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Francesco Macciò - L’ombra che intorno riunisce le cose
09 febbraio 2009
Nokoss
Progetti, idee e culture alternative
di Giuliana Altamura - 18/11/2008
Scriveva Caproni nel 1956: «Ormai nessuno dubita che il filone della poesia
ligure del Novecento, grazie soprattutto a Montale, sia riuscito a fare del
paesaggio ligustico, con le sue solenni e radicali desolazioni e negazioni [...],
il nudo, aspro paese emblematico della nostra anima contemporanea». Ed è
sicuramente in questa linea ligure - che ebbe come massimi rappresentanti
Sbarbaro, Montale e Caproni - che s'iscrive l'opera poetica di Francesco
Macciò, autore di una nuova e intensa raccolta pubblicata dall'editrice leccese
Manni. L'ombra che intorno riunisce le cose ha la capacità di
restituire lo spirito di un luogo che è allo stesso tempo memoria e immutato
specchio esistenziale dell'uomo, forgiando immagini di grande efficacia in
quella musicalità aspra fatta di «parole esatte» che tanto lo avvicina ai suoi
predecessori liguri.
La raccolta è costituita da nove sezioni di diversa lunghezza, i cui versi sono
ispirati dai paesaggi torrigliesi o della Val Trebbia. Poi scese a disfarsi
una neve impetuosa, la prima parte, si apre con le parole di una donna che
sfidano il fragore del tempo nella promessa di un'eternità conchiusa, ma il
silenzio dell'amore non è capace di soggiogare «l'arsura» che brucia il giorno
e muove già lentamente i passi di lei altrove. La potenza di cui i ricordi
caricano le cose dà vita a immagini fortemente evocative, come quelle
fotografate nel villaggio fantasma di Tecosa rievocato in Compresenze,
dove il passato oscuramente riecheggia fra «muffe di suoni» e nomi perduti,
oppure come nell'ambientazione montana di Sul monte Scietto, in cui
«un amico ostinato» guida il poeta verso una «croce di neve» sulla vetta
faticosa e metaforica. Se Rondeau e Un buio celeste citano o
riscrivono Dante, Visita a Giorgio Caproni omaggia il grande
predecessore nel ricordo di un incontro avvenuto a Loco nell'88, mettendo in
versi alcuni cardini della concezione poetica di Caproni, che ha donato «tutto
il buon sangue» per l'inattingibilità ingovernabile della parola, «mutazioni
segrete che dissolvono la materia».
La seconda sezione, Il monte Bormano, richiama il culto della dea
celtica della caccia cui era sacro il monte Antola, presto cancellato
dall'avvento della romanità. Questo monte «di faggi giganti», dove la dea
Bormano stringeva al suo laccio le prede, assurge a simbolo delle civiltà
perdute, del canto dei vinti, del soccombere della stessa Poesia. A questa
rievocazione dello spirito pagano del paesaggio ligure segue un viaggio nel
tempo nostro e mostruoso che spazia da riferimenti poetici a Sanguineti,
Spaziani e all'Antologia Palatina, alla trasfigurazione degli stessi luoghi
natii travolti - spesso rovinosamente come in Paesaggio, permutazione
- dalla modernità. Alla fine dell'estate richiama i giochi
dell'infanzia partendo dall'ironia musicale di uno scioglilingua per
concludersi con l'adulta e cupa consapevolezza di chi può osservare «oltre il
crinale la strada nera».
Con In scarti di scienza sottile l'ambientazione si sposta dai
paesaggi agli interni, privilegiando in particolar modo quelli dei bar, abitati
da personaggi semplici e autentici, giocatori esperti di scopone scientifico
che con lentezza resistono alla desensibilizzazione dei rapporti che la
velocità del mondo contemporaneo ha stravolto. Recuperando anche il dialetto
per rendere pienamente e con mimetismo la verità di questi luoghi il cui
significato oggi è quasi del tutto perduto, Macciò dipinge i tratti di
un'umanità genuina dai discorsi scarni, che la vita ha fortificato con le sue
vittorie e le sue sconfitte: «vincere sempre | anche sconfitto, nel suo cadere
| preciso capire quello che gli altri | fingono dopo di avere capito». Alla
metafora del gioco di carte si riaggancia anche Scopone scientifico,
la prima delle prose che compongono la sezione successiva, Nuvole,
dove il poeta osserva e descrive con acutezza la partita di quattro giocatori,
scandendo le loro mosse con le citazioni latine delle regole dello scopone
riportate in un trattato napoletano del settecento, estese figurativamente alla
vita stessa: guardare lontano, prestare attenzione, avere memoria, ma
soprattutto saper accettare serenamente il caso, ciò che «senza preavviso può
riservarci la vita».
La sezione Nel verde sempre più cupo si apre agli affetti familiari,
come nelle poesie dedicate alla figlia e al padre, ed allo stesso tempo è
quella maggiormente avvolta da un senso di solitudine, «sostanza femminile che
non invecchia», quasi inevitabile compagna della memoria cui ci si abbandona.
Troviamo anche espressioni significative e quasi programmatiche della «poetica
della visione» di Macciò: la sua voce può cantare e decantare
la vita perché legata alla terra, parte stessa degli elementi dai quali è nata
e capace di cogliere «quel poco che verrà dopo» nella profondità del suo
sguardo. «Tutto è debole in un corpo | debole, tutto tranne gli occhi, | la
forza sicura degli occhi | nel delirio degli stessi pensieri». Ink tablets
è una «scrittura di confine»: l'io poetico si presenta come una guardia al confine,
«custode senza un nome di uomini e di cose», e guarda alla realtà come
«concrezioni di materia / incagliate nella memoria». Come non accorgersi che a
parlare è il poeta stesso e della stessa condizione della poesia? Dopo aver
assistito al dolore, il suo sguardo non può che isolarsi montalianamente sulle
singole cose, scorgendo in esse un significato più grande, mettendo al riparo
il senso da quel «nemico invisibile» che le inghiotte. In Percezioni
dell'anima, infine, regna l'immagine dell'acqua, «un ristagno di nubi
oppresse» dove il poeta e la moglie innominata possono fissare la verità
immensa di un attimo nel loro riflesso destinato a disfarsi.
L'ombra che intorno riunisce le cose è indubbiamente un volume
imprescindibile, capace di dare nuova vita alla grande tradizione poetica
ligure cui appartiene, senza nulla togliere all'originalità della sua scrittura
materica ed evocatrice, esatta e musicale. Come scrisse Mengaldo a proposito di
Sbarbaro: «acquisisce la Liguria ai luoghi memorabili della poesia italiana,
sempre irrobustendo l'idillio col senso linguistico dello scabro e
dell'essenziale».
Francesco Macciò, L'ombra che intorno riunisce le cose
Manni, San Cesario di Lecce 2008 (Pretesti, 337)
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