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L'arte delle donne (C. Benecchi)
23 febbraio 2008
"L'ARTE DELLE DONNE"
visita di Carla Benecchi alla mostra

Sei giunta, ti desideravo
hai dato ristoro
alla mia anima ardente...
Saffo
... a lato del Duomo, i passi sembrano silenziarsi in
un velo di nebbia e perdersi per l'ampia scalinata di Palazzo Reale, lassù...
lassù fino alla soglia della Mostra "l'Arte
delle donne". Qui anche l'ultimo vocio pare farsi più flebile a contenere quasi in un afono respiro la muta ammirazione che pervade lo sguardo. E smuove malinconia e trema enigmi il volto di Frida Kahlo, così intenso e interrogativo in "Autoritratto con vestito di velluto". Quel suo volto di una contenuta compostezza lirica, apposto sul manifesto si fa prima voce della rassegna, in sequenze poi replicanti dalla cover del catalogo che inscrive parte dell'operato di altre artiste, unite coralmente nell'avventura più grande che ne modellò l'esistenza.
"Soltanto le disgrazie parziali sono feconde, perché sono un punto di partenza, mentre un inferno troppo perfetto è sterile quasi quanto il paradiso"scrive Emile Cioran.
Un'asserzione che mi rimanda a Frida, donna farfalla dalle ali
spezzate, con la passione di vivere e un alto
concetto di bellezza, le avversità malgrado e l'infermità che a lungo la
trascorsero. Pittrice lenta e meditativa, tenace e visionaria, la Kahlo si
accosta alla corrente dadaista per le provocazioni e al Surrealismo per un
costante interesse rivolto all'inconscio. E quel suo morboso ritrarsi
altro non fu che celebrativo di un'incessante sofferenza fisica e psicologica..."Qualche giorno fa ero una ragazza che camminava in un mondo di colori. Tutto era misterioso e qualcosa si nascondeva, immaginare la sua natura era per me un gioco. Se tu sapessi com'è terribile raggiungere tutta la conoscenza all'improvviso - come se un lampo illuminasse la terra! Ora vivo in un pianeta di dolore, trasparente come il ghiaccio".
"Mai fino allora una donna era stata capace di mettere sulla tela tanta disperata poesia"- scrisse uno dei grandi protagonisti del muralismo messicano - il pittore Diego Rivera, partner e discusso marito di una vita tormentata. Arte salvifica la pittura divenne per lei elemento vitale. Frida privilegiò l'autoritratto e lo sdoppiamento figurale del proprio sé esaltando il suo alter ego di un innato narcisismo. All'autocontemplazione affiancò temi d'inquietanti nature morte evocatrici di energie sessuali. In un simbolismo dualistico che popola gli sfondi dei suoi quadri, dove lei stessa fonde una cosmogonia figurativa eliocentrica, la sua icona è astro motore. Tutto ruota attorno alla sua immagine dominante di accese cromie e smorzati chiaroscurali, quali forze oppositive referenti dello yin/yang. Così a fiammati soli alterna giostre di lune, a vegetazioni esuberanti pianure riarse. Ma la sua costante resta la dissezione della figura nella propria anatomia. Esplicitamente ella esalta il suo corpo mutilato, disarticolandolo in accerchianti pose fetali, contratte e ravvolte, distese e languide, mediatiche di una sensualità implosa ed ossessiva. Il sintomo di questa cesura delle forme, di questi modelli fetali chiusi a cerchio e a difesa in un'abbreviazione stilistica, altro non è che un suo bisogno di focalizzare un erotismo naif e onanistico relazionante solo con il proprio sé.
Nei diari con tratto rapido e tormentato versò tutta l'angoscia fisica e amorosa quanto nella confinata stanzialità di un letto cercò sulla tela l'armonia delle forme e del colore, fissò la disarmonia del suo corpo, le cicatrici di esiti chirurgici, i feti dei suoi aborti, l'ombra e il movimento, il suo essere conoscenza di sé, sempre in un divenire mai un compimento. E in reiterati autoritratti esternò il suo più doloroso che gioioso esistere come negli scritti...
"Aspettare con l'angoscia contenuta, la spina dorsale spezzata, e lo sguardo immenso senza poter andare lungo il vasto sentiero...muovendo la mia vita serrata nell'acciaio","silenziosamente, la pena rumorosamente il dolore. Il veleno accumulato mi lasciò a poco a poco l'amore. Mondo strano era già il mio di silenzi criminali di vigili occhi estranei equivocando i mali".
E' con l'eco delle sue parole "Dipingo me stessa perché è la cosa che conosco meglio", con quel suo volto stagliato in primo piano su fondo nero, che sembra accogliermi in un viaggio a ritroso di cinque secoli, quando donne come lei cercarono nell'afflato creativo il loro connaturato sentire artistico. Non più donne a modello, oggetto raffigurato ma soggetto raffigurante. Anche l'artista/compagno, soprattutto nel Novecento, è vissuto come compresenza totalizzante di confronto artistico/ simbiotico affettivo.
Cinque secoli, dal Rinascimento al Surrealismo, un‘Avventura
tutta al Femminile' alla ricerca della propria identità manifesta in
differenti linguaggi di vita: dalla clausura del Cinquecento che vide Sofonisba Anguissola, prima donna
ritrattista di fama internazionale, godere dell'appoggio dei monarchi europei e
onorata negli anni della cecità persino dall'olandese Van Dick, al nomadismo
non solo mentale ma fisico della seconda metà dell'Ottocento.
Esplorando l'oltre e l'altrove quale valenza
esistenziale, già in
epoca vittoriana Marianne
North, celebre viaggiatrice alla ricerca di singolarità
emozionali, eccelse nei dipinti di fiori e piante esotiche, reperti inconsueti
di quel suo andar per via. La
Marianne North Gallery fu progettata sotto la sua
personale supervisione nel 1882 con un novero a oggi di 832 dipinti botanici.
Non a caso le parole di Virginia Woolf " Come una donna non ho paese/come
una donna non voglio paese/come una donna / il mio paese/ è il mondo"sono
l'epitome, il florilegio del potere creativo femminino in un'erranza senza
tempo. Lo sguardo delle donne, quello stesso di Frida è già arte, è fantasia e
intuizione, istinto e impulso conciliante il razionale/irrazionale mediante una
forza misconosciuta dall'uomo.
E la cosmopolita polacco/russa Tamara de
Lempicka,
aristocratica seducente e patinata,del fascino
della Garbo, interprete esuberante dei folli anni Venti e Trenta, prefigurò il
Novecento con il soma dell'artista borderline. Sagoma inquietante ed
enigmatica, sguardo algido, labbra sensuali e profilo greco, incarnò la
disdegnosa "Donna d'oro"dannunziana, che rifiutò con signorile alterigia
il vate dopo un burrascoso soggiorno al Vittoriale. Icona ‘Art Déco' e delle
Avanguardie, si espresse con uno stile pittorico unico e inconfondibile,
oscillante tra classicismo e raffinata sensualità...
"Io voglio che in mezzo a cento
altre, si noti una delle mie opere al primo colpo d'occhio". Diktat di un
atipico modus vivendi, trasgressivo e perverso, nascono così i suoi ritratti,
leziosi ed ammiccanti. La forma dei nudi ricalca quella staticità geometrica di
conici seni femminili, di addomi e cosce intuiti in opulenze spigolose sotto
vesti aderenti delle sue veneri frivole ed equivoche. Una fissità figurale nei
volumi accentuati dei corpi singoli o ammassati in uno snodo lussurioso e
altamente erotico si fa immediata trascrizione visiva di un cubismo sintetico,
con rimandi alla carnalità elegante e sensuosa del classicista Ingres e agli
azzardi compositivi e cromatici di Braque e Picasso. Ai ritratti glamour di
nobili e reali, a modelli d'iconografico timbro religioso,contrappose meretrici
e marines, cui spesso si accompagnò nelle notti dissolute di sesso e droga
lungo la Senna..."
Ho dipinto re e prostitute, non dipingo persone famose,
dipingo quelli ch m'ispirano e mi fanno vibrare".
Una femmina moderna, emancipata, libera di esprimere la propria bi/sessualità
come fu della Kahlo, il carisma e la teatralità. Entrambe ebbero
scenografici trapassi. Frida scelse l'ultimo viaggio, già pre-vissuto,
pre-visto, premonito sentore di ogni suo ritratto, tra braci in un letto di
fiori e colori, Tamara bramò le sue ceneri sparse su un vulcano mai
spento. Entrambe furono singolari nel loro essere estremo, donne fuori dal coro
ma autrici di indiscussa individualità, tracciando linee singolari e
indipendenti fra le correnti del secolo...
Altrettanto uniche nella loro leggenda d'artista e con eguale tormenti amorosi,
si accostano con uno scarto di quattro secoli le sorti di Properzia De Rossi presenza eccentrica del
Rinascimento
e Camille Claudel,
autodidatta d'innato talento, bellezza rara dalla fronte superba e
magnifici occhi di un inconsueto profondo blu.
Entrambe scultrici di notevole
pregio, l'una eccelse nel bassorilievo e nell'intaglio di noccioli di pesco e
ciliegio per microsculture orafe. L'altra, scultrice autodidatta, allieva,
musa, amante rifiutata da Rodin, nonostante l'alto riconoscimento, si escluse
dal cerchio artistico per una vita in solitudine. Amazzone geniale, dalla
passione all'esilio, confinata in manicomio irreversibilmente. L'insana follia
seguita all'abbandono ne sfiorì la bellezza, ne ombrò a poco a poco la
creatività.
Nei diversi transiti epocali, altre compagne d'avventura,
protagoniste talentuose, donne ancorate alla vita,
alla famiglia, con maternità appaganti: "Il tempo tra un parto e l'altro
volava", si completarono anche artisticamente. Per Camille che conobbe l'aborto, fu solo
creativo quel parto nel tempo, lei nel suo atelier fra disegni e
modelli, gessi da plasmare, polveri d'argilla e terrecotte, calchi in cera e
blocchi di marmo su cui scalfire il proprio dolore...
"L'atelier nidificava sotto il tetto a picco sulla strada e Camille
saliva infiniti gradini suddivisi in infinite rampe in infiniti pianerottoli e
trasportava secchi colmi di terra e pezzi di marmo. Giorno dopo giorno, sera
dopo sera dopo sera, con movimenti diritti oppure obliqui, lenti oppure
improvvisi, di palmo di dorso di lato, le mani plasmavano la creta e avrebbero
dovuto imprimere, ognuna sulla creta, un movimento dell'anima. Finché
all'improvviso il braccio di una figura si levava e sfiorava lo sguardo di
Camille. Vagava forse alla ricerca di una forma. Si levava di nuovo e quel
gesto leggero si fissava infine nella sua mente che cominciava
a misurare il ricordo col compasso e filo a piombo.
La immagino così - Camille - perdutamente
smarrita dentro la materia, mentre sfioro con lo sguardo, nell'impossibilità di
una carezza, il suo "Valzer con velo"
e da luci snebbiate sembrano affiorare bianchi fantasmi dentro lo spessore
del gesso. Come ombre accese ed animate, ecco brusire le sue creature bronzee e
marmoree, sinuose e sensuali, avvinghiate nella danza, in amplessi amorosi, in
simbiotici abbandoni dove la linfa peccaminosa irrompe dalle radici dello
spasimo...
"Dentro una stanza con le pareti bianche, Camille scoloriva,
le unghie viola, le sue dita gelate dall'ingiustizia dei gelidi inverni.
Nell'angolo più scuro dello specchio appeso alla parete bianca, stava Medusa,
ombrosa. Il modello era tutto lì, nella mente di Camille. Inscritto dentro una
geometria perfetta. Per far luce dentro la stanza, la luna era salita senza
sosta l'intera notte. Lasciava nel cielo vuoto un'ombra. Taceva ormai il
piccolo specchio insuperbito, appeso alla parete bianca e taceva anche Camille.
Piangevano davvero i salici, quella sera, dietro il balcone a Montdevergues, tra
ombre insolite che si riflettevano sulle pareti della stanza...cose che si sanno
appena e di tutte, più tremenda. La morte di Camille".
E ancora l'Arte oltre lo scandalo, le regole ai margini, l'estrema
fedeltà e il gesto estremo per il compagno perduto cui fece il dono più grande.
La sua pittura...
"Tutto quello che ho fatto è stato per Lytton. E in tutto il
resto ho fallito. La gente dice che è sempre stato egoista con me. Invece mi ha
dato tutto. Mi ha insegnato tutto ciò che so".
E' Dora
Carrington, o semplicemente Carrington, come amava farsi
chiamare, pittrice inglese dedita all'incisione e alla ritrattistica, la cui
vita nella splendida cornice vittoriana rimase sempre ai margini del
Bloomsbury Group, apprezzata più per originalità
caratteriale che non per levatura artistica. Anticonformista e trasgressiva
visse la passionale carnalità di fugaci inco, ma al di fuori delle convenzioni,
si annullò nell'amore impossibile per Lytton Strachey, saggista omosessuale al
cui trapasso non perdurò, togliendosi la vita...
"Tutto quello che facevo era per te. Amavo perché c'eri tu a
renderla perfetta. Ora guardo i miei dipinti e penso che non servono a nulla,
perché non c'è più Lytton a cui mostrarli, e piango."
Rivedo Carrington
fra cavalletti di legno, boccette d'olio di lino e di papavero, pennelli piatti
e quadrati di martora con strati di colori e ricordi di una vacanza. Spio il
chiaro lumeggìo dei suoi occhi e la nervosità del gesto nell'intervallo di una
posa. Un raggio di sole riverbera sulla frangia bionda, dello stesso brillio
dorato del giallo lacca impresso sulla tela. Sorride e con lei ogni cosa
attorno pare intridersi di quella sua risata. E mi torna l'eco della sua voce,
il rumore della sua vita, un torrente la sua ilarità di quell'estate che fu
tempo lontano, ora nel suo dipinto...qui davanti a me "Farm
of Watendlath" così colmo di
natura, saturo di quiete cromie a graduarsi dai piccoli frammenti azzurrati
nella stretta porzione di cielo alle masse collinari, morbide nel loro
ascendere tondeggiante come seni di donna, rotondità voluttuose allusive di una
pienezza sessuale. Sul sentiero a snodo, due virginee sagome di bimba e di
donna sembrano scandire il ciclico crescendo della loro maturante/maturata
sessualità, quasi Carrington leggesse in quel bianco divario, il suo io
speculare...
"Mi sedetti e disegnai finché non fu troppo tardi"-
scrisse di
questa scena - "Gli alberi sono
straordinariamente solidi, massicci come in certi dipinti di Tiziano e le case
deliziose, con i loro muri bianchi e grigi e la conformazione delle colline
sempre diversa".
All'altra di lei ritorno, non alla pittrice ma
alla donna, al suo sentire tormentato, alle missive per Strachey,
dal suo viaggio in Italia...
"Forse tra qualche settimana i
miei sensi si saranno ovattati e non avvertirò in modo così lacerante il dolore
che mi procura lo stare qui". Come vedi sapevo bene che la mia vita con te
avrebbe avuto dei limiti. Ma tu sei l'unica persona dalla quale mi sia sentita
completamente assorbita. Tu ha il potere con poche semplici parole di
trasportarmi dalla felicità più totale alla più profonda disperazione. Non hai
idea di quanto abbia amato persino ogni pelo della tua barba: di come ti
divoravo con gli occhi la sera, mentre leggevi per me a voce alta: di quanto mi
piaceva sentire il tuo odore impregnato negli asciugamani, e la pelle d'avorio
delle tue mani, e la tua voce, e il tuo cappello, quando dalla finestra lo
vedevo avvicinarsi dal fondo del giardino. Ralph è molto caro, ma non cambierò
mai il mio nome da signorina, così tu potrai sempre chiamarmi
Carrington". (14 maggio 1921)
Ma quanto forte è il desiderio di leggere
ognuna di queste
artiste, leggerle pensando a quello che fu anche
il loro privato, i segreti e le celate intimità, cucite tra le pieghe delle
vesti e del cuore, gli aneliti volutamene e dovutamente repressi, e l'agognata
libertà, agita o sublimata in quella poetica artistica che le vide cantrici del
loro essere, racconto di sé, di turbamenti sottaciuti, di sensi castigati e
d'inverate dissolutezze.
Ecco che il loro raccontarsi artistico diviene allora un privilegio
esistenziale necessario per affermarsi, confermarsi, confrontarsi, conquistare.
Ed è un accadimento senza mediazione, con il corpo, la psiche, lo spirito.
Mettersi in gioco, affermarsi individualmente come essere femminile, senza
riserve né veli. La verità è nell'immediatezza di uno sguardo, di un gesto, di
una lacrima espressa, quel disvelato trasparire di gioia e dolore fissati sulla
tela, su un volto di gesso, sulla pietra scalfita che resiste ad ogni
tormenta/tormento.
Sì, forte mi è questo anelito di penetrare,
abitare, possedere con la fisicità di Pollock, il dipinto. Respirarne le
atmosfere, percepirne la consistenza della trama, l'imprimitura dei colori,
essere invasa dallo spleen baudelairiano, mentre pauso a ritroso sulla
vaporante trasparenza di trine e merletti di Elisabeth, sulle gorgiere
inamidate, in mezzo a bimbe bretoni, nel giardino fiorito di malinconia, nel
parco con Jeanette, fra le spire blu di una sigaretta. E respiro di un respiro
bambino l'abbraccio materno, e colgo il dolore di Camille nei bronzei
svolazzi del suo Valzer, m'incanto sulle note del violino di Suzanne, sui libri
di Daphne e nell'eco delle sue conchiglie. Mi quieto nell'oasi blu verde
di Carrington, m'imbevo di fragranze e fruscii setosi nel camerino di Jeanne...
e mi rifletto nella vanitas di Sofonisba, sfiorando la craquelé che
lieve le contorna il volto e l'incarnato. Quella vanitas ritrattistica di sé,
riletta, ricelebrata fino allo spasmo da Frida...
Non ultimi questi fiori di Francesca e Chiara, di Margaretha
e Sibylla. Tulipani e convolvoli, narcisi e gelsomini, iris e rose
assimilati in rettangoli di luce, mossi da un vento
antico, petali svolati d'iridato biancore sillabanti lo sfiorire. Frammenti di
vita queste corolle appena dischiuse e disfiorate, quali pause di un accadere.
Diceva Camille "la forma non è riposo, è quiete. Avete
mai osservato una statua alla luce di una lampada?" E mentre parlava
accendeva un lume....
Sì, la quiete è anche vita, la pausa di un respiro, la
posa fissata sulla tela che si anima, l'ombra del colore ad alitar le sagome,
il guizzo di un volo, il fruscio di una pagina, l'accenno di una nota.
Mani e meraviglie di donne, donne in un trascorso
che ancora sa d'incessante trascorrere fino a percepirne l'animico
canto, quale soffio vicino e lontano di fiamma che titilla della loro Arte,
sempre.
carla benecchi
febbraio 08
Frida Kahlo - (Diari- Ed. Mondadori)- ( Lettere appassionate - Ed. Abscondita) - Camille Claudel- (Vita immaginaria di C.Claudel scultrice - Paolina Preo - Ed. Giunti)-(Art Dossier- Ed. Giunti)- Tamara De Lempicka- (stralci di interviste)- Dora Carrington- (L'altra metà dell'arte-Tiziana Agnati- Selene Ed.)
Citazione: "As a woman,/ I have no country/ As a woman, / I want no country /As a woman, / My country / Is the wordl". V. Woolf
Vittoria Cocito Buratti- Ritratto di Jeanette nel parco (1914)/Marie Danforth Page- Madre e figlio ( 1914) Evangelina Alciati- Amore Materno (1907) - Suzanne Valadon -La scatola del violino (1923) Jeanne Mammen- Nel camerino (1928) -Cecilia Maggi- La sigaretta (1934)- Dafhne Maughan Casorati- Piccoli libri-(1950)- Constance Marie Charpentier- La malinconia (1801)- Enella Benedict - Bambine di Bretagna (1892)- Amelie Beaury Saurel- Nel blu (1894)- Elisabeth Louise Vigée Lebrun- Autoritratto (1756) Francesca Volò Smiller - Rose,tulipani, narcisi gelsomini- Margherita Volò Caffi- Gigli, anemoni, rose rosa e bianche -Margaretha de Heer -Insetti, una rosa, lucertole e conchiglie- Maria Sybilla Merian- Natura morta con frutta, insetti e farfalle( 1698-1701) - Sofonisba Anguissola- Autoritratto al cavalletto (1556).
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- giovedì 18 marzo 2010Biasca (Svizzera): F. Alborghetti
- venerdì 19 marzo 2010Milano- ROSSO tra erotismo e santitÃ
- venerdì 19 marzo 2010Roma - Terry Olivi
- sabato 20 marzo 2010Belluno Francesca R. Brandes










