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G. Lucini vs Soldini e Zagaroli

26 luglio 2010

 

Seguo, ora che ho tempo, gli sviluppi delle provocazioni di Giorgio, che a volte sono un proseguo di risposta e di discussione, a volte sembrano aver provocato, nel sentimento di chi interviene, una rapida ri-considerazione sul proprio scrivere, in senso anche fortemente etico.  E mi fa piacere. 

E io stesso provocato dai due ultimi interventi, vorrei avanzare alcune ipotesi o punti di vista.  Se mettiamo da parte la sociologia della letteratura (comunque a mio avviso molto utile e non da sottovalutare neppure per chi si occupa della propria poesia e basta), vorrei cercare un punto di condivisione su una ipotesi riguardo all'ontologia della poesia.  Maurizio Soldini non arriva (o forse ho letto male) a una conclusione logica delle sue riflessioni: che la poesia è l'essere umano tout court, la poesia ha a che fare con l'ontologia, non tanto col linguaggio, che è una forma espressiva come tante altre (musica, immagine, ecc.).  Quando parlo di poesia intendo questo e intendo che le "arti", tutte, sono lo strumento di comunicazione dell'ontos poetico, dell'essere umano.

In un altro passaggio Soldini sottolinea che "anche" il minimalismo che è una forma di poesia - se è poesia.  E anche Antonella Zagaroli in qualche modo lo dice.  Così come autentica poesia si trova nelle opere di ogni poeta avanguardista o anche dei poeti che meno amo, come D'Annunzio.  Casomai bisogna vedere in che densità la si trova, questa "autentica" poesia, ma questo è un altro aspetto, ed ha a che fare con quanta forza di verità emerge, dentro uno scritto di poesia, l'essere che scrive.  Peraltro, un barlume di persona lo si trova negli scritti di ogni autore (non in ogni poesia, forse) anche nei più vuoti.  Il problema è l'autenticità, ossia della corrispondenza di verità fra lo/la scrivente della poesia (ossia dell'essere umano) e quello che viene espresso nella forma, nel linguaggio  Ed è qui allora che entra in scena il linguaggio e dunque entra in scena una relazione con la cultura (i poeti e uomini/donne prima di noi, i contemporanei, quelli che verranno - si spera...) col lettore, con se stessi.  Ed è indubbio che la relazione col linguaggio (della poesia prima di noi) in qualche modo influenza il linguaggio della nostra poesia - la "tabula rasa" dei futuristi è una patetica illusione...  Una relazione di incontro/scontro, amore/disincanto, apprendimento /critica.  Critica, appunto, perché critici lo siamo tutti, in qualche modo (se il cervello gira) così come tutti siamo poeti (tutti).  Ed è a questo punto che entra in scena anche il gioco linguistico che ogni poeta adotta per la propria scrittura, insomma, l'estetica, che è sempre un fatto soggettivo - come l'etica - ma anche sociale - come l'etica, ancora.

Se questo ragionamento può essere condiviso, allora la conseguenza è che ogni forma d'arte, a rigore, è incriticabile nel suo codice espressivo (lingua, tecnica, suono, ecc.) se non a partire dalle sue stesse regole (dal suo gioco linguistico): il compito del critico è di cercare di rendere manifeste queste regole interne, quello del lettore di giudicarle dal punto di vista estetico e sociale (mi piace, non mi piace).  Non possiamo dire che un sonetto è "sbagliato" se la forma è corretta: potremmo dire che il linguaggio usato è vetusto e logoro, arcaico, vezzoso, ecc., ma non "sbagliato".  Se noi criticassimo la musica anche solo di un fine-ottocento come Débussy con i criteri dell'armonia e del contrappunto usati da Bach, la troveremmo piena di errori: bisogna usare la scala elaborata da Debussy, per criticarla nella forma, mentre il poeta che c'è dietro lo si capisce al volo.  Ovvio che ognuno è critico e ognuno è lettore: si tratta solo di sapere che abito mentale si sta vestendo, che cosa si sta facendo. 

In non poche occasioni mi sono trovato ad apprezzare questa coerenza nella scrittura, anche se il linguaggio non mi piaceva e va da sé che in quei casi dovevo rendere merito all'autore della sua coerenza stilistica.  In non pochi casi però questi meriti linguistici passavano in secondo ordine rispetto allo spessore dell'opera d'arte e cioè al portato di stimolo e di sollecitazione rivolto al profondo, all'inconscio, alla sfera del senso e della creatività.  Se manca questo, tutti i linguaggi più belli e perfetti diventano una insopportabile noia, giochini di parole fine a se stessi come dice Antonella - che però magari in un contesto più ampio e in un gioco di rimandi interni in una raccolta possono anche acquisire, improvvisamente, significati inediti e non veduti in prima lettura.  Così come la musica di Débussy, dopo un primo attimo di smarrimento causato dall'impatto con le regole armoniche che lui usa, ci comunica un messaggio - eccome!

Quando manca questa parte, dello "spessore", riconoscerò l'abilità di mestiere ma non posso riconoscere la dignità artistica.  Se prepondera la forma e tutto il gioco si basa esclusivamente su di essa (troppi ahimè, poeti di Mondadori Einaudi e quant'altro... a ovviamente anche dei piccoli editori) allora non è corretto parlare di poesia, così come, grossomodo, si parla di "artisti" per i pittori che esprimono questa loro poesia, e di "artigiani" per gli abili decoratori.   Si potrà parlare di dignitosi esercizi di poesia, utilissimi come sono utilissimi gli esercizi di Czerny e di Cramer per uno che studia pianoforte. Anche il decoratore magari può esternare dei tratti di ispirazione, ma sempre decoratore resta, perché il risultato del suo gioco non è comunicazione di qualcuno (di una essenza di una ontologia) ma la ripetizione di qualcosa, una reiterazione di schemi alla moda.  Così, nelle poesie dove non esce fuori l'uomo (la donna) che scrive, nell'irripetibilità della sua essenza, non c'è nulla di sapido non c'è caldo né freddo (biblicamente) o, se c'è, passa in secondo piano rispetto alla funzionalità di quei versi (gratifica del narciso, captatio benevolentiae rispetto a una tendenza letteraria, ecc.).  Meglio una poesia brutta ma vera a una bella ma insipida e mascherata (non certo consciamente, o forse anche, ma il risultato non cambia).

Orbene, se noi lasciamo da parte i nostri costrutti, gli schemi, tutto, e ci mettiamo a leggere un volume di poesia, capiamo subito, con pochissimi versi, i toni in falsetto, le verità glissate o taciute, la maschera che l'autore si mette o si leva, le protezioni che opportunamente o importunamente il suo narciso gli fa adottare: la "fragilità", insomma, della poesia che manca dietro le parole o viene trattenuta o viene sacrificate ad altre istanze.  Capiamo anche se non riesce a esprimersi fino in fondo, perché non è ancora il giusto momento, che si presume arriverà, col tempo. 

La mancanza di spessore capita perché uno si mette a scrivere senza pensare non tanto a quello che vuole dire ma al perché si mette a scrivere; e perché non elabora una sua poetica mentre scrive.  Da anni mi faccio questa domanda e non so trovare una risposta definitiva, ma so che è la sola domanda che orienta il mio scrivere, in senso, se vogliamo, anche etico.

Ed è vero quello che dice Antonella: tu non puoi scrivere se non sei in comunicazione con te stesso, ma sei distratto da mille "variabili parassite", compreso il desiderio di emergere e foscolianamente passare ai posteri (boh!), o magari fustigare i costumi o combattere una battaglia sociale o politica: la poesia sociale deve venire non dall'ideologico e neppure dall'ideale etico, ma da un porsi da poeta di fronte alla realtà, reagendo nella forma che ti riesce di reagire, dal profondo di un sentire umano.  Se uno scrive e non comunica con la sua verità interiore, con il se stesso, non dice nulla, ma si limita a ripetere il mondo senza esserci dentro.  Or dunque, anche la speme ultima dea lasci il poeta, se davvero vuole scrivere la sua verità, perché è pacifico che nessuno di noi è indispensabile alla letteratura italiana, anche se forse siamo di qualche utilità.  La frustrazione per il marcio che c'è nella vicenda letteraria contemporanea la si fa, credo meglio, cercando di scrivere poesia vera e degna, non tanto meta-comunicando sulla comunicazione poetica.

 

Ora, tornando alle nostre questioni, io trovo che l'enfasi  di una critica centrata sul linguaggio è dannosa alla poesia.  E' giusto trattare l'argomento, ma non si fa del bene alla poesia cercando di capire se uno è poeta o no basandosi principalmente sulla critica del linguaggio.  Quale linguaggio per la poesia futura?  Francamente non me ne importa quanto il due di cuori quando la briscola è danari.  In seconda battuta forse sì, ossia quando ho individuato se uno davvero dice poesia o dice il niente - ovvio che se dice sciattamente una poesia vera... ma non è facile, credo, dire male una poesia vera.  Se individuo un poeta vero, in comunicazione con se stesso, anche il problema del linguaggio non si pone più: ne sono convinto.  A mio avviso il critico dovrebbe allungare l'occhio in questa direzione e spendersi in considerazioni rispetto a questo orizzonte, che è di comunicazione e di senso.  Anche la poesia del quotidiano, del minimale, persino del banale e dell'impoetico può essere poesia "vera", SE dietro emerge la persona che scrive, unica e irripetibile, e non un cervello-computer che elabora frasi decorative.  Anche uno spazzolino da toilette può suscitare vera poesia, persino lirica. Anche la cronaca può ispirare vera poesia, o la mafia, la politica più o meno mafiosa, l'economia, la cronaca nera... tutto ciò che può suggerire un'epica, un modo di essere di questo nostro tempo dentro le ere: il poeta, l'artista, è il veicolo per trasportare l'umano da un'era all'altra.

 
Gianmario Lucini
26 luglio 2010

 

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