L. Minola su Ruotolo
articolo pubblicato su LA RECHERCHE
I TEMPI E LE LUCI DI ANNA RUOTOLO
di Luca Minola
“Secondi Luce” è una bellissima prova d’ esordio. Alcune poesie di Anna Ruotolo erano state anticipate sulla rivista “ Poesia” del Luglio/ Agosto 2009. Già davano la percezione di essere versi compiuti, maturi e saldi. La lettura dell’intero libro trascina in quello che è il mondo di Anna Ruotolo, in quello che lei è, in quello che lei scorge. Non è un semplice libro di poesie d’amore;
è un libro di poesie “di vita”. Pieno di “tempi”, “controtempi” e “ terre di mezzo”, pieno di tutti quei luoghi dove si muove la vita, dove si costruisce : “Questo è il tempo: una luce di lampi,/breve, come il guizzo della terra/e manca, manca il cono d’ombra/dove si nasce, dove un po’ si vive
(Secondo luce p.15). Nell’introduzione del primo paragrafo “ La forma del tempo” viene citata una poesia di Vittorio Sereni tratta dal bellissimo libro “Stella Variabile”, quest’ultimo autore sembra forse l’influenza più precisa e solida per la poesia di Anna Ruotolo.
Una poesia che è abbandono, perdita continua che passa attraverso queste parole : “Questo ti lascio: sempre il niente, il poco/ e tutta la vita a innamorarsi” ( p.17).
Non solo si va costruendo una poetica bella e importante ma si va costruendo una vita e Anna Ruotolo questo lo sente profondamente, lo fa suo con grande amore : “All’infinito so che ti affacci sul lato occaso della bocca/e svegli il tempo/so che scosti due rive, si ritira l’acqua dal mio petto/ e sono tutte stelle” (p. 20). Sono versi pieni d’amore ma anche di forte sconfitta, il ritiro dell’acqua dal petto, una desertificazione voluta e cercata, dovuta per arrivare alle stelle, che sono l’apice, il percorso verso l’alto, il cielo notturno. Non solo, altri versi parlano il linguaggio delle stelle. Dal paragrafo “ Terre di mezzo”: “Qualcuno a mezzanotte e quarantotto/- qui e in ogni luogo- lima le stelle/ e il fortunato della strada/ le raccoglie in un bicchiere ( p.35)”. Limare le stelle è un compito difficilissimo, si può sempre provare a farlo e magari riuscirci con la lima continua delle parole, allora anche il più sfortunato degli uomini o la stessa persona amata possono raccoglierle in un bicchiere e farle loro, farle elementi del quotidiano, del vivere. Far di loro stessi poesia. Ancora dalla stessa poesia, forse una delle migliori del paragrafo insieme ad “ Anghelos” , “Istruzioni sulla dote” e “ Terra di mezzo”, i versi : “Oggi cresceva senza tempo/ il pane sotto le coperte/ e cresceva bene, lontano dalla pioggia./ Quando ritorni c’è questo sapore/ immacolato di meraviglie/ogni lavoro di casa si scioglie / nell’ora delle campane”. Il vivere senza tempo è un vivere d’amore, perso, lontano dai tempi prestabiliti e imposti; il pane sotto le coperte è la cura per qualcosa che cresce con noi e che deve crescere bene per essere, per sfamare. Nel ritorno c’è la speranza del miglioramento, delle meraviglie e poi il verso più bello; ogni lavoro piccolo, umile, che rappresenta la vita in una casa, se ne va, si compie nel suono delle campane. Rintocchi di vite che si propagano, che diventano qualcosa in più, che si uniscono al tutto.
C’è un continuo senso della “ Luce” in questo libro, non solo nelle poesie iniziali , ma nell’intero corpus di poesie; un illuminare che sprofonda negli oggetti e li rende migliori, più vicini a noi: “E’ come conservare in pancia/tutta la luce a venire/per un chiosco di lucciole nel tempo (p.49)”. La perdita diventa vigilia, attesa, speranza per il futuro che si crea su orme, passaggi trascorsi: “Ho parlato già tanti inverni con te/ tu vedi, ho previsto la neve/ lei che manda un biglietto veloce/ dai cieli per ringraziare,/ per dire anche oggi non resterà./ La vigilia, gli animali rannicchiati: fu il giorno più lungo/ e insieme quello che ti finì dietro/ le scarpe/ nella stria di rami che passavi/ nel colloquio disperso da una parte/ di là, dentro mille case tutte bianche ( Vigilia p.54)”. Attesa da ricondurre all’ultima parte , il capitolo “Gli alberi di ghiaccio” dal paragrafo “L’ultima nave da partire è l’abbandono” citando in apertura il Montale più grande, quello di “Satura”. Si continua ad aspettare, a cercare: “Lì dove ti piaceva inventarmi/ le ossa, le curvature della bocca/ o un nome che mi hai dato, così/ nella tua mente” ( p.65) è continua perdita di sicurezza e voglia di non sapere, per un vivo lasciarsi trascinare nella vita unica e di tutti i giorni con attesa e forte sgomento: “Il mio avvento ha un nome/ che mai si disse/ mai diremo” (p. 67).
Così si conclude il libro, lasciando tutto sospeso e in tensione come protratto verso un’infinita attesa di voler conoscere cosa si è, senza mai dirlo.
Non solo come dice Elio Grasso nell’introduzione, parlando di realismo che risponde a una vocazione di bassa narrazione (in nessun modo diminutivo), si crea la poesia e la materia poetica di Anna Ruotolo, ma evince e parla in queste pagine una sorta di “Realismo magico” fatto sui propri sensi.
Dal nostro catalogo
Si parla di questo libro:
- Ruotolo Anna - "Secondi luce"
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