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G. Majorino, "Viaggio nella presenza del tempo" (V. Surliuga)

02 dicembre 2008


recensione di Victoria Surliuga a:

Giancarlo Majorino - Viaggio nella presenza del tempo - Milano, Oscar Mondadori, 2008 - pp. 434 - € 13,00

All'interno della produzione poetica di Giancarlo Majorino avviene una svolta significativa nel 2001 con la pubblicazione del volume Gli alleati viaggiatori, seguito nel 2004 da Prossimamente. Con questi due volumi inizia una progressione stilistica dal poema sperimentale verso una commistione di generi che includono la prosa. Con Viaggio nella presenza del tempo si conclude questa trilogia, il cui terzo volume riassume in modo significativo l'intera ricerca poetica di Majorino. Iniziato nel 1969, questo Viaggio accompagna da sempre la produzione di Majorino, riproducendo verbalmente, attraverso registri e contenuti sempre diversi, ogni tipo di osservazione sul vissuto in corso. Il meccanismo viene definito dal poeta con il termine restituzione, che contiene l'idea del restituire l'aspetto verbale al visivo e viceversa. Allo stesso tempo, però, il riprodurre la realtà crea nuclei verbali e concettuali che Majorino definisce come concetticona, grumi di significato di spiccata forza verbale e visionaria. Né è un esempio il termine viverescrivere, nel quale la resa verbale include la visionarietà del poeta che guarda al mondo e lo interpreta. Altri esempi li troviamo in versi come "un grappolo di vene pressato da più creme / sta volto in alto paesaggio infinito", oppure nelle espressioni "Famiglia, Proprietà, Carriera" o "il cervello esteriore" (pp. 132-133).
   Il poema interpella tra le sue fonti sia il Dante della Divina Commedia sia il Pound dei Cantos per la divisione in canti e per i contenuti drammatici e realistici, articolati con preferenza per le forme di disarticolazione della scrittura e la commistione di vari generi letterari, prosa, poesia e cronaca. In varie interviste a nostra cura contenute in Nell'epica del gremito. Conversazioni con Giancarlo Majorino (Edizioni Archivi del 900, 2008), il poeta stesso aveva già avuto modo di menzionare Eliot e Dante come i principali modelli estetici del suo scrivere. Bisognerebbe aggiungere l'Ulisse di Joyce per l'enfasi posta sull'epica del quotidiano, stipata di tutta l'umanità, eroe e vittima sia di sé sia del tempo. Non a caso più di quaranta personaggi accompagnano questa narrazione, tra poema e romanzo, in un tentativo di conciliazione che però vuole essere prima di tutto romanzo poetico e non prosa poetica. Il lettore trova venticinque parti e quattro sezioni: l'enorme antefatto taciuto; la vita del denaro; attimi, eterni giorni, annate brevi; paradiso nervoso. Da un punto di vista cronologico, i fatti riportati nelle varie parti riguardano la storia italiana dal fascismo al 1968 (prima parte), gli anni ottanta (seconda parte), un'analisi dell'epoca del gremito (terza parte), quindi la modernità in genere, e infine l'utopia della felicità (ultima parte).
   Il linguaggio e lo stile di Majorino risultano spesso frammentari, come frammentario è il vissuto, ma il poeta difende una fluidità sostanziale della sua scrittura: "la foza del linguaggio che scorre e mi fa scorrere, fluire" (p. 33). Ci sono momenti di poesia che si ritagliano un loro spazio di intensità lirica, come ad esempio in La selva delle partenze: "luna più della luna in cielo stava / non ci si può togliere da un piangere" (p. 15). Questi momenti, però, sono interrotti dal movimento stesso di altri modi lingustici, come le numerose abbreviazioni ("C-C" per Casalinghe Chiacchieranti), oppure espressioni colloquali come gli "ooh" pronunciati ad apertura dei versi (p. 20). La condensazione del pensiero in movimento si riscontra in aggregazioni di sostantivi come "marimoglie" per marito e moglie, oppure nella creazione di espressioni idiomatiche come "l'ignoto-del-noto" oppure il "non-si-sa" (p. 46). La mimesi con il vissuto e il parlato dà luogo a parentesi umoristiche del tipo "brutto fattorino anziano poverissimo / sposerebbe diva affascinante cinema / occasionissimissima - intermediari" (p. 22), oppure il verso-slogan ad apertura dell'undicesimo canto: "op op op operai!" (p. 42). Un ulteriore aspetto riguarda l'inserimento, in particolare nelle prime parti, di lunghe citazioni che contestualizano il pensiero majoriniano, come alcune pagine da Il taccuino d'oro di Doris Lessing (pp. 24-25) oppure un frammento dalle Memorie del Terzo Reich (pp. 34-36).
   Il percorso-in-poesia documentato dal Viaggio nella presenza del tempo avviene nel pressante ritmo crescente del tempo che passa, dei momenti unici e irripetibili della temporalità quotidiana che riflettono il consumarsi delle nostre vite, ma che nella scrittura trovano una forma di sopravvivenza prima che il tempo porti via tutto, anche se stesso. L'esperienza incessante della scrittura "spiega" la vita stessa e l'intera "recita" dell'agire quotidiano, rispetto al quale costituisce l'unica difesa: "Reciti meno, non perché maturi o chissà quale migliorìa, ma perché sei consolidato dall'esterno" (p. 136). Con questo Viaggio, il poeta ha trovato un modo-stile riassuntivo del suo intero percorso poetico a partire dagli anni sessanta, compattandone l'esperienza in poesia in una vera e propria difesa della modernità (poetica ed esistenziale), pur con tutti i suoi limiti ed errori.

 

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