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G. Pontiggia - "Selve letterarie" (R. Caracci)

29 gennaio 2009

 
 

SULLE ‘SELVE LETTERARIE' DI G.PONTIGGIA, Moretti&Vitali 2006

 

Utilizzando una immagine dello stesso autore, a proposito delle ‘selve e dei giardini d'amore' dell'Odissea omerica -le une luogo di incanto fascinoso e mortale, come quella di Circe, le altre radura in cui la natura trova ritmo e misura, come l'isola di Calipso- si può senz'altro affermare che queste ‘selve letterarie' di Giancarlo Pontiggia si lasciano attraversare come splendidi prati all'inglese, luminosi e curati, ma dotati di una vitalità mediterranea, anzi squisitamente greca. Pontiggia è il giardiniere e al tempo stesso la guida, che accompagna per mano il lettore tra pagine antiche e moderne della poesia universale, con una finestra ovviamente privilegiata sulla lirica italiana, da Petrarca a Sereni.

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L'autore mette al servizio del lettore la sua competenza didattica e critica, il suo amore per la cultura classica greco-romana, un gusto raffinato nel percepire il ritmo e le risonanze della parola, e una attenzione al valore musicale, timbrico e retorico del linguaggio. Questa solidità di impostazione linguistico-retorica, capace di tradurre in parole semplici la sapienza dei registri e delle varietà stilistiche dei poeti, si associa a una leggerezza mercuriale nel trattare argomenti e modalità di linguaggio, nel ricostruire contesti biografici e storico letterari e nel porre in evidenza leit motiv, archetipi, nodi e punti di fuga del percorso testuale.

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 In particolare è da notare, nella sezione dedicata ai brevi ma fulminanti ‘saggi di lettura' della parte seconda, una singolare capacità nel cogliere ed enucleare vettori di forza semantica, nuclei simbolici, crogiuoli di significato figurato, nell'andamento del testo, capaci di illuminare tracce di sentieri ermeneutici e di evidenziare piccole gemme epifaniche. Ciò che sembra fare Pontiggia è riconoscere al testo il valore dinamico di un movimento orientato, che attraverso fasi di sviluppo e trasformazione, ricerca e individuazione, lascia dietro di sé cifre di senso, orme semantiche: il linguaggio appare un organismo vivente, pur storicamente radicato, dotato di una sua gestualità significativa, dove la scrittura diventa segno proprio perché agisce sotto forma di un movimento teleologico da ripercorrere e interpretare. E' il gesto del linguaggio che si deposita, nella grande poesia, sotto forma di danza figurata della scrittura.

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 E queste passeggiate nelle selve di Pontiggia diventate giardini, sono piene di gemme, come i riflessi dei raggi del sole sulle foglie fitte di una foresta, o come- utilizzando un'altra immagine-mito che l'autore applica ad Argo il cieco di Bufalino- i luminosi occhi di Argo fissati da Giunone  alle penne del pavone. La puntuale contestualizzazione storico-letteraria di ciascun testo affrontato, collocato sull'asse di una necessaria diacronia, si concilia in queste pagine con un gusto sincronico e archetipico per immagini, miti, simboli e modalità stilistiche ricorrenti. E sullo sfondo di questa tensione tra diacronia e sincronia nell'approccio ermeneutico-critico, vi è la consapevolezza di una biforcazione tra temporalità pagana, circolare e ciclica, e temporalità cristiana, rettilinea e messianica, che tanto ha inciso sulle poetiche dell'occidente da Omero ai nostri giorni.

 

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Un esempio della attenzione dell'autore a questa gestualità atemporale, archetipica o mitica del linguaggio, si ritrova nelle pagine dedicate a Luzi, dove l'immagine simbolica e stilistica dell'abbraccio- ossia di quel movimento luziano, di cristiana aspirazione, che sembra accogliere e proteggere tanto spiritualmente quanto linguisticamente i ‘segni' del mondo- coagula una intera fenomenologia del gesto poetico, e della rappresentazione ad esso connesso. Sono queste le piccole gemme, correlativi oggettivi della critica capaci di calamitare a sé galassie di mondi e di significati,  che demarcano un salto qualitativo nella ermeneutica di un testo. In Pontiggia competenza e intuizione convergono, nella direzione dell'abbraccio -restando in termini luziani-, amorevole ma non stritolante, del nucleo profondo, e a suo modo prismatico e inaccessibile, di un testo.

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Di fatto l'autore, da buon ammiratore di Ovidio, è attento anche alla tematica metamorfica: sia nel senso mitico-narrativo, che in quello stilistico-formale, relativo allo sviluppo della tessitura testuale. In questa direzione va ad esempio  l'analisi di Il ragazzo della domenica del francese Supervielle, nella quale- non lontano da Apuleio e dallo stesso Ovidio sono presenti le tematiche pitagoriche della trasformazione e della metempsicosi. Ma la metamorfosi rientra nell'universo magico e plastico della polivalenza dell'opera, del suo carattere in fondo proteiforme e incircoscrivibile. Anche in questo senso il piede alato di Mercurio sorvola le cose senza calpestarle né soffermarvici troppo. Ma qui a Mercurio, si potrebbe dire, si accompagna una apollinea volontà di chiarezza, oltre che una capacità di divulgare con didattica versatilità e competenza le trame dell'approfondimento critico dei testi.

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Ecco perché si potrebbe dire che nelle intricate selve del mondo letterario di oggi e di ieri (e Pontiggia ci presenta le opere di  ieri con un fascino umanistico che ce le rende quasi contemporanee), i percorsi i dell'autore seguono quelli testuali con il piacere di chi passeggia e fa passeggiare, osserva e lascia osservare, apre dei sentieri ermeneutici e ne lascia intravedere altri. E questo risultato viene ottenuto con mezzi semplici, piccoli escursioni che fanno abbandonare la strada maestra solo per ampliarla con aperture collaterali.

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Si tratta di selve, ma non sono oscure. In esse è anche bello smarrirsi. Ma la luce filtra dappertutto, a chiazze. E allora diventa ancora più bello ritrovarsi.

 

Roberto Caracci

 

 

 
 

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