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In memoria di Jozefina Dautbegovic

10 gennaio 2009

 

Un omaggio alla poetessa bosniaca Jozefina Dautbegovic, mancata recentemente (novembre 2008), della quale LietoColle ha pubblicato alcune poesie in traduzione italiana nel recente numero 11 della rivista L'ULISSE (pag 154)

 

 

Jozefina Dautbegovic

 

Di quanta "patria" ha bisogno l'uomo? In memoria di Jozefina Dautbegović

 

di Neval Berber

 

Gli anni Novanta sono stati laceranti e tragici per i popoli ex jugoslavi. Migliaia di persone hanno perso la vita e milioni la casa. Alcuni sono ritornati, hanno tentato di ricostruirla, di riabitare le loro vecchie dimore, gli altri non lo hanno potuto fare o quando hanno potuto, spesso non l'hanno voluto, poiché le tragedie che avevano segnato nel frattempo i posti di provenienza erano troppo dolorose e le condizioni politiche non sempre accettabili. Una di queste persone è stata anche Jozefina Dautbegović, poetessa originaria della Bosnia-Erzegovina, scomparsa il 27 novembre 2008 a Zagabria in Croazia, dove dal 1992 abitava in esilio. Nella sua terra d'adozione, Jozefina Dautbegović è stata una delle voci poetiche più incisive degli ultimi vent'anni, lasciando dietro di sé numerose raccolte di poesia e un libro di racconti. La sua poesia ha testimoniato con versi sempre ben collocati nel quotidiano quello che Josif Brodskij ha chiamato la "condizione metafisica" dell'esilio. Ha fatto emergere un mondo interiore che a partire dagli anni Novanta è andato cambiando sotto l'influsso di una realtà segnata dalle esperienze della guerra e dalla vita in esilio. Il mondo "alterato" con il quale entriamo in contatto leggendo le poesie di questa poetessa ha messo a nudo un io poetico ferito, che però non si è chiuso autisticamente in se stesso, bensì ha prestato generosamente la propria voce a chi è più debole, al "subalterno" che non può parlare ma che ha la necessità di emergere dalla guerra, dall'esilio. Il mondo intimo delle poesie di Jozefina Dautbegović ha potuto in questo modo diventare il mondo di tutti coloro che hanno visto la propria vita invasa prepotentemente dalla guerra e da ciò che la guerra circonda, accompagna o che alla guerra consegue.

            Ma il tema che letteralmente perseguita quasi ogni verso scritto da questa poetessa dopo il 1992 e che ritorna con un ritmo ossessionante è proprio quello della "patria". Ogni sua poesia sembra porsi da capo quella stessa domanda "di quanta patria ha bisogno l'uomo?", e sembra rispondere ogni volta senza esitare "più di quante uno possa immaginare" (Jean Améry). E la poetessa non si ritira da questa consapevolezza né quando ammette la fragilità di quel luogo che la sua immaginazione dipinge come "patria" e nemmeno quando descrive nei suoi versi la rottura definitiva con esso. Poiché la sua parola poetica è un instancabile abbandonarsi a un rapporto amoroso con quel luogo, che si intende come "patria", ma ora non c'è più. La sua poesia è un inesorabile gioco di fantasia che la "patria" sogna nel passato, la costruisce nel futuro o la rievoca nel presente attraverso gli oggetti della memoria.

Jozefina Dautbegović ci ha lasciato due settimane fa, ma i suoi versi, testimonianza della necessità dell'uomo postmoderno di possedere una "patria", rimangono con noi. Anche se, come ci insegna Theodor W. Adorno, la condizione dell'uomo moderno è quella di vivere senza una fissa dimora, la parola poetica di Jozefina non smette di suggerirci che ciò non significa che l'uomo non abbia bisogno di una "patria" e che, quando quella che si immagina di esserlo non c'è più, non tenti di ricrearla altrove. Per esempio nella poesia, come ha fatto Jozefina Dautbegović.

 

                                                                                    19/XII/ 2008, Venezia

 

 

 

 

Jozefina Dautbegović

L'ultimo inverno bosniaco

 

Ovunque vada lo porto come una malattia ereditaria

ce l'ho nelle ossa

nel midollo

Sento l'inverno d'estate a Hvar Korčula Opatija indifferentemente

dentro di me continua all'infinito fino in fondo si è radicato

 

Chissà in quale parte di me giacciono tutte le sue nevi

che nel periodo in cui non c'ero

come nei racconti popolari di luoghi incantati

erano cadute per sette lunghi anni

e si sono trasformate in ghiacciai

Da allora le stagioni si susseguono per me

come in un film solo davanti agli occhi

ma dentro di me continua l'inverno

Sicuramente quando me ne andavo avevo nelle ossa

le ultime nevi bosniache

senza rendermi conto di portarle per sempre

 

Dico nelle ossa ma chissà dove si sono ficcate

forse abitano nella materia grigia del mio cervello

e inaspettatamente cadono

proprio quando mi abbandono ai +30° C e godo

come una lucertola sul muro a secco

All'improvviso sento da qualche parte un vento ghiacciato

soffia mi tira per l'orlo del vestito

lo riconosco profuma di nevi bosniache

ma lui per ogni evenienza

agita i rami di palma sotto il mio naso per convincermi

 

Anche se di regola non mangio gelati

ogni volta sul fondo della coppetta

di macedonia tocco col cucchiaino della frutta ghiacciata

Il mio inverno bosniaco mi trova in piena estate

sulle strette stradine delle città costiere

esce dalla porta di qualche cantina

o da dietro i bui altari delle chiese romaniche

Soltanto a causa sua porto le maglie di lana d'estate in vacanza

e quando entro in mare ogni volta desidero infilarmi le calze

 

A causa sua tu mi dici come sei fredda

vieni che ti scaldo le mani.

 

ZAGABRIA, 3/03/1999

 

 

(Da ‘LA televisione di Dio')

Traduzione di Ginevra Pugliese

 

 

 

 

 

 

 

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