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Giulia Niccolai (scrittura interiore)

23 giugno 2009

 

 

 

 

Ciò che è "poesia" per l'uno, non lo è necessariamente per  l'altro.

   Giampiero Neri sostiene addirittura che poesia sia "ipotesi", e sono d'accordo con lui.

   È dal 1998 che, a ogni lettura pubblica che mi capita di fare, racconto l'episodio e leggo la poesia che seguono, e una sola volta, una singola persona visibilmente emozionata, ha voluto ringraziarmi pubblicamente per quanto avevo appena raccontato.

   Certo può essere che in tutte le altre occasioni le persone presenti non avessero voglia di dichiararsi o di esporsi, ma sono soprattutto portata a credere che a loro quanto sto per raccontare non dicesse granché, o li avesse lasciati del tutto indifferenti.

   Era il 1997 e dopo un Convegno sulla pace al quale ero stata invitata a Hiroshima, gli organizzatori ci portarono  a visitare i templi più famosi di Kyoto.

   Eravamo nel grande tempio Sanjusangen do, rinomato per le 1001 statue di Bodhisattva che ospita. I Bodhisattva sono i figli dei Buddha, coloro che sono già particolarmente avanzati sul cammino spirituale del Buddismo Mahayana. 10 file di sculture in legno, ognuna di 100 personaggi quasi a grandezza naturale, ognuno con un'espressione diversa, così come sono diversi gli abiti e certi dettagli delle posture. Al centro, 3 volte più grande di tutti loro, Kannon, il Buddha della Compassione.

   Stavo osservando e confrontando tra loro alcuni Bodhisattva di fronte a me, quando il monaco che ci accompagnava ci spiegò in inglese che "Sanjusangen do" in giapponese vuol dire 33.

   Come mai 33? pensai sorpresa. Ma il monaco proseguì con queste parole: il salone che ospita le statue dei 1001 Bodhisattva è sorretto da 35 colonne. 33 sono gli spazi vuoti tra le colonne.

«Capii subito che filosoficamente, / il fatto di dare il nome al tempio / in base al numero degli spazi vuoti, / dunque a ciò che non c'è, / può essere interpretato / come la garanzia più elegante, / squisitamente Zen, / di non escludere mai niente, / e nessuno».

   Questa esperienza rappresentò per me un attimo di altissima poesia: felicità e gratitudine, del tutto identiche a  ciò che si prova leggendo un testo che ci tocca nel profondo, o ci fa da specchio, o ci rivela qualcosa a cui da soli, non eravamo ancora arrivati. È "poesia" un senso di stupore e meraviglia per la straordinaria bellezza della "cosa" (pensiero, immagine ecc.): una sorta di momentanea sospensione del giudizio critico e dunque della nostra concettualizzazione.

   Si tratta di "poesia" quando dopo lo Still point (quell'attimo di sospensione che la mente ha dopo aver letto un testo rivelatorio), si prova la gioia della gratitudine e non la neutralità dell'indifferenza. Fisicamente si possono avvertire  anche dei brividi sulla pelle.

 

   In seconda elementare la maestra ci lesse Rio Bo di Palazzeschi e mentre la declamava, io divenni per la prima volta consapevole della tristezza della luce elettrica nell'aula, data da  quattro bocce di vetro bianco pendenti dal soffitto altissimo. Evidentemente la delicata, lieve nostalgia espressa da Palazzeschi in quei versi brevissimi, mi fece provare un'emozione ancora sconosciuta, qualcosa di simile allo spleen. Fatto sta che da quel momento, i versi di Rio Bo indissolubilmente legati alla luce debole delle bocce bianche, risaltano ancora adesso nitidi e simbolici sopra ogni altro vago ricordo di quegli anni.

 

   Calvino si augurava che la scuola riprendesse l'abitudine di far studiare a memoria le poesie agli studenti, perché le poesie che lui stesso aveva appreso a memoria, gli avevano poi tenuto compagnia per tutta la vita. Credo che molti di noi siano d'accordo con  Calvino.

   Ma c'è qualcos'altro da dire a questo proposito. In inglese e in  francese "imparare a memoria" si dice "to learn by heart" e "apprendre par coeur" e  per il Buddismo la mente è al cuore. (Il corpo è alla testa - dove ci sono quattro delle cinque porte dei nostri sensi - e la parola è alla gola). Nei loro studi i Lama tibetani hanno l'obbligo di imparare a memoria centinaia di pagine di insegnamenti. Così - mi disse un giorno un Lama -  non abbiamo più bisogno di leggere nei libri, leggiamo nella mente, e questo ci insegna a leggere nella mente degli altri.

 

 

   Evidentemente alle medie il verso del Pascoli "... mi ride al cuore (o piange) Severino..." deve avermi particolarmente colpito, forse perché non riuscivo a capire come il cuore potesse ridere, o piangere. Non ero nemmeno consapevole di ricordarlo (il solo verso, con il successivo, di tutta la poesia), ma è affiorato di colpo, come per una sua paziente rivalsa, dopo cinquant'anni, quando una quindicina di anni fa ebbi la chiarissima percezione del  riso che mi saliva dal cuore.

   "il paese ove, andando, ci accompagna / l'azzurra visïon di San Marino". Ecco, quell'"azzurra visïon" che accompagna il Pascoli deve essere stata per lui la poesia.

   Così come per il poeta inglese Housman devono esserlo state "... Those blue remembered hills...". Paesaggio azzurro e noto, minuscolo sullo sfondo, di una bellezza struggente, come in un quadro del Rinascimento. Proprio perché secondari rispetto alla figura umana in primo piano e dunque meno nitidi e precisi, quei paesaggi non ci stancheremmo mai di fissarli. E forse è il nostro eccessivo desiderio di conoscerli e di restarne avvolti, a renderceli elusivi e sfuggenti. Elusiva e sfuggente  è anche la poesia.

 

   Per moltissimi anni, l'estate, quando mi trovavo in vacanza sulle nostre coste o nelle isole,  magari senza parere, ma scrutando la superficie dell'acqua, cercavo conferma di quel "violaceo mare" o delle "onde color del vino" di Omero. Non li vidi veramente mai, anche se un paio di volte riuscii a illudermi di averli scorti.

   Mi apparvero invece evidenti e inconfutabili verso la metà degli anni Novanta, una tarda mattinata di agosto, nel Mare Egeo, su un traghetto che da Rodi mi portava all'isola di Simi, e provai un tuffo al cuore, un attimo di intensa felicità per la tanto attesa e finalmente avvenuta  dimostrazione  dell' attendibilità di quel particolare colore e della similitudine così appropriata.

   In questo momento ricordo anche la delusione che provai visitando per la prima volta il Museo Archeologico di Atene quando ero ancora al liceo. La delusione riguardava me stessa. Ero emozionata all'idea di andare ad Atene e di vedere le statue di quegli dèi ed eroi che avevo imparato a conoscere dagli studi, ma quando me li trovai di fronte, non mi dissero quasi niente. Li trovai belli e nient'altro.  Non seppi raggiungerli. Nessuna emozione. Loro stavano là, e io mi trovavo al di qua: ci separava un velo d'indifferenza.

   La stessa reazione sconfortante la ebbi nel 1967, quando tornai per la seconda volta in Grecia, e avevo già più di trent'anni.

   Ma la terza volta, a metà degli anni Novanta (la stessa del "violaceo mare"), mi bastò vedere nella vetrina di un negozio per turisti la riproduzione di quel mezzo busto di Eracle con indosso come un cappuccio la testa con le fauci spalancate del leone sconfitto, per sentire di aver finalmente ritrovato una amico, il caro vecchio compagno di un tempo.

   E così l'Auriga di Delfi, coi suoi occhi in pietra dura, bianchi e marroni nel volto verde di bronzo, i disarmanti e orientali sorrisi dei kouros e delle korai, Zeus, Athena, Hermes. Nonché quelle figurine nere o color terra che danzano e interpretano i loro ruoli mitici in cerchio, attorno a piatti, coppe, vasi e crateri, cifre simboliche dell'inestinguibile gioia di vivere, impresse su tutte le superfici in ceramica degli oggetti quotidiani di allora.

   Il Mito non era più solo racconto, la vita l'aveva reso reale. Archetipo ed esperienza.

   Ho menzionato solo spezzoni di versi, poche parole, minime come i tasselli di un mosaico, ma sono quelle che, per una ragione o per l'altra, mi hanno regalato le emozioni più autentiche.

   La sera di una decina di anni fa, all'ora di punta, mi trovavo schiacciata come una sardina in un vagone della metropolitana qui a Milano. Mi sentivo sudata, a disagio, imbarazzata e proprio in quella situazione così negativa ebbi per un attimo la percezione del meraviglioso senso epico  dell'esistenza. Un'apertura del cuore, uno spazio interno infinito che abbracciava il mondo  e risaliva lontano, lontano nel tempo, diciamo ad Omero. Oh sì - pensai - questo è frutto della capacità di rinuncia, questa è poesia.

 

 Nel 1999, in una poesia intitolata Il primo viaggio, raccontai il primo viaggio che feci (negli anni Ottanta), dall'aeroporto di Bangalore nel sud dell'India fino al monastero buddista tibetano di Sera Je  a un 150 chilometri di distanza verso ovest, e dove nel 1990 avevo preso i voti di novizia. Questi i versi di chiusura: «Ma eccomi tornata al mio posto nel taxi / su uno dei sedili sfondati / (musica araba a tutto volume / come di costume, e incenso che brucia / davanti alle divinità sul cruscotto), / calamitata al finestrino dallo stupore / dalla meraviglia alla vista di certi termitai / a lato della strada, alti più di un metro, / di terra rossa, gotici e turriti, / ampi ed elaborati, laboriosamente / costruiti, in disarmante somiglianza / con i castelli di sabbia più belli / della mia infanzia. E mi sembra di intuire / che proprio in questa analogia / (che ancora mi sa incantare) / ci sia, appena celato, quel magico filo / che è riuscito a creare un rapporto / tra le cose più remote, / tra gli anni più lontani e divisi, / che è riuscito a trasformare / una realtà in un'altra realtà, / intrecciando nella mia vita / il salvifico senso della continuità».

 


 

GIULIA NICCOLAI

Molte opere di poesia e di narrativa. Di tutte una: LE DUE SPONDE spazio tempo oriente/occidente, Archinto, 2006. Dopo aver incontrato il buddismo tibetano nel 1985 ne è monaca dal 1990.

 

 

 

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POETI - foglio 1

ISBN: f1

Anno: 2009

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