macabro- che si accompagna a nature eccessive come fu la sua ...

 

 

... Lasciavamo dietro di noi una città bruciante. La grande città operaria che per un'intera notte si andava rumorosamente consumando fra il crepitio del fuoco e il fragore dei palazzi degli stabilimenti che precipitavano sugli asfalti in una nube rosa di polvere.

"Non certo ora. Io ti mostrerò il quadro quando saremo lontani da qui. Allora vedrai Lei, dipinta dalle sue stesse mani, la conoscerai", mi disse l'amico dalla testa equina, l'uomo che una sola cosa traeva in salvo dagli incendi. L'autoritratto di Leonor Fini, per lui più che opera dipinta elemento stesso di vita, o meglio ancora parte ormai della sua vita, lasciava Milano e io ero con lui. Teneva stretto il quadro sotto il braccio, in una confezione varia di carte e spaghi che denunciavano il panico e la premura di un'improvvisa partenza, quasi una fuga.

Un pacco informe ove la geometria del telaio nascosto non si poteva neanche più supporre. Io avrei voluto vedere subito il quadro, perché miglior occasione di una città in rovina non vi poteva essere per gustare le sembianze di Leonor, ma questo mi fu concesso solo più tardi, a pomeriggio inoltrato quando, riparati sulle rive del lago , sedemmo assieme dietro la tranquilla darsena di una casa patrizia. Fu qui che cominciò a lacerare i fogli, a spezzare le funicelle che trattenevano il dipinto. M'apparvero dapprima gli occhi di lei, vivi nerissimi ossessionati come gli occhi di un felino sorpreso innanzi al magnesio dei cacciatori. Capii che era bene non essere impazienti. Volevo ora sorprendere il suo viso con movimenti lenti, scoprirlo col medesimo piacere che provano i monaci quando scalfiscono gli intonaci delle loro abbazie per ritrovare i visi gotici delle madonne dipinte. Le mie mani  strapparono altri frammenti dell'involucro. Vidi le narici che ansimavano in una tentazione di agguato, poi la sua bocca, quelle labbra che senza disgiungersi parlano pronunziando enigmi. Ruppi ancora le carte sul collo, sui seni che si delineavano tra le pieghe larghe di un'acconciatura verdastra coronante l'arco morbido delle spalle. Quando per ultimo i capelli elevati a criniera completarono la figura di lei, io non ebbi più indugio a considerare la donna che mi stava dinnanzi, come l'ultima figura sopravvissuta alla mitologia e ancor libera per terre del mondo in un irrequieto vagabondaggio senza soste. Generata da una creatura ambigua e dionisiaca soltanto io potevo immaginarla, capirla ed ammetterla, lei creatura femminile tanto differente, tanto più complessa ed esigente fra le altre del suo stesso sesso. Innanzi a Lei, rimanevo perplesso ed impaurito, nella medesima paura e perplessità dei viaggiatori interrogati dalla sfinge..."

 

Ieratica e impenetrabile quanto la sfinge che amava da bimba cavalcare sul molo, eletta in seguito a feticcio della sua arte, Leonor traspose nel proprio immaginario pittorico un corredo iconografico e simbolico con rimandi a messaggi decifrabili per lenti di trascrizione allegorica o di valenza psicoanalitica, giocando la mistericità di personaggi asessuati, guardiani di un mondo visionario e aperto in cui respirano silenzio e solennità.

 

 

 Le sue donne assurgono a fisiognomiche dai tratti ferini di iene, donne tigri, donne sfingi. E la sfinge  incarna- come scrisse Praz- a proposito di lei- il lato sterile e rapace del femminino. L'immagine di maternità che la pittrice rifiuta mostra tutta la sua ambivalenza nei confronti della fertilità femminile. La sua sterilità (per malattia) la portò a dichiarazioni manifeste d'istintiva repulsione verso il concepire, legittimando quella libertà sessuale scevra da qualsiasi costrizione alla passività per volere maschile e sottratta all'asservimento verso funzioni riproduttive, in cui il dettato patriarcale  assurge a ruolo dominante.

Con rimandi alla filosofia Sadiana, l'artista  delinea  così il suo " sentire" nel tardo disegno del 77 " Gloria e onori al Marchese de Sade" evidenziando da un possente stelo fallico lo  spumeggiante dischiudersi di un'efflorescenza  a vulva, messaggio di una genitalità al femminile, a chiarire il perdurante emblema della commistione androgina.

 

 

Narrative o pittoriche, di grande singolarità e di forte impasse emotivo, vagano le creature di  Leonor  sulla  scena di un anonimo e universale soggetto. Donne che la Fini teatralizza di multiple identità, donne sacerdotesse dal cranio rasato, dal portamento androgino, sigillate in se stesse, emblemi di esseri metamorfici ibridati e complessi, insofferenti a qualsiasi conformismo ideologico, figure di antica genesi, che saranno una costante tipica del suo afflato artistico, anche se non del tutto inanellato alla corrente surrealista.

 

... Travestirsi è un modo per avere la sensazione di cambiare dimensione, specie, spazio. Diventare vegetali, animali sino a sentirsi invulnerabili e fuori del tempo, ritrovarsi oscuratamente in riti dimenticati. Travestirsi è un atto di creatività, una rappresentazione di sé e dei fantasmi che si portano dentro.

 

Il palazzo delle illusioni è la metafora più appropriata in cui lei opera. Un teatro del sulfureo, fatto di maschere e bautte, trucchi e provocazioni di cui l'artista cosmopolita, con tratti manieristici e neobarocchi fu insuperabile regista di un mondo artificioso. Il travestimento non solo fisico, ma del proprio sé, autocelebrativo ripreso dalla realtà del suo vissuto, si contamina in atmosfere di levitas negli arcani meandri dell'onirico. La disseminazione dell'Io laudante, moltiplicante di doppi, di specchi, di riflessi ombrati domina sul proscenio surreale dell'immaginifico. Il costante riprendere la sua stessa fisonomia nelle opere che parrebbero e non sono- memento mori- rimanda a un'esistenza altra in cui ricorrente è il tema esiziale che l'aveva affascinata sin dall'infanzia.

 

 

... a dodici anni ero attratta dai morti. Andavo all'obitorio dove  all'ospedale di Trieste c'era una sala di esposizione con morti sontuosamente vestiti e addobbati. Più tardi smisi di osservare i morti, ma continuai sempre ad ammirare la perfezione degli scheletri...

 

Una miscellanea di atmosfere, di sfondi limbici resi inquietamente/quieti da pacate alchemiche coloriture, luoghi-non luoghi in cui il soffio mortifero aleggia misterioso ma come elemento vitale, di rinascita, non irreversibilmente nefasto.

 Le  figure di dormienti con gli occhi serrati e le labbra dischiuse, le  donne perdute in stanze vuote dove appare  improvvisa una visione di fuoco o immerse fino al mento in acque torbide con le iridi sfavillanti e lo sguardo obliquo a creare un mondo altro fatto di vertigine e vuoto all'inverso, sembrano tremare un desiderio metamorfico di purezza, mostrando un abisso liberato dalle tenebre. E quel trasparire di veli sui corpi non a celare ma a fiammare di libertà nudezze intraviste, si accorda allo stesso fraseggio pittorico di epoca secentesca e barocca.

Leonor, alchimista di un eden nostalgico che perfeziona la materia, mutandola in libertà e purezza.

 

... Più guardavo, più mi persuadevo della sua natura, e più ancora mi era facile rendermi ragione del suo modo di operare i dipinti, con quell'indagine minuziosa che stabilisce immobilità alle cose e agli uomini rappresentati in un'atmosfera ove ogni respiro pare impossibile tanto questa sa di squallore di solitario e di tristezza mortale.

Guardavo il suo volto ed automaticamente mi si rivelava il suo mondo. Quelle immagini di adolescenti bellissimi soggiogati dall'influenza di antiche donne, assai abili nei segreti delle metamorfosi, nel complicato artificio del mutar l'uomo in mansueto, domato dal fascino e assopito dai languori. E chiara in me anche si formava la sensazione che tutto il mondo  elettivo di Leonor, le chimere, le donne sfingi tutelanti il sonno inquieto di giovani nudi, le criniere muliebri, i paludamenti stracciati pendenti da rami ischeletriti di vegetazioni defunte, che tutto questo altro non era se non il ricordo della sua infanzia egea vissuta presso il perimetro dei labirinti.

Avevo il quadro fra le mani e mentalmente continuavo il ragionamento  sull'infanzia di Leonor. La vedevo bambina dipingere. Vedevo lei nello stesso costume delle donne cretesi  intenta a macinare le terre per i dipinti. I verdi olivastri, le ocre bruciate, gli azzurri marini. La sua prima esistenza passata fra quelle corti ove i  riti crudeli si rendevano necessari per divinizzare l'uomo dalla testa di toro, dovette lasciare in lei impronte profonde, perturbatrici e amore per le finzioni, per quei deguisements inusuali che essa va combinando non soltanto sul rettangolo delle pitture, ma su sé medesima ..."

 

 

"Il capo coperto di piume e di un diadema di corna, i capelli corvini come le piume di un corvo che ricadevano su una veste che sembrava intessuta di seta e di brace"...

 

Leonor descritta come la regina di un paese sotterraneo o animatrice dissoluta di feste con un regale corteo felino a recingere una sfrontata nudità accattivante. Max Ernst ne amò la furia italiana, l'eleganza scandalosa, la passione per l'equivoco, per i turbamenti provocati a seconda del capriccio.

 

 

... Consideravo i viaggi di Leonor attraverso il tempo e le sue soste in quelle regioni ove i misteri fantastici si risuscitavano sulle memorie pagane. E mi rendevo inoltre ragione di quella sua illimitata vitalità che la spinge in continuo a vagare per le vie della terra come una sacerdotessa di miti segreti, di quella sua prepotente vitalità che vuole contornarsi di elementi malati da risanare con filtri semplici degli erbolari, quella sua smania di rovesciar l'ordine consueto dell'uniformità, di lasciar al suo passaggio un alone di commenti spregiudicati e scandalistici simili alla scia di certi profumi che eccitano e promettono il risveglio dei sensi assopiti.

Io guardavo il quadro e capivo Ricostruivo la vita di lei, la pittura di lei all'ombra cupa del lago presso la villa ionica illuminata dal riverbero delle magnolie..

 

Leonor bella e dannata, artista borderline dalle nevrosi ricorrenti, dai malesseri interiori, d'indomito anticonformismo, con l'irrequietezza bohemien  mai quietata, fu regista instancabile del proprio mito. La sua arte oltre il reale, come la sua vita oltre le righe, innesca  un connubio di desideri inevasi, stimolo per fantasie arditamente indotte verso le pindariche evoluzioni del fascinoso surrealismo, regno  della divagazione onirica, popolato di fantasie  grottesche che alimentano nei suoi dipinti lo stanziarsi di bizzarre quanto pletoriche sfilate di oggetti e figure, ombre sparse di allucinanti miraggi e insonne residuo di incubi notturni.

La sostanziale espunzione del maschile dalla propria grammatica pittorica si connette ai fantasmi d'infanzia, traumi materializzati dall'antica separazione paterna. Solo docili tipologie efebiche di uomini avvolti nel sonno o sospesi entro veli protettivi, sottomessi al dominio femminile insedieranno opacamente le sue tele.

 

... Non avevo più la paura e la perplessità  dei viaggiatori sorpresi dalla sfinge, perché il mistero che per gli altri continuava, per me era ormai sciolto. Come Edipo continuavo a guardare ed insieme continuavo a capire.

La donna dalla chioma leonina i cui occhi nel crepuscolo andavano dilatandosi in fosforescenze non sostava dal fissarmi come una viva creatura. Ne sostenevo a fatica lo sguardo. Quelle iridi dilatate dovevano conoscere i tenebrosi misteri del sogno e degli abissi.

 

 

E le  sue donne senza età, un po' fate e un po' streghe, donne magiche dai languorosi occhi fondi, modelli di marcata timbrica erotico/sensuale riverberano di un egemonico potere d'indipendenza, così i diletti gatti e le  sfingi - di enigma e mistericità -.

 Mondi inquietanti le tele di Leonor! Mondi evocativi di antichi saperi, presaghi di un germogliante  universo in cui il mito catartico della rinascita s'irradia da silenti effigi imbozzolate sorprese nel loro sbocciante schiudersi, sublimi figurazioni essenziali in chiave femminile della complessità esistenziale. Un corollario di donne/bimbe e bimbe/donne, ispirato alla poetica fantastica e trasognante dei Preraffaelliti inglesi o alla maestosa e indifferente fierezza delle antiche dame , ai profili da ritratti fiamminghi o alle stoffe sontuose su cui la "Sacerdotessa nera" dipingeva teste ricoperte di boccoli o rilucenti crani calvi e ieratici con fasti di un'epoca rinascimentale che sentiva sua.

 

... "Il suo sguardo ora non guardava me soltanto, sembrava impaziente di liberarsi dal vincolo della pittura, di uscire, di vagare per la valle come gli occhi luminosi degli uccelli notturni che dominano lo spettacolo delle terre spente, le grandi scene scomparse che agli uomini non è dato vedere ..."

 

"D'inquieti perversi palpiti "... la sua essenza sfuggì a codici e regole. Come l'anima felina, visse vite in altre vite - Leonor - con la malia della sua arte e la tenerezza per il  diletto animale nelle  cui  iridi al pari delle pizie e dei sapienti vi leggeva l'accadere del proprio mito. A lungo restò "diva" nel suo darsi all'effimero finché il tempo lo concesse, mai sazia- lei- delle sue maschere che tardi conobbero l'oblio quando nell'ombra il suo profilo pareva rifulgere di luce propria ancora, ancora...                                                                                                                         

 

carla benecchi

 

 

 

 

 

riferimenti:

 

Il testo in corpo blu  inframmezzato all'articolo fa parte del racconto  "Incontro con Leonor" (1945) di Fabrizio Clerici, (architetto, noto pittore surrealista, scenografo  teatrale e cinematografico di Strehler, Fellini, Visconti).

Leonor Fini  (Buenos Aires  1908- Parigi 1996) disse di Lui.: ..."Clerici aveva l'intelligenza delle forme, delle linee- in altre parole, della perfezione."

 

L'autrice  ringrazia L'ARCHIVIO FABRIZIO CLERICI nella persona del Dr. Giancarlo Renzetti per gentile concessione dello scritto.

 

Elsa Morante (biografia di Leonor  Fini) -  Walter Abrami (l'Incantatrice del Novecento) -  Corrado Premuda (Le realtà possibili) -   Paolo Mastroianni (Convergenze e superamenti femminili del surrealismo)  -   Idolina Landolfi (la Repubblica)

 

 

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