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Giuliana Laportella: poesia e fotografia

26 novembre 2008

 

E' con piacere che dedichiamo una pagina di Sinestesia per incontrare e conoscere meglio Giuliana Laportella, giovane artista autrice delle immagini che illustrano copertina ed interno della raccolta poetica di Vito Riviello - "Scala condominiale"

 

Breve storia

Giuliana  Laportella

 

 

La  poesia è la fotografia dei ciechi, la fotografia è la poesia della luce.

 

 

Sono nata un po' come tanti per pura casualità, il 6 marzo del 1975 a Roma.

È stato proprio il "caso" il primo maestro che mi ha insegnato a trovare, nel suo caos, la mia identità.

Fino ai due anni e mezzo son stata cicciottella lo ammetto, dopo di che forse ho capito qualcosa in più... la vita non è fatta solo di pappette e carrillon, di passati di pollo con verdure, latte e biscotti, ma di un passato che già iniziava a fornire informazioni per la memoria.

Così ho iniziato a dimagrire, tanto divenivo esile quanto cresceva la mia timidezza  verso gli altri.

Inutile raccontare la storia dei denti da latte, la loro caduta, i giochi e le malinconie che si nascondono dietro ogni bambino che mangia un gelato.

Studiai musica classica e suonai per cinque anni il pianoforte.

Purtroppo gli insegnanti erano troppo classici, si erano fermati all'autoritarismo didattico, forse essendo troppo piccola, mi sono allontanata da quello strumento.

Ma piano e forte continuava ostinata a vincere "l'Idea", sì! I sogni si stavano trasformando in idee e i pensieri diventavano gesti e segni, colori ed emozioni della mia personalità.

Imposi a tutto il mondo la decisione di proseguire gli studi al liceo artistico, così iniziò la lotta con la piccola borghesia che si opponeva quasi scandalizzata.

Riuscii a tenere duro e m' iscrissi al Primo Liceo Artistico di via Ripetta, una tra le più "maledette" scuole romane.

Proprio lì son rinata.

Mi sono partorita a 14 anni, ho ricominciato d'accapo.

Così iniziò anche per me il periodo della contestazione, dei conflitti esistenziali, della formazione, in uno spazio culturale che mi piaceva e mi assomigliava.

Ho conosciuto Guelfo, artista surreale e maestro dadaista, il prof. Latini amante dell'architettura e il signor Oriolo, docente di matematica che usava la filosofia per darci lezioni di algebra.

Finalmente ho iniziato ad usare occhi e mani come strumenti creativi della mente, ho cominciato a sporcare i colori con la mia immaginazione e amare definitivamente l'Arte di fare.

Tutto questo è stato il principio della mia salvezza, l'origine del mio tormento.

Amavo via Ripetta, è un crocevia di persone, ogni giorno trafficata da artisti affermati, studenti, medici, malati che andavano uscivano dall'ospedale S.Giacomo, matti del dipartimento di salute mentale, insegnanti, turisti, modelle e tutto questo era diventato il mio mondo, la piazza Ferro di Cavallo l'utero della mia fantasia.

La luce che illuminò quegli anni impressionò le mie prime fotografie.

Le giornate erano piene nell'osservazione delle tante facce, con quei corpi variopinti che raccontavano ognuna, storie diverse.

Tra segni e gesti disegnai la città, scoprendo le sue ombre, scomponendo le architetture e spogliando statue e corpi dal loro contesto, osservando gli oggetti che si animavano, messi li in posa, per essere usati, mostrati, venduti, rifiutati. Viviamo nel secolo delle "cose". Questa mobilità forse fu la vera scuola.

L'idea del mio sguardo fotografico si misura spesso  nello spazio-tempo di una  camminata perché un paesaggio è sempre un passaggio, una relazione fra assenze e presenze, fra luci e ombre.

Finito il liceo, ho camminato 10 metri e sono entrata al corso di scenografia dell'Accademia di Belle Arti di Roma.

La scenografia, fu un mezzo per rendere le mie intuizioni più sofisticate, stimolando la creatività a confrontarsi con lo spazio, non solo quello scenico, ma anche la composizione plastica, la costruzione geometriaca, la tridimenzionalità, l'interpretazione e così la musica, i testi teatrali, la simbologia della luce.

Realizzai le mie prime scenografie teatrali, finita l'accademia lasciai che fosse la vita ad insegnarmi quel che doveva.

Strade oggetti paesaggi, tante facce, molte ombre si son messe in posa davanti e dietro un mio clic.

Il teatro è ovunque.

Le gambe hanno portato a spasso la mia curiosità, la strada ha accolto aggredito la mia sensibilità, è così che ho cominciato a fotografare.

Fra i tanti locali della capitale, mi ritrovai a lavorare al Nabel Art Cafè, una tra le poche associazioni che si occupavano veramente di cultura, collaborai nella gestione per un anno circa.

Proprio li conobbi pittori, attori, musicisti, cantautori della nuova e vecchia generazione, ma fra tutti l'incontro più importante e significativo fu con Vito Riviello.

Vito poeta anche nella vita e non solo su carta, si fermò a scambiare due chiacchiere con me, nacque subito un'intesa, anche se dopo quella sera, passarono sei anni prima di rincontrarsi.

La realtà è più complessa di un qualsiasi marchingegno sofisticato, l'arte sta nello svelarla e codificarla.

Ho lavorato come scenografa, a volte costumista, con alcune compagnie teatrali romane. Sempre nel ramo della scenografia ho lavorato con il cinema.

Nel 2002 iniziai a frequentare La Camera Verde (ex Fotogramma), un posto prezioso per la storia della fotografia italiana, decisi che proprio lì avrei potuto fare la mia prima e importante mostra personale.

19 fotografie guidate dalla progressione dell'ora di un giorno qualsiasi, il nome della mostra fu Terra di Nessuno, con un sottotitolo che diceva: "La guerra c'è non la dobbiamo fare".

Con la Camera Verde iniziarono varie collaborazioni, un periodo fertile, partecipai a innumerevoli esposizioni collettive, dove furono editate molte delle mie fotografie. La Camera Verde fu anche un motivo di confronto con abili artisti, fotografi e pittori come, Zeno Tentella, Alfredo Anzellini, Gianni Cortellessa, Francesca Vitale, Giovanni Cozzani ed altri.

Arte genera Arte.

La geometria ha sempre seguito il mio occhio, si è messa al servizio della natura delle cose, io non ho fatto altro che guardarla, scomporla, dimezzarla e capovolgere il punto di vista della geo-metrica inquadratura.

Ogni volta la fotografia si confronta con l'attimo, proprio in quell'istante l'eternità che lavora con tempo e luce, cattura la velocità delle percezioni e impressionando pellicole e carte, si bagna negli acidi, così si rivela uno sguardo.

Ho fatto anche la modella per l'arte, è stata un'esperienza importante perché io stessa, il mio corpo , il movimento creativo si è fatto immagine.

Mi son fatta impressionare dalla luce, ho permesso che il mio corpo fosse preso dalla  dai colori, ho immaginato il mirino dello scatto e viaggiato in libertà dentro l'inquadratura. Sono diventata fotografia.

Finalmente nel 2005 mi fu commissionato un libro fotografico dalla Camera Verde un lavoro sulla Praga di Kafka.

Andai a Praga m' immersi nella città.

Il mio occhio evocò Frank Kafka, i personaggi e il mondo dei sui racconti.

Mille volte lasciai che la suggestione salisse sorprendendomi in ogni strada.

Finalmente la letteratura entrava a far parte della fotografia e la contaminazione delle arti, la multidisciplinarità delle forme espressive, che mi ha sempre appassionato, diventava una realtà.

Una realtà che si è fatta Lettera non scritta, un volumetto d'immagini fotografiche e prose poetiche di Kafka, Vito Riviello e Giovanni Andrea Semerano editato nel 2007 dalla Camera Verde.

Nel gennaio dello stesso anno l'opera fu presentata alla Biblioteca Alessandrina dell'Università La Sapienza di Roma.

Non l'avrei mai detto che proprio Franz Kafka "senza carne né ossa", avrebbe inaugurato la mia maturità il salto di qualità!

Intanto la relazione con Vito Riviello diventava sempre più assidua, in quel periodo iniziò ad affermarsi la nostra intesa elettiva.

Così la poesia e la fotografia iniziarono a comunicare e corteggiarsi fino a sposarsi in opere, combinazioni di dialoghi affini e "paralleli" tra immagine e parola, una Corrispodances des sens.

Sono nati così: Paesaggi di Passaggio, un volumetto con 18 fotografie tradotte ognuna in poesia, 18 Fotofonemi, edito da Onyx, Roma 2008, recensito domenica 23 novembre 2008, nelle pagine culturali del Corriere della Sera; e Doppio Scatto, edizioni Signum, Bregamo 2008.

Dentro un libro le mie fotografie si sentono a casa. Mi piace guardare, spiare le immagini tra le pagine di un libro, libri che passano fra mille mani, si perdono e si ritrovano.

Si lasciano sul letto si mettono nel cassetto, accompagnano il gesto di un dono, si restituiscono davanti un perdono.

Nel libro, parole, immagini, amoreggiano fra pagine di carta, che macchiata, piegata a volte segnata, conquistano la loro originalità, la loro individualità.

I libri sono storie di personale e impersonale memoria, sono oggetti che raccontano se stessi e storie senza tempo.

 

Giuliana Laportella

Titanic  Ritratto di Poeta  Silenzio delle sirene Luci gregge Franz Kafka esercito Caccia e pesca

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Visualizzazioni: 1960

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