G. Linguaglossa su Montieri
06 marzo 2010
Questo libro di esordio di Gianni Montieri lascia ben sperare per il futuro, è un tentativo (ammirevole per impegno e tenacia), di offrire una risposta al quesito: è possibile uno stile scettico-urbano mediante la utilizzazione di fraseologie mimetiche del quotidiano? - il suo tentativo di ragionare liricamente partendo dalla chiusa monadicità dell'io poetico è un esempio di incorruttibile fedeltà nella capacità del discorso post-lirico di riacquistare un posto di rilievo tra le arti contemporanee. Ed ecco che la poesia diFuturo semplice chiama a raccolta tutte le forze del discorso lirico, tutte le capacità evocatorie (e mimetiche) affinché si salvi ciò che è possibile salvare, si salvi una fetta di esperienza significativa dell'io poetico prigioniero della chiusa circolarità del canto monodico.
Il vuoto esiste - sembra dirci Montieri - sì ma come costitutiva incapacità dello sguardo, insufficienza della nostra capacità esperiente. Una volta acclarata mediante la nominazione la debolezza del vuoto, ecco che siamo già al di fuori e al di là dello sguardo del nichilismo novecentesco, approdiamo quasi per magia sulla spiaggia della terraferma, della parola adesiva, della parola-vestito del reale.
In fondo, la poesia di Gianni Montieri rimane ancora una poesia dello sguardo realistico («tornando a noi, che dirti? /Certi giorni l'editor servirebbe a me / quando non so risolvermi ad uscire / e nemmeno in giardino so quando potare»), non gli sono estranee quelle esperienze intellettuali che hanno condotto nel Novecento la forma-poesia in prossimità della prosa e del discorso narrativo, non gli sono estranee quelle sollecitazioni culturali che per decenni hanno tentato di indirizzare e indennizzare il discorso lirico in direzione del post-sperimentalismo; in Montieri non rimangono neanche le scorie di quello sperimentalismo «privato» o idioletto, che comunque ha costituito al massimo una «opzione» (manieristica e intimistica), o una «variante» dell'idea forza di una cultura (in via di esaurimento e di esautorazione), che faceva in ultima analisi del discorso lirico un discorso ideologico e fraseologico, un impegno ideologico. Così, la poesia di Gianni Montieri rimane una poesia nata orfana della tradizione lirica per via dell'impossibilità di quella lirica troppo compromessa nel Novecento, restando altresì orfana di quell'altra linfa vitale che doveva coltivare un'idea di poesia come genere anti-lirico per antonomasia. E dentro questa forbice, dentro questo letto di Procuste, la poesia di Gianni Montieri brucia come in fretta tutti i suoi propositi di belligeranza e di oltranza, accatasta in una grande pira chimismi lirici e oltranzismi dell'io in direzione di uno stile realistico-mimetico (con ingressi di fraseologie del parlato), per tentare di andare oltre lo sguardo e oltre il tatto, oltre e dentro i realia della civiltà urbana: «I tram vengono da qui // dai condomini di Gratosoglio / da Quartoggiaro o più indietro // raccolgono pezzi di noi / da depositare in centro / poche ore d'aria...»
Giorgio Linguaglossa
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