G. Catalano su Amadei
15 dicembre 2009
"Quando il tempo cambia e dal cielo
cade l'umido che accompagna la sera
la mia caviglia fratturata punta il dito, punge
nella carne - è tutto uno strillare
di tendini e ossa a ricordarmi
il dolore vivo del corpo, così sta il mondo
su assi terrestri traballanti, siamo noi
fragili le sue deboli caviglie."
Sin dalle prime mosse di questo libro ci si sente a casa e - insieme - si ha tutta l'impressione di dover andare lontano, di non poter restare a lungo nello stesso posto, nello stesso tempo.
Perché, è vero, si dichiarano apertamente le coordinate di un certo modo di vedere la Poesia ma si va subito oltre la tradizione, si supera un atteggiamento di partenza che potrebbe ricordare, tra le tante importantissime citazioni e ispirazioni, il Valerio Magrelli di "Porta Westfalica" ("la fitta di una storta alla caviglia,/io, trottola che prilla, io,/vite che si svita. Nient'altro"). Nient'altro? Certo che c'è molto di più di un attraversamento, c'è qualcosa di straordinario in queste poesie. "Il loro tono è francamente cordiale, diretto, così come la scrittura che appare sicura per l'energia e lo scatto nervoso" ben dice Giampiero Neri nella sua breve introduzione al volume.
Cosa c'è di così straordinario? Le parole, prima di tutto. Le parole di Amadei hanno tenuta, sanno decifrare e tradurre la realtà quotidiana in un gioco linguistico commosso e commovente, un gioco tanto più libero quanto più accetta ed impone al lettore di seguire le sue ingiuste regole ("era un gioco essere felici", "mi dico che devo riprendere a giocare"). E il dolore è già nello sguardo (il mondo "è un sasso che pesa/enorme sugli occhi") perché è dallo sguardo che parte la ricerca di senso ("chi lo dice al mondo che non è la fame/di comprenderlo a placare il mio desiderio/di pace"), tra "poveri segnali di vita" da reintrepretare continuamente ("io li guardo, mi chiedo") perché continuamente ingannevoli. Colpisce e lascia il segno l'originalità metaforica e la forza icastica di certe immagini (non dimentichiamo che Filippo è anche un bravissimo fotografo). Tra tutte, quella dell'atleta impegnato nel "salto in alto" che - in un suggestivo rovesciamento - ci spinge a riconsiderare la possibilità di un miracolo tutto umano che "indecifrabile" sale "verso l'alto" invece che cadere dal cielo.
Certo siamo divisi ("se davvero siamo noi questa perfetta/deposizione di sassi"), siamo divisi e "io non riesco a capire" è il grido che ci divide. Eppure riconoscere la divisione e la distanza è anche l'unico modo che abbiamo per tentare un avvicinamento ("Io per primo tu dietro, insieme") o - non cambia molto - una fuga ("sono io/la spia che ti ha intercettato/prenderti portarti via dalla tua pena/di vivere, insieme, in salvo/verso la mattina del tuo compleanno"). Eternamente contesi, tra quelle "radici" che ci stringono "per troppo bene che ci vogliono" e le nuove rive del prossimo "naufragio", il tentativo più coraggioso e anche il più contraddittorio: la ricerca di un'identità e di un'appartenenza che sembra richiamare un processo culturale di scambio osmotico, di equilibrio dinamico che porta ad un utopico unanimismo ("e allora ho compreso come la vita/si versava in me, come consueta fluiva/in me da un'altra vita") ma che talvolta può spingere all'eccesso opposto, a perdersi ("se sono io o sei tu"), a lasciarsi "vivere nel mucchio" con tutte le disillusioni che ne conseguono ("ma non siamo noi").
Una variante del principio dei vasi comunicanti sembra trovare applicazione nel campo della memoria, uno dei temi più diffusi del libro ("la modernità/invece non ha memoria"). La testa è una casa "che è finita ed è sempre vuota/- come ad aspettarti". Ricordi e dimenticanze, lacune e "punti di saturazione", si affaticano nei "boschi grigi" dei pensieri o altre volte "si forma/una falla nella testa (un buco/che mi riempie, che inizia a perderti").
Scegliere di scrivere Poesia - oggi - vuol dire credere ancora nella più alta espressione del linguaggio e dell'intelligenza umana ma insieme riconoscere questa possibilità come la più effimera e fragile, una possibilità da rimettere in discussione ad ogni passo, per inseguirla, per ritrovarla ad ogni giro sempre più parziale, relativa, problematica. Il linguaggio ci permette, per "punti d'incontro", di appropriarci della realtà ("prendiamo possesso di una nuova casa/come di un'idea") ma con il rischio costante di perderne il contatto più naturale ("penso al modo di non perderti/che non trovo") impegnati come siamo a "pensare a respirare".
Questa è una poesia straordinaria che sa che deve cercare la comunicazione anche quando afferma l'incomunicabilità ("poi le parole cadono e cadiamo"), sa che deve perseguire il dovere della leggibilità quanto più è mossa dall'incomprensibilità (nel "momento/di capire il senso di un respiro/di non dare più nulla per scontato").
Giovanni Catalano
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