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KO UN - "L'isola che canta"
01 novembre 2009
LietoColle - Collana Altre Terre
Antologia poetica
(1992-2002)
Traduzione dal coreano e cura di
Vincenza D'Urso
Dinanzi al secondo libro del poeta sudcoreano Ko Un - candidato al Premio Nobel nel 2002, nel 2004 e finalista nel 2005 -, libro costituito da una scelta antologica di testi da cinque raccolte, tradotto in italiano da Vincenza D'Urso - come la precedente silloge di Ko Un, Fiori d'un istante, nella cui appendice il poeta apprezza "l'estrema sensibilità e la profonda conoscenza della cultura del mio paese" della traduttrice - può essere sollecitante prendere avvio da affermazioni dello stesso autore, riguardanti, proprio, il rifiuto delle nozioni di testo e di antologia: affermazioni che, tuttavia, posseggono un senso ben diverso dalla contestazione del significato editoriale delle scelte antologiche:
"... rifiuto le mode recenti tendenti a interpretare una poesia considerandola un testo. Nessuna poesia può rimanere su una scrivania o su uno schermo di Internet. Le poesie non esistono in antologie materiali. L'universo, lo spazio, l'immensità del tempo sono il loro palcoscenico più consono. [...]
La poesia-azione di Ko Un affida al lettore un interpretare radicalmente esposto, privo dei supporti codificati della testualità: il lettore deve costituirsi come co-autore, come lettore compartecipe di un'essenza poetica che di volta in volta "accade", trasformando gli impatti sensibili in parola. [...]
C'è, allora, nel poeta sudcoreano una auroralità primigenia del linguaggio, connessa alla catarsi mentale, alla trasformazione percettiva dovuta alla pratica del Buddhismo Zen, da parte di Ko Un: "Il linguaggio... deve diventare il prodotto del silenzio - sorgente del significato - che viene prima dell'atto della parola".La materia perde la referenzialità fisica e diviene "traduzione di segnali universali"; e la parola diviene allusione cosmica dell'oggetto percepito, nesso sincronico di oggetto e senso dell'oggetto. Nascendo dalla correlazione cosmologica, dalla necessità esistenziale, dal silenzio, la parola di Ko Un "non ha quasi bisogno di parole... il poeta della parola diventa così poeta dei silenzi".I significati del vivere (il tempo, l'amore, la nascita, la morte) sono colti come "ritmo" e come "eco" di un fluire sensoriale.
dalla prefazione di Paolo Leoncini
Condirettore di Ermeneutica letteraria. Rivista internazionale
In un giorno di neve
Nevica.
Voglio diventare il cane del villaggio.
No!
Nel profondo della montagna,
voglio diventare orso,
addormentato, ignaro di tutto.
Nevica.
Nevica..
L'animo di un poeta
Un poeta nasce negli spazi tra crimini,
furti, uccisioni, frodi, violenze,
nelle zone più oscure di questo mondo.
Le parole d'un poeta s'insinuano tra le
espressioni più volgari e basse,
nei quartieri più poveri della città,
e per qualche tempo dominano la società.
L'animo d'un poeta rivela il solitario grido di verità
che emana dagli spazi fra mali e bugie del suo tempo,
è un animo picchiato a morte da tutti gli altri.
L'animo d'un poeta è condannato, non v'è dubbio.
Il davanti dell'albero
Guarda, gli umani di spalle.
Se Dio esiste,
sarà forse questa la sua forma
in questo mondo?
Persino un albero
ha un davanti e un dietro.
Non necessariamente per colpa della luce del sole.
Non necessariamente per il Sud e il Nord.
Attraverso il suo davanti, io incontro l'albero,
attraverso il suo dietro, me ne accomiato.
E già mi manca, quell'albero.
Non possiede parole, l'albero,
ma se sente parole d'amore
porge più foglie al soffio del vento.
Le foglie del nuovo anno
saranno d'un verde ancora più smagliante.
E quando la nostra estate sarà trascorsa
rifulgirà lì,
d'un rosso fuoco
che nessuno potrà mai eguagliare.
D'un rosso fuoco
che nessuna fine d'amicizia umana
potrà mai terminare.
Madre
Una donna cammina e parla da sola
sembra che siano in due.
Mormora qualcosa affettuosamente
o forse è il pianto di una donna abbandonata,
nella storia appena letta.
Non sono forse così a volte le madri umane?
Come possono solo l'indoariana Maya4
o la Vergine Maria
essere considerate madri?
La donna che, al tramonto, scruta nel buio
pur non avendo figli che ritornino,
non è forse anche lei una madre?
Il poeta
Fu a lungo un poeta.
Persino i bambini
e le donne
lo chiamavano "Poeta".
Più di chiunque altro
lui fu un Poeta.
Persino i maiali, i cinghiali,
grugnendo lo chiamavano "Poeta".
Partì per andare lontano, morì sulla via del ritorno.
Non un verso rimase nella sua capanna di paglia.
Fu forse un poeta che non scriveva poesie?
Un altro poeta
compose in sua vece una poesia.
Non appena scritta,
fiuuu, volò via con una folata di vento.
Fu così che poesie di ogni spazio e tempo, scritte in migliaia di anni, seguendole
volarono via una per volta, fiuuu, con una folata di vento.
La poesia non c'è.
Danze
Il vento del nord soffiando s'avvicina.
Gli alberi,
alberi d'inverno, tutti, danzano.
Anch'io mi adeguo, e danzo.
In fondo
neanche il cielo sembra resistere:
i fiocchi di neve disordinatamente danzano.
Anche gli orsi nel profondo delle caverne,
e le serpi sepolte lungo i pendii delle colline,
si svegliano per un attimo dal lungo sonno
e danzano pacatamente
al ritmo delle cose terrene.
L'isola che canta
Sparse, nel mare delle mie origini,
chissà perché,
isole qui e là.
Piccola, tra loro,
s'intravede l'Isola che canta.
Quando il vento, forte, soffia nelle lontane acque dell'Ovest,
attorno a quell'Isola,
sempre,
si ode cantare.
Puntuali, da tempi antichi,
arrivano le anime dei pescatori morti nel vasto mare,
Arrivano col grande vento
e cantano.
Per giorni e notti, cantano.
Così anch'io, cresciuto
guardando quell'Isola
ho accolto in me il grande spirito
e ancora oggi sono un cantore viandante.
Ho avuto, a volte, momenti solenni, ma oggi non son'altro
che un triste
malinconico cantore viandante.
Le lingue del mondo
Quando il vento parla
volano i suoi capelli e si gonfiano le gonne,
quando il vento non parla
del suo villaggio non si gonfia la bandiera.
Quando il cielo parla
si bagnano le vesti
e s'inzuppano i tetti,
frenetiche cadono le gocce.
Quando i fiori parlano
il suo volto sorride luminoso.
Oltre il mare, nella terra a oriente,
il mondo diventa onde, voce di onde.
Di ritorno dall'Himalaya
Non provavo dolore.
Era un giorno freddo
in cui desideravo togliermi gli occhi
e metterne altri.
Di ritorno dall'Himalaya
un bambino mi chiese
che cosa ci fosse lì.
Desiderai diventare anch'io l'acuta voce del bambino.
Il canto del colore bianco
Una vita.
Sogna un'altra vita.
Nella tarda primavera, quando i fiori palpitando
aspettano la luna,
una vita
somiglia a un'altra vita.
Nelle notti d'estate, quando i campi di grano saraceno
aspettano la luna,
una vita
seppellisce un'altra vita.
È inverno
la neve che ormai scende fitta
attende con tutta se stessa la luna.
Getto un sasso.
Quel sasso finisce nella neve.
Una nuova vita ha inizio.
La luna è sorta in un baleno.
Notizia sull'autore
È difficile spiegare in poche pagine la valenza letteraria,
culturale e storica del poeta coreano Ko Un (vero nome: Ko Ŭnt'ae). Il poeta
nasce a Kunsan, una piccola città della regione Chǒlla settentrionale, il 1
agosto del 1933, in pieno dominio coloniale giapponese. Primogenito di una
famiglia povera e di modesto livello culturale, con la madre malata e taciturna
di natura, e il padre affettuoso ma riservato, il giovanissimo Ko Un subisce il
fascino del nonno, un ubriacone che teme per i suoi improvvisi scoppi di
violenza, ma che al tempo stesso ammira perché grande patriota, e perché
insegna al nipote l'importanza dello studio della storia nazionale e della
resistenza all'occupazione giapponese. La nonna materna nutre per il nipote una
particolare predilezione, ma muore durante l'esodo seguito alla guerra di
Corea (1950-53), e in seguito al grande disordine seguito alla terribile guerra
fratricida, di lei non resterà neanche una tomba su cui poterla piangere.
Dei suoi primi anni il poeta ama ricordare un episodio in particolare, avvenuto a scuola nel 1942: in terza elementare, la maestra giapponese aveva chiesto ai suoi allievi cosa volessero fare da grandi e Ko Un aveva detto: ‘l'Imperatore del Giappone'. La risposta venne considerata un affronto alla sacra figura dell'imperatore giapponese (infatti gli costò una severa punizione), ma mise anche in luce il coraggioso spirito libero del poeta.
Nel giugno del 1950 scoppia la guerra di Corea e il paese precipita nella tragedia della distruzione e dell'odio. Il poeta, sconvolto da tanto dolore, tenta per la prima volta il suicidio. Fortunatamente si salva ma perde l'uso di un orecchio. Nel 1952 decide di entrare in monastero e prende i voti da monaco buddista. Studia meditazione Sŏn (Zen) con il Maestro Hyobong e nel decennio successivo viaggia per tutta la Corea vivendo
di elemosine. Nel 1957 è cofondatore del Quotidiano Buddhista, di cui diventa il primo Direttore Responsabile. In questo periodo comincia a pubblicare saggi e poesie. Il suo debutto letterario avviene nel 1958, con una breve poesia intitolata Tubercolosi, presentata sulla rivista Poesia Moderna: padrino del suo battesimo letterario è il grande poeta Cho Chihun. Due anni dopo il poeta pubblica la sua prima raccolta di poesie, intitolata Sensibilità di un altro mondo ed è già famoso, in ambienti sia letterari sia buddhisti. Diventa priore del Tempio Chondung, poi Direttore dei progetti educativi e vice-Priore del famoso Tempio Haein e infine membro del Comitato Centrale dell'Associazione Nazionale dei Monaci Buddisti. Ma la corruzione che dilaga negli ambienti clericali buddhisti diventa per Ko Un fonte di grande frustrazione, e nel 1962, dieci anni dopo la promessa dei voti, pubblica sul quotidiano nazionale Hankook Ilbo un Manifesto di Rinuncia e sveste l'abito monacale per ritornare alla vita laica.
Dal 1963 al 1966 dirige sull'isola di Cheju, la maggiore del paese, a sud, una scuola di carità in cui insegna coreano e arte senza essere pagato. In questi anni legge Il placido Don, di Michail Aleksandrovič Šolochov, in una traduzione in lingua giapponese, ma la grandezza del testo lo fa precipitare in una profonda disperazione e il poeta brucia tutti i suoi manoscritti. Appartiene a questi anni anche il suo secondo tentativo di suicidio: Ko Un è intossicato dall'alcol e soffre d'insonnia. In questi anni inizia il tormentato periodo nichilista, durante il quale il poeta non fa che ubriacarsi, anche se la vena poetica continua fertile, e in più il poeta si cimenta anche nella saggistica e nella narrativa. Nel 1970 tenta di nuovo il suicidio, avvelenandosi. Rimane in coma per trenta ore in ospedale, ma anche questa volta sopravvive.
I primi anni Settanta sono per il Paese un periodo di profondi cambiamenti sociali, che si riflettono profondamente sulla vita del poeta e gli infondono un rinnovato entusiasmo di vivere e resistere. Il poeta rinnega il suo passato nichilista e si trasforma in un appassionato militante nazionalista, coinvolto attivamente negli eventi storici e sociali del tempo. Diventa una delle principali figure di riferimento nella protesta generale contro il tentativo da parte del presidente Park Chung Hee di emendare la Costituzione e impadronirsi per sempre del potere. Ko Un
è già profondamente coinvolto nel movimento per i diritti umani e in quello dei lavoratori. Tra gli anni 1974-1978 viene fondata l'Associazione degli Scrittori per la Libertà, di cui diviene il primo segretario generale. La nomina lo mette in prima fila sulla lista nera del KCIA (Korean Central Intelligence Agency), i servizi segreti sudcoreani, che provvedono ad arrestarlo e imprigionarlo varie volte.
Ciononostante non smette di scrivere. Sono di questi anni le raccolte poetiche Sulla strada per il villaggio Munui (1977), Strada all'alba (1978), alcune apprezzate traduzioni dal cinese classico Poesie scelte della dinastia Tang e Poesie scelte di Tu Fu, entrambe del 1974, come pure biografie critiche di famosi artisti e poeti coreani quali Yi Jung-Sŏp, Han Yong-Un, Yi Sang, tuttora considerate in Corea classici di critica letteraria. Oltre a essere nominato segretario generale dell'Associazione degli Scrittori per la Libertà, in questi anni Ko Un viene anche eletto rappresentante dell'Associazione Nazionale per il Ripristino della Democrazia. Nel 1974, Ko Un è il primo poeta coreano a ricevere il Korean Literature Prize, ma nello stesso anno viene anche arrestato dal KCIA e imprigionato per la prima volta. Nel 1978 viene eletto Vice-Presidente dell'Associazione Coreana per i Diritti Umani.
L'anno 1979 registra un evento di straordinaria importanza nella storia della società coreana contemporanea, in seguito all'assassinio, nel mese di ottobre, del presidente Park Chung Hee, da parte del Direttore del KCIA, e all'ascesa al potere, con un altro colpo di stato, del generale Chun Doo-Hwan.
Ko Un viene eletto Vice-Presidente dell'Associazione per l'Unità Nazionale, e arrestato una seconda volta, sempre per attività sovversive. A causa delle torture, riporta danni permanenti al timpano di un orecchio. Nel maggio del 1980, in concomitanza con la strage di Kwangju, cittadina a sud del Paese dove l'esercito agli ordini del generale Chun doma nel sangue una rivolta popolare, Ko Un viene arrestato con il sospetto di alto tradimento e imprigionato per la terza volta. La Corte Marziale lo condanna all'ergastolo, ma due anni dopo, nell'agosto del 1982, il poeta viene liberato in seguito a un'amnistia generale.
Gli anni successivi registrano ancora una volta un radicale quanto inaspettato cambiamento nella vita del poeta: dopo ben cinquant'anni di
vita solitaria, il 5 maggio del 1983, Ko Un si sposa con Lee Sang-Wha (Yi Sanghwa), docente universitaria di Letteratura Inglese, e si trasferisce con la sua nuova famiglia nella cittadina di Ansŏng, a circa due ore a sud di Seoul, dove vive tuttora. Nasce la sua unica figlia, Charyŏng. La serenità della nuova vita familiare e il trasferimento ad Ansŏng facilitano la vena creativa del poeta: appartengono agli anni tra il 1984 e i giorni nostri alcune tra le opere più belle e intense che il poeta abbia mai composto, tra cui numerosi volumi di poesia, ma anche di prosa e di saggistica.
È possibile affermare che questi anni rappresentino il periodo d'oro di Ko Un. È infatti nel 1984 che il poeta inizia a comporre la monumentale opera poetica in trenta volumi, intitolata Maninbo (Diecimila vite), solo di recente giunta a compimento con la consegna, al fedele editore Ch'angbi, degli ultimi quattro volumi della raccolta.
Appartengono a questi anni anche tutte le raccolte poetiche contenute nella presente compilazione antologica: Canti del domani (1992), La strada non ancora percorsa (1993), Una lapide (1997), Sussurro (1998) e Canti tardivi (2002).
Pubblica inoltre Il Monte Paektu: un'opera epica, in sette volumi, tra il 1987 e il 1994, e la prima serie in venti volumi di Opere complete, a cui si aggiungono cinque volumi della sua Autobiografia (1986). Nel 1989 viene imprigionato per la quarta volta. Dal 1989 al 1990 ricopre la carica di Presidente dell'Associazione degli Artisti Coreani. Negli anni successivi il poeta ha modo di visitare più volte la Corea del Nord, con l'approvazione del governo sudcoreano. Vi si recherà anche nel 2000, come membro della delegazione ufficiale per lo storico incontro al vertice tra i leader delle due Coree, fortemente voluto dall'allora presidente della repubblica Kim Dae Jung.
Nel 2001 esce la raccolta di poesie brevi intitolata Fiori d'un istante, pubblicata in Italia dall'Editrice Cafoscarina (2005).
Nel 2002 giunge la prima nomina a candidato per la Corea al Premio Nobel per la Letteratura. Il suo costante impegno verso una riappacificazione delle due Coree viene riconosciuto con la nomina a presidente della Conferenza degli Scrittori sud- e nordcoreani e del Korean Literary Peace Forum. Nel 2004 giunge la seconda candidatura al Premio Nobel per la Letteratura. L'anno successivo visita la Corea del Nord, per partecipare, in veste di Presidente, alla riunione del Comitato Editoriale Congiunto Nord-Sud per la compilazione di un Dizionario Pan-coreano di lingua coreana, progetto tuttora attivo.
Nel 2008 Ko Un festeggia a Seoul i cinquant'anni di attività letteraria con una serie di eventi, tra cui la pubblicazione del suo ultimo volume di poesia, Spazio Vuoto (Changbi Publishers, 2008) e l'allestimento di una mostra di suoi quadri presso il Korea Foundation Art Center, che ne celebra anche la sua bravura come pittore.
Le sue opere sono state tradotte in oltre quindici lingue, e Ko Un ha ricevuto ben quattordici prestigiosi premi letterari, di cui due a livello internazionale (Svezia e Canada).
Notizia sul curatore
Vincenza D'Urso, ricercatrice, insegna Lingua e Letteratura coreana all'Università Ca' Foscari dal 1998. Prima traduttrice di Ko Un in lingua italiana (Fiori d'un istante, Cafoscarina, 2005), ha anche tradotto altri volumi di poesia (Ku Sang, Il Fiume di Cristoforo, Cafoscarina, 2004) e un'antologia di poesia di cortigiane in coreano medievale e cinese letterario (Canti dal Padiglione azzurro, Armando Caramanica Editore, 2005), oltre a numerosi autori e autrici coreani contemporanei, tra cui Eun Hee Kyung (La stanza di mia moglie, Cafoscarina, 2005), Yang Guija (Gente di Wonmidong, Cafoscarina, 2006) e Gong Jiyoung (Le nostre ore felici, BCDe, 2009). La sua traduzione di Hwang Sŏk Yŏng (L'ombra delle armi, BCDe, 2007) ha ricevuto una nomination alla 1ª edizione del premio Ecstra per la Traduzione Letteraria di Urbino. Vincitrice delGran Premio alla Traduzione letteraria per il 2009, riconosciuto dal Korea Literature Translation Institute.
Il volume è pubblicato con finanziamento dal parte di Korea Literature Translation Institute.
Illustrazioni di Ko Un.
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