I. Mugnaini: Poesia- la più vitale delle cose superflue

 

Sapere con esattezza cos'è la poesia con ogni probabilità significa perderla: come una donna bellissima ed altera che, nel momento in cui vede scoperto il suo segreto, perde ogni interesse, ogni magia. Probabilmente alla domanda saprebbero rispondere in modo adeguato solo i bambini scelti da Anna Maria Farabbi per dare voci fresche ed immediate a questo suo foglio, questo messaggio nella bottiglia lanciato nel mare dei versi e dei loro possibili sensi. Ma i bambini risponderebbero con un riso, una corsa, una fuga, un attimo di creazione pura, tra follia e saggezza, un istante troppo vero, impossibile da delimitare con le parole e con la cosiddetta logica. Di sicuro la poesia la creano Giulia Niccolai, Daniela Mattiacci, Marina Giordani e Giuliana Lucchini, ognuna nel suo settore specifico, con la serietà e la passione, l'applicazione costante, tenace, il connubio tra lavoro e scoperta, metodo e invenzione. Forse la poesia è l'insieme, l'armonia tra immediatezza e ricerca, tra la libera esplosione di vitalità infantile e la costanza dell'attività mirata alla scoperta di ciò che è autenticamente umano, ossia dotato di quella natura innata in grado di generare una realtà altra, riproducendola, modificandola, evocando mondi possibili, sensi, sentimenti, a volte perfino tentativi di interpretazione dell'enigma dell'esistenza. La poesia, allora, forse (e il dubbio è più che mai necessario e vitale), è l'unione di bellezza ed arte, ispirazione e ricerca dell'espressione in grado di darle voce.

            E' proprio seguendo questi punti di riferimento, queste direttrici che si intersecano fertilmente ed appassionatamente, che provo, per il puro gusto del viaggio, a fornire una risposta all'ardua domanda di partenza.

            La poesia come arte, dunque, in primis: la più vitale delle cose superflue. La più inutile delle cose indispensabili. Ancora una volta si sorvolano acque mutevoli e cangianti. E', tuttavia, una delle incertezze che vale la pena vivere. Ancora più sicuro, in un'epoca di violenze che definire disumane è miseramente eufemistico, mi piace, qui ed ora, parlare d'arte. E' un tentativo essenziale. Un po' di zucchero non fa mai male. Anche perché quello dell'arte è uno zucchero particolare. Non certo dietetico, questo mai. Se così fosse sarebbe un altro tipo di cibo. Piuttosto si tratta di uno zucchero salato, e l'ossimoro comincia a spalancare il primo orizzonte: il vero e il suo contrario. E' uno zucchero che contiene anche il gusto sapido e a tratti amaro della coscienza del tutto. Un istante in cui si vede un lato della luna e si immagina l'altro. E l'immaginazione non è meno nitida della percezione diretta. Faccio ricorso a un libro prezioso, Il mestiere di vivere. Pavese sostiene, forte della sua esperienza di autore e di voracissimo lettore e studioso, che "Tutta l'arte è un problema di equilibrio tra due opposti". Un altro scrittore italiano, Corrado Alvaro, entra più nei dettagli, osservando che "L'arte non è altro che la forza di suggestione di un particolare". Il riferimento specifico di Alvaro richiama alla mente l'arte relativamente giovane e moderna del cinema. Ognuno avrà di certo in mente molti film, molte scene in cui un'apparente minuzia evoca un'atmosfera e contribuisce in modo determinante a creare la magia. Il discorso resta valido anche in termini più ampi. Si adatta bene alla pittura, alla musica, e, con uguale forza, alla letteratura.

            Ne La voix du silence, Malraux sostiene che "L'arte è un antidestino". Frase breve e luminosa, un lampo, un arcobaleno. D'accordo, non risolve. Alla fine il destino, quello vero, prevale sempre. Sì perché l'arte dà moltissimo ma chiede altrettanto. E' un'amante gelosa. Possessiva, per dirla in termini più gentili. Il rapporto tra arte e libertà è complesso e sfumato. Non a caso i punti di vista in proposito sono a dir poco variegati. Lo scrittore francese Suarès afferma che "L'arte è il luogo della perfetta libertà". Una posizione netta, consolante, idilliaca. Qualche anno prima di lui Goethe aveva espresso il concetto in termini più ambivalenti: "Non c'è via più sicura per evadere dal mondo che l'arte; ma non c'è legame più sicuro con esso che l'arte". La riflessione di Goethe mi pare così ben bilanciata, pesata, vissuta nel profondo, che mi viene fatto di schierarmi dalla sua parte, in questo caso. Di certo al buon Goethe della mia opinione non importa nulla. A me però la sua riflessione è piaciuta, e, a costo di irritare ulteriormente il teutonico vate, cito un'altra sua frase che ho letto con piacere: "Se è una gioia godere ciò che è buono, ce n'è una più grande ancora: sentire ciò che è meglio. E, in arte, soltanto l'ottimo è buono abbastanza".

            Anche queste parole di Goethe mi paiono vere. Ma l'aggettivo "vero" è pericoloso quando si parla di arte. Meglio allora fare una controvirata, una manovra che permetta di tornare al punto di partenza per trattare ancora del rapporto arte-verità. Anche in questo caso mi concedo il privilegio di contrapporre due personaggi molto diversi. Da una parte il filosofo Adorno, di cui cito volentieri un'affermazione perentoria: "L'arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità". Faccio fare eco a questa citazione da un'altra tratta da un commento di Pablo Picasso: "L'arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità". Che dire? Sfumature, punti di vista di due autori di grande spessore. I quali, nei ragionamenti e nelle tele, hanno tenuto fede a quanto affermato, dando vita però anche all'esatto contrario. La più coerente delle forme di incoerenza. Collegato a questo aspetto, almeno in parte, anche se poi il fulcro del discorso diverge, è il parere espresso da V. Nabokov: "Mi sembra che nella scala delle misure universali vi sia un punto in cui si incrociano l'una con l'altra l'immaginazione e la conoscenza, un punto in cui si raggiunge il rimpicciolimento delle cose grandi e l'ingrandimento di quelle piccole: è il punto dell'arte".

            Un autore che ha parlato molto di arte, e di ciò che lui considerava l'opposto e il nemico di essa, è stato Oscar Wilde. "Tutta l'arte è completamente inutile", sosteneva. Non è difficile immaginare il suo sorriso ironico e compiaciuto mentre pronunciava queste parole ai suoi ammiratori. Sapendo bene che si tratta di un inutile di cui lui, e loro tramite lui, non potevano fare a meno. Sempre Wilde dichiarava, aggiustandosi magari il garofano verde sull'occhiello, che "L'arte non esprime mai nulla al di fuori di se stessa". Frase che avrebbe fatto andare su tutto le furie Majakovskij, pronto a ribadire che "L'arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo". Ovviamente entrambe le posizioni sono legittime. Quanto a voler dire quale delle due sia vera, sarebbe pretenzioso, oltre che contraddittorio. Si potrebbe provare a schivare l'ostacolo dicendo che tutto dipende dall'autore, dalla sua indole, dal suo ambiente, dalle sue idee. Se poi non ci si imbattesse in un'affermazione di un altro autore francese, F. Fénelon, che, in una lettera all'Accademia di Francia, ebbe a scrivere: "Perché un'opera sia veramente bella, bisogna che l'autore vi dimentichi se stesso, e mi permetta di dimenticarlo".

            E' ancora Wilde, in "The Decay of Lying" , ad affermare che "Nessun grande artista vede mai le cose come sono. Altrimenti non sarebbe più un artista". Affianco a Wilde, sperando che non si azzuffino, il filosofo statunitense G. Santayana, il quale ebbe a riflettere sul fatto che "Un artista è un sognatore che acconsente di sognare il mondo reale".

            E il sogno, il più vero e il più grande, dell'arte, è la bellezza. "La bellezza salverà il mondo", scriveva Dostoevskij nel suo Discorso a Puskin. Ogni artista è "addicted to beauty", a quella bellezza più ampia e sfuggente: quella anche ruvida, scomoda, persino brutta, a volte, che a tratti si coglie in qualche pausa inattesa di questo viaggio quotidiano in cui siamo impegnati. "La bellezza è solo la promessa della felicità", scriveva un altro gigante, Stendhal. Può darsi. Ma senza tale promessa il viaggio, corto o lungo, comodo o avventuroso che sia, non avrebbe ragione neppure di iniziare.

            Secondo R. W. Emerson. "Anche se giriamo tutto il mondo in cerca di ciò che è bello, o lo portiamo già in noi, o non lo troveremo". La bellezza è una forma di verità, e riguardo a tale rapporto si è detto e scritto molto. Non poteva che essere così. L'abbinamento, e il confronto, sono immediati, ineluttabili. Di fronte al mistero per eccellenza, il bello, il vero si fa da parte, oppure reclama sbraitando i propri diritti, rompendo l'incantesimo, o sublimandolo. La posizione prevalente è espressa in una frase molto nota: "Beauty is truth, truth beauty", esclamava John Keats. "Bellezza è verità, verità è bellezza - solo questo sapete sulla terra, e non c'è bisogno d'altro". Un drammaturgo spagnolo, molto meno noto, A. Casona, esprime lo stesso concetto tramite un parallelismo ancora più solido e perfetto: "La bellezza è l'altra forma della verità". L'omaggio romantico alla bellezza è fascinoso, possiede una sua vena quasi laicamente mistica, un omaggio estatico assoluto. Ma personalmente ritengo che il bello sia più vero del vero, nella sua effimera, ingannevole, irrinunciabile essenza. E' ancora Emerson a proporre tale considerazione: "Le cose possono essere graziose, eleganti, sinuose, aggraziate, ma finché non parlano all'immaginazione non sono ancora belle".

            Il ruolo della bellezza, anche della poesia e nella poesia, è sempre stato fondamentale. E' un pianeta mutevole la cui attrazione per il nostro pianeta e per i suoi abitanti è costante. "Se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, tutta la faccia della terra sarebbe cambiata", annotava Pascal. Non è il caso di chiederci come né perché. La frase contiene in sé tutte le domande e tutte le risposte possibili. D'altronde è sul filo oscillante e tortuoso del tempo, del mutare, dell'attimo che si rivela e avvince nel profondo, per poi svanire, che si disputa la gara essenziale, la scommessa della vita e dell'arte. Parlando di arte, cade a proposito un'ennesima asserzione degna di nota e di memoria, molto conosciuta anch'essa. Ne è autore Th. Gautier: "Niente di ciò che è bello è indispensabile alla vita. [...] Di veramente bello c'è soltanto ciò che non può servire a nulla. Tutto ciò che è utile è brutto". In questa perentoria considerazione ci sono le radici di interi movimenti letterari e stili di vita datati e presenti. Il discorso di fondo è condivisibile. Ma il disprezzo per il quotidiano e per il tangibile, visti come miseramente prosaici, a me personalmente appare eccessivo. La bellezza è anche nelle cose, nel cammino di ogni giorno, nei passi, nel sudore, nello spazio e nel tempo, nel corpo e nella mente.

            Ancora una volta riemerge la metafora della strada: se la realtà è una statale, o un'autostrada a quattro corsie, la bellezza è uno strada panoramica di montagna piena di curve. Impegnativa, rischiosa, senza parapetto.  Ma cercarla, e, quando si può, percorrerla, vale sempre la pena. Del resto quel brivido sottile, il rischio e l'attrazione del baratro, sono parte integrante del fascino. Chiudo allora, per forza di cose, con alcune brevi osservazioni di natura diversificata. Inizio con Petrarca, che in un sonetto del suo Canzoniere ammonisce con piglio deciso: "Cosa bella e mortal passa e non dura". Gli fa da eco, e, in parte, da controcanto, William Blake: "L'Esuberanza è Bellezza". E l'esuberanza, come quella dei bambini, come quella dei poeti, dei folli, di chi ama, completamente e nonostante tutto, la poesia, nella vita e della vita, quando sussiste, quando ha motivo e impeto di esistere, è eterna anche se dura lo spazio di un mattino.

 
Ivano Mugnaini

 

Dal nostro catalogo

POETI - foglio 1

ISBN: F1

Anno: 2009

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