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Il neorealismo, i registi contemporanei, l'interesse dei giovani (D. Fent)

17 gennaio 2009


«Risaie addio: oggi il set lo decide il denaro»

Tra Film Commission e omologazione: l’analisi di Maurizio Cabona


Maurizio Cabona è critico cinematografico de "Il Giornale", dove lavora dal 1986. Ha curato "Il caso Autant-Lara" (Asefi, 2001) e "Invictis victi victuri" (Il Castoro, 2008); nel 2006 è stato giurato nella sezione "Un certain regard" del Festival di Cannes, ricevendo nello stesso
anno il premio "Domenico Meccoli" come miglior critico dell'anno.

"Riso Amaro" di Giuseppe De Santis, girato nel vercellese, descrive le mondine in un dramma sullo sfondo di conflitti personali e sociali. Lei come pone il film nel neorealismo?
Al suo confluire nel dramma tradizionale che avrebbe raggiunto l'apice di incassi coi film di Raffaele Matarazzo.
De Santis riceve l'incarico per "Riso amaro" quando è in essere il fiasco commerciale del neorealismo; se ne distaccca non solo lavorando con attori professionisti, anziché presi dalla strada, ma riducendo il messaggio a una sobria rappresentazione del duro lavoro. Hollywood l'aveva già fatto.

Fra gli interpreti ci sono Silvana Mangano, Raf Vallone e Vittorio Gassman. Li ha conosciuti personalmente?
No, ho avuto mansioni di critico solo dopo che le loro carriere erano finite. E del resto un critico incontra più facilmente registi che attori: questi toccano ai cronisti.

Lei ha ideato rassegne di cinema italiano d'epoca. Il pubblico risponde? E i giovani?
La risposta dipende dall'eco di stampa della manifestazione e dal cinematografo che la ospita: una cineteca, terreno già arato, dà esiti talora entusiasmanti, ma con un pubblico sempre d'età. I giovani vengono se c'è un film a sfondo altrettanto giovane.

Esempi di rassegne?
Nel 2004, allo Spazio Oberdan di Milano, ho curato "Gli italiani si guardano", sull'immagine del nostro popolo offerta dal nostro cinema 1942-2002: nello scorso novembre, al cinema Trevi di Roma, ho ideato ‘Invictis victi victuri', sulle Forze armate nella II guerra mondiale come furono rappresentate nel cinema post-bellico.

E altrove?
Dipende dall'organizzazione locale. Alla miglior volontà di chi organizza può corrispondere l'indifferenza circostante.
Totò, Sordi, Tognazzi, Chiari, Gassman e Manfredi, che facevano essenzialmente film per il grosso pubblico di un tempo, ora non interessano quasi nessuno sotto la cinquantina, mentre Gabriele Muccino e Paolo Sorrentino interessano i trenta-quarantenni.

Torniamo a "Riso Amaro". Soggetto e sceneggiatura erano di Giuseppe De Santis, Gianni Puccini e Carlo Lizzani. Lei conosce Lizzani...
Lizzani ha vissuto ideologie che mobilitavano i popoli. Ha visto di tutto nella vita, cominciando da Vittorio Mussolini e Roberto Rossellini, ma ha saputo anche fare cinema d'impronta spettacolare. Ciò lo ha reso attento a ogni area, quando la cinefilia di più recente generazione è autoreferenziale: guarda il proprio ombelico.

Alla morte di Dino Risi lei gli ha dedicato un riccordo toccante e bellissimo. Risi si era rifiutato di fare lo psichiatra, firmando agli esordi il soggetto di "Anna", del 1951, con la Mangano. Come lo ricorda?
Come una persona che saputo vivere senza lavorare, se per lavoro s'intende fare per denaro ciò che mai si farebbe gratis. Risi invece è stato pagato per fare ciò che voleva fare. E' vissuto tanto perché è vissuto divertendosi. Il segreto della (relativa) felicità è tutto qui.

Riso amaro è uno primi dei film italiani ambientati in provincia. Ferrara è stata sfondo per Antonioni e Vancini; Rimini per Fellini; Luino e il Lago Maggiore per i film tratti da Piero Chiara. Oggi come vede la situazione?
Oggi si gira dove ci sono Film Commission che pagano i conti di alberghi e ristoranti. Nulla di male se sceneggiature e attori si adeguassero al luogo dove si svolge la storia.

Invece?
Che si giri a Genova o a Trieste, a Torino o Palermo, le storie restano calcate su uno sfondo che avrebbe dovuto essere romano o, più raramente milanese. E gli attori hanno quasi sempre la stessa micidiale intonazione romanesca.



Davide Fent
articolo pubblicato su LA SESIA, gennaio 2009

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