Siete qui:
L. Paraboschi su Montieri
Montieri, una solitudine appena espressa
So di appartenere alla casta di coloro che quando scelgono un poeta o uno scrittore lo fanno per adesione, per simpatia, per passione ed anche per affinità elettiva, quindi difficilmente scriverò di qualcuno astrazioni, o mi perderò in voli pindarici attorno al mio "ombelico" cercando nella poesia esaminata la gratificazione auto celebrativa che mostri al mondo la mia bravura di critico accigliato e ponderoso, ma dirò sempre, e con onestà interiore, e nel caso della poetica di Montieri l'ho fatto in tempi non sospetti, se questo poeta entra o meno nelle mie corde.
E Gianni entra e come, entra e fa centro credo non solo nelle corde di un fazioso partigiano quale io mi ritengo essere per lui, ma credo lo faccia anche in coloro che oltre a scribacchiare versi si impegnino anche a leggere versi altrui.
Allora non resta che aprire il libro e domandarci: ma chi è questo "terrone" che parla del nord guardando in continuazione alle proprie radici?
Montieri è stato quello che oggi qualcuno potrebbe chiamare un "extracomunitario", uno di quelli per i quali nella Torino degli anni 60 si affiggeva il cartello "non si affitta a terroni", uno che viene da Giugliano, un paese dell'entroterra napoletano, che "non ha neppure una collina, molti campanili", "crepe sull'asfalto", in cui i giovani erano chiamati a "stare attenti alle mele", un paese del quale si saprebbe ben poco se qualche scrittore non avesse cominciato a parlarne con franchezza ed a mettere in evidenza "l'accumulo di scorie, gli abusi disumani".
Ma chi sia Montieri lo scopriamo aprendo il libro Futuro semplice (ed. LietoColle, euro 10) fin dalla prima poesia "Risparmi": è un ragazzo emigrato al nord, che ha trovato lavoro a Milano, che conscio che Dio non sarebbe passato davanti alla chiesa di San Giovanni, ha deciso di "indossare una pazienza / non concessa altrove" e si è messo in cammino, emulo di quel Rocco, figlio del Visconti anni 60 che si avviava con la valigia di cartone verso il boom economico.
E sale al nord dove comincia a "coltivare speranze in curva" lasciandoci capire che non è della curva Nord di San Siro che intende parlare, ma che ammette lo sbigottimento, la difficoltà, il disorientamento di non "avere mestiere per i rettilinei/ nessuna competenza/ sui tratti autostradali".
Lentamente il giovane Montieri impara a conoscere Milano e ne capisce il significato attraverso la nebbia (allora c'era ancora) e il senso delle tangenziali ed il suono che da lontano fa il tram, e si impossessa con occhio di poeta di questa città, la fa sua osservandola, guardandola, cercando di capirla, ma arrivando alla conclusione che "certi giorni l'editor servirebbe a me/ quando non so risolvermi ad uscire/ e nemmeno in giardino so quando potare".
Ed è a questo punto che il ragazzo del sud custode delle mele, l'ex immigrato CON permesso di soggiorno, si dichiara poeta, confessa tutta la sua amarezza, il suo sconforto, quando scrive amaramente "sulle scale della metropolitana... si fa finta di essere uguali", perché "di essere soli non si smette mai"
Di fronte ad un'affermazione così forte, cosi disarmante, e così sincera, che dovrebbe farci riflettere su milioni di solitudini che si nascondono dentro la lontananza dalla città di origine, solitudine che lo fa scrivere, parlando della sua città "tornare a sfiorarti/... per vedere se è rimasta poesia fuori dalle cartoline, conscio che ad essa egli "deve almeno un uomo", noi scopriamo il Montieri che più amiamo, quello capace di guardare la realtà con una capacità di sintesi che fa della sua poesia la realizzazione di come io intendo spesso la poesia, cioè un flash capace di illuminare rapidamente tutto un insieme, un acquerello sintetico che non si perde in fronzoli descrittivi ma che sa andare diritto al nocciolo che conta, come quando trancia la conclusione da un fallito incontro a due, scrivendo "al tavolino fa di colpo freddo / - il conto, per favore".
Ma è Gianni l'uomo che amiamo, non solamente quello con un cognome, è il Gianni che si concede, che ha debolezze, che le ammette, che le mette in versi con pudore scrivendo "la tenerezza di una mano/ quando appena ti sfiora/ - farne a meno -/ tenersi un ricordo appeso ad un chiodo", è l'uomo legato ad un vissuto, quello che ci interessa, quello capace di scrivere "non c'è spavento dentro l'abitudine/ conoscere l'azione successiva induce calma/riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale/ annusare il caffè prima di berlo lo certifica", un uomo in difficoltà di relazione (e d'altro canto come potrebbe scrivere di poesia se non lo fosse?) che "prova a scomporre: toglie i pezzi ad uno ad uno/ dal bordo al centro/ in cerca del contrasto/ del giorno fuori posto" e che conclude nell'ultima poesia "io, io non lo so davvero/se saprò dare un senso/ alle porzioni monodose, alla cottura crisp/, e dal quale ci allontaniamo portando con noi, stringendoli dentro con infinito affetto, questi ultimi versi che prendiamo anche sulle nostre spalle in segno di solidarietà e di condivisione per quel senso di precarietà e di dolore fisso continuo che percorre tutta la poetica di questo autore,e sono i veri conclusivi del libro che dicono "addormentarmi voltato dal tuo lato/ senza tremare, senza farci caso".
luigi paraboschi


