F.S. Fitzgerald - poetica del disincanto (G. Aprile)
17 gennaio 2009
Le ali di cera del ricordo.
Il Grande Gatsby e la poetica del disincanto
di Guglielmo Aprile
Una stessa, tormentata sostanza morale attraversa i personaggi della prima stagione narrativa di F.S.Fitzgerald, fino al loro epigono psicologicamente più problematico e stilisticamente più riuscito, quel Jay Gatsby protagonista del romanzo omonimo uscito nel 1925. Gli eroi di Fitzgerald aspirano sempre alla pienezza della vita, ma vedono la loro ansia di una felicità assoluta naufragare, infrangersi contro la brutale accidentalità della fortuna, risolversi puntualmente, quasi a castigo per un limite al quale rifiutarono di piegarsi, nel fallimento e nel crollo di tutte le più nobili aspettative della giovinezza. Divorate e svuotate dalla loro fame continua di esperienze, da una brama vitale che esaurendosi finisce per bruciare loro stesse, queste maschere euforiche e sbandate di uomini e donne apparentemente frivole, precipitate in un vortice di amori, svaghi e divertimenti che si ostina troppo a credersi spensierato per esserlo davvero, divorano in pochi anni il destino di un'intera esistenza, ritrovandosi precocemente invecchiate, scettiche e sole tra i frantumi sanguinanti del loro disinganno. Si tratta di anime possedute dal divorante, faustiano anelito ad arrestare il flusso contingente dell'esistenza in un attimo di gioia pura, totale, sganciata dal peso del tempo: ma sono anche frenate dall'abbandono incosciente a quella gioia, e proprio quando sembrano vicine a coglierla, dalla coscienza della sua caducità, oppure da improvvise ombre che si abbattono sui loro sforzi di dare significato alle loro esistenze. I personaggi di Fitzgerald, spietata radiografia del vuoto morale della borghesia americana, oscillano perciò tra l'entusiasmo di poter toccare la cima del mondo e la malinconia di rassegnarsi a guardare in faccia lo squallore di una vita spoglia di giustificazioni per essere vissuta; imprigionati tra i due poli costanti di questo diapason, sono vittime senza scampo di una immutabile parabola tragica, che rimanda con dolorosa sincerità al percorso biografico realmente vissuto dall'autore: quella di Icaro caduto dal cielo dopo aver intravisto un apice troppo alto da afferrare.
Già la figura di Anthony Patch, protagonista di Belli e dannati, si affacciava alla vita carico di speranze e ambizioni, fiducioso di possedere tutti i mezzi per ottenere il successo nel mondo; ma imprevisti rovesci della sua vita lavorativa e coniugale finiscono per smentire tutti i suoi sogni, tradendo la sua ascesa verso il meglio che della vita egli si sentiva chiamato a raccogliere in un destino di rovina e dissolutezza. La giovinezza di Anthony termina nel momento della scoperta che la vita bluffa quando promette felicità, e che il fondamento di quanto ciascuno insegue non è che un miraggio, effimero come gli scherzi del sole tra i rami; Anthony diventa vecchio nel momento in cui si accorge di essere vecchio. Egli non riuscirà ad accettare che la vita reale non è mai pari al romanzo dell'immaginazione, e sconterà tale rivelazione, crudele e ironico rovescio dell'ingenuo ottimismo dei suoi anni migliori, nell'abbandono a eccessi e sregolatezze d'ogni sorta e nella perdita di dignità sociale.
Fotografo del suo tempo,
Fitzgerald sviluppava un'attenta indagine sulla società in cui si trovava a
vivere, e una spietata denuncia del vuoto morale "della popolazione ricca,
fluttuante, che affolla i ristoranti, i cabarets, i teatri e gli alberghi delle
nostre grandi città"[1]:
quella generazione, di cui pure lo scrittore era figlio, che nella ribellione
ai valori tradizionali si era illusa di trovare il fulcro di un proprio
rivoluzionario credo di libertà. Era necessario abbattere i tabù e i divieti
del perbenismo dei padri, la cappa moralistica di rinunce e doveri in cui per
secoli l'umano e legittimo desiderio di felicità era stato imbrigliato, perché
la vita tornasse a essere ricca e piena come meritava. Ed era un'epoca
incosciente e fervorosa, vibrante di slanci e fervori di cambiamento, in cui
tutti puntavano in alto, convinti che il sistema americano garantisse a
chiunque lavorava con alacrità il viatico per affermarsi, e in cui il guadagno
contava sopra ogni cosa, perché i dollari, giusta ricompensa della virtù
benedetta da Dio e dalla Costituzione, assicuravano il possesso del mondo
materiale. Finalmente era lecito e legittimo divertirsi, il senso della vita
era da cercare in questo mondo e non in scopi che lo trascendessero, in un
innocente egoismo, in un estetismo che in America diventava per la prima volta
di massa, complice il benessere diffuso su strati della società molto più
larghi che in Europa. Ma Fitzgerald smascherava il baratro etico annidato
dietro quella rivolta, di cui pure egli era stato l'aedo: accettando la vita a
prescindere da direttive morali e motivazioni metafisiche, l'emancipata umanità
moderna pretendeva di spalancare una prospettiva di libertà inaudita, ma si
copriva soltanto gli occhi di fronte all'essenza tragica di un essere al mondo irrimediabilmente
assurdo. La tragicità dei suoi personaggi è nel loro sforzo di convincersi che
quella loro vita densa e veloce sia perciò anche felice: ma dietro le feste e
il lusso, lo champagne che scorre a fiumi e le notti brave, essi appaiono
annoiati e inguaribilmente scontenti, cinici e saturi di piacere, nonostante
possano permettersi di soddisfare ogni capriccio del loro desiderio: mai prima
di essi la narrativa aveva creato figure che coniugassero così drammaticamente in
sé l'ossimorico dualismo tra estasi e orrore del vivere, lacerate dalla
coesistenza di complementari sentimenti di felicità e di disperazione, perfino
eroiche nell'accettare tutte le disastrose conseguenze della loro temeraria
scommessa esistenziale. Essi incarnano esemplarmente i martiri di una ideologia
che esalta l'edonismo e l'etica dei consumi, ma che condanna alla morte
spirituale chi rincorre un ideale di felicità ormai del tutto mondanizzato e
orgogliosamente avulso da ogni finalità di ordine superiore.
Nel Grande Gatsby, principe delle illusioni cui l'uomo si aggrappa per riscattare la mancanza di senso della vita è l'amore. Come il suo autore, che dissimula una severa ottica da moralista nella parte di scanzonato osservatore di costumi della mondanità, anche la figura di Gatsby nasconde un segreto oscuro dietro la smagliante veste di facciata. In pubblico si mostra accomodante e cordiale, spiritoso e brillante, ma solo per difendere agli occhi degli altri una pena che da lungo tempo lo strugge interiormente. Un alone di mistero lo circonda, che la voce narrante sapientemente lascia coperto da un velo fino a metà della narrazione; nessuno sa chi davvero egli sia, a cosa faccia scudo il suo volto all'apparenza sereno, e forse nessuno se ne preoccupa o se lo chiede sul serio, tra le tante comparse che animano l'ambiente fatuo e superficiale della high society americana prima del '29. Dietro un'epica di bisbocce e boogie-woogie, i gaudenti nottambuli di Fitzgerald lottano per venire a capo dei loro demoni, o per dissimularli agli occhi degli altri: gli orrori della guerra recente, l'impotenza di fronte al tempo che passa portandosi via la giovinezza dei protagonisti di quella irripetibile fase storica, l'angoscia dell'incapacità di trovare un movente al vivere. I modi eleganti e cortesi come modellati sull'aristocratica educazione di un'epoca che non è più, il portamento composto, mai una battuta stonata o un gesto sconnesso, mai che si lasci sorprendere in contropiede da quanto lo circonda, Gatsby rilegge lo stile del dandy nel contesto dei ruggenti anni Venti newyorkesi; guarda con partecipazione agli altri, ne ascolta le storie, ma senza mai condividere fino in fondo le loro passioni, mantenendo un distacco da spettatore mentre essi si gettano nel tumulto della vita, quasi osservasse svolgersi il teatro del mondo ma da un angolo di visuale sopraelevato e inaccessibile. Un diaframma ironico lo rende distante, lo separa dal palpito ardente delle strade, dal luccichio delle serate che lui stesso amava dare, lo chiude in una insormontabile solitudine; i nostri sforzi di trovare di che valga la pena vivere gli appaiono forse ingenui, come giochi di bambini a un filosofo, ma non per questo li condanna. La febbre vitale dei desideri si stempera nel suo sorriso indulgente, ed egli affascina gli ospiti dei suoi parties con la sua bonarietà affabile e indulgente, che pare aver conosciuto tutti i tranelli di rimpianto e disincanto in cui gli uomini cadono dando la caccia ai multiformi fantasmi della felicità.
Il fasto della vita di Gatsby, la villa che comprò sulla baia di Manhattan, il suo adoperarsi generoso e senza badare a spese nei ricevimenti che vi teneva: tutte le sue scelte erano funzionali a inseguire il più impossibile dei sogni: riconquistare una donna perduta cinque anni prima, resuscitare un amore finito per il frapporsi di troppe circostanze sfavorevoli e indipendenti dal volere di entrambi (lui partito in guerra, lei consegnata in moglie ad un altro dai genitori). Gatsby aspira a riappropriarsi di quel bene quasi vantando su di esso un qualche diritto, che il tempo o un dio ostile gli avevano impunemente negato: quel bene, l'amore di Daisy, resta l'unico autentico per lui, e a confronto con esso tutto il lusso squisito che poteva permettersi era niente. L'intera aspettativa di senso che gravava sulla sua vita era vincolata a questa chimera, tanto più nobile quanto più irrealizzabile, a un imperativo ridicolo nella sua assurdità, commovente nella sua vanità. Ma quando la vita avrà opposto per la seconda volta il suo rifiuto, Gatsby vedrà crollare definitivamente la chiave di volta delle sue aspirazioni ideali. Allora l'ingenuo, a questo punto, appare il povero Gatsby, che non sa arrendersi al tramonto, perfino ovvio agli occhi comuni, delle illusioni giovanili, alla cruda necessità del destino, e si scontra con esso, fino a uscirne sconfitto, ma accettando lo smacco e non accontentandosi di compromessi (l'adorata Daisy poteva tranquillamente indossare i panni di amante clandestina, come avveniva per tante coppie del bel mondo che interpretavano la fedeltà matrimoniale in modo assai elastico). È suo il destino dei wertheriani di ogni tempo, che preferiscono affondare insieme all'unico, non contraccambiabile ideale che per essi avvalori la vita, piuttosto che uniformarsi al comodo realismo dei cinici e degli scaltri, facilitati a vivere nonostante la contraddizione tra la vita e il sogno poiché non toccati dalla dannazione di vagheggiare una felicità più grande di quella consentita dalla realtà.
La saggezza spicciola ammonisce che certi errori non si riparano e che i passi lasciati sulla sabbia del tempo non si cancellano, ma c'è in noi un bisogno insopprimibile, una necessità più forte che insorge contro lo scorrere delle stagioni. L'amore, o meglio la sua declinazione fitzgeraldiana, diventa lo strumento più elevato di questa protesta: "incatenando le visioni inesprimibili" di Gatsby "all'alito perituro di lei", e investe una creatura umana, per sua natura limitata, dell'ambizione oltreumana di superare i vincoli del tempo e le leggi degli uomini: esso proietta in un essere finito, una donna, l'aspettativa di un bene infinito. Inverosimile credere a un qualche paradiso serbato dal destino, soprattutto se incentrato sulla più fragile e aleatoria delle speranze, quella amorosa; ma è la fede in esso e nella possibilità di guadagnarcelo un giorno, la più nobile e perdonabile delle presunzioni umane, che spinge a vivere.
Sebbene consenziente alla relazione adulterina, Daisy era ormai moglie di un altro uomo, strapparla pubblicamente al quale avrebbe implicato lo scandalo e la compromissione dei legami sociali per la coppia. Ma neppure l'inequivocabile fine di ogni speranza di ricongiungimento poteva scalfire quel ricordo in Gatsby, né la prova che le strade di entrambi si fossero divise poteva ricondurre le sue velleità di ritorno entro gli argini della rassegnazione, poiché "non c'è fuoco né gelo tale da sfidare ciò che un uomo può accumulare nel proprio cuore". Il volto di Daisy fermenta come un idolo invincibile nella memoria di Gatsby, e l'emozione esplode, nel momento del loro incontro. C'è qualcosa di eroico, nel non declinare di quella passione, nel suo indomito, ostinato restare fedele solo a se stessa e sorda al passare degli anni, nel suo infantile, perdente opporsi all'avversità delle circostanze maturate nella distanza tra i due amanti, che ritrovatisi si persuadono a ricominciare il filo della loro storia interrotta, "a trascinare da un'epoca all'altra sogni dimenticati".
La conclusione morale della vicenda è nella rivelazione, scontata ma universale, che il passato non torna più indietro e che la vita non si ripete, non concede seconde occasioni. L'illusione tragica di Gatsby è nella sfida alla legge che vieta al nastro dei destini individuali di riavvolgersi, ed egli pagherà cara la hybris della sua nostalgia.
La luce stupefatta del miracolo, quella in cui, nel finale del romanzo, la voce narrante medita che il nuovo mondo debba essere apparso secoli prima ai marinai stremati dal mare, risorge sempre nella visione della persona amata, che al suo apparire ci rapisce come un prodigio sovrannaturale.
Gatsby si illude che una misteriosa, inalienabile felicità lo attenda, simboleggiata dal lampo di una "luce verde accesa tutta la notte all'estremità del pontile" dove abitava Daisy, e la sua immaginazione pone tale chimera in un radioso futuro da inseguire; ma la meta verso cui tendono le sue braccia appartiene in realtà al passato, e perciò i momenti dell'amore con Daisy non potranno essere rivissuti. Gatsby rincorre qualcosa che non gli verrà più restituita, che magari appena sfiorò, solo una volta, in tempi naufragati, ma alla quale non gli capiterà nuovamente di andare così vicino; tutto il suo sforzo batte i pugni contro il muro della storia già scritta, non portando che all'autoinganno, ed egli si ritroverà ad aver abbracciato nient'altro che un'ombra.
[1] Dalla fascetta per la prima edizione di Belli e dannati scritta dallo stesso autore
Francis Scott Key Fitzgerald (Saint Paul, 24 settembre 1896 - Hollywood, 21 dicembre 1940) è stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense, autore di romanzi e racconti. È considerato uno fra i maggiori autori dell'Età del jazz e, per la sua opera complessiva, del XX secolo.
Faceva parte della corrente letteraria della cosiddetta Generazione perduta, un gruppo di scrittori americani nati negli anni 1890 che si stabilì in Francia dopo la prima guerra mondiale.
Scrisse quattro romanzi, più un quinto lasciato incompiuto, e decine di racconti brevi sui temi della giovinezza, della disperazione, e del disagio generazionale.
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- venerdì 19 marzo 2010Milano- ROSSO tra erotismo e santitÃ










