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F. Michieli - DIRE (A. De Molo)

01 febbraio 2009

 

Fabio Michieli - DIRE

Impressioni di lettura di Augusto De Molo

 

 

Questa raccolta nasce - per me che leggo - sotto il segno di Orfeo e di Euridice. Il mito antico è noto e raccontato dai Classici tra i quali Virgilio nel quarto libro delle sue Georgiche. Così rievoca il mito il grande poeta latino: il pastore Aristeo ha provocato involontariamente la morte di Euridice, sposa di Orfeo (nel mito greco primo grandissimo poeta): sconvolto, il poeta discende agli Inferi e col suo canto, dopo aver placato le anime affannate, ottiene da Plutone, su intercessione di Proserpina, di poter riportare nel mondo dei vivi la sua sposa. Dovrà solo evitare, durante il viaggio di ritorno, di volgersi a guardare Euridice che lo segue. Purtroppo, temendo che lei non lo segua, Orfeo si volge e con quel gesto risospinge l'amata nell'Ade. Il poeta, che placa il dolore col canto e potrebbe salvare persino dalle tenebre dell'Inferno chi ama, non sa resistere (Virgilio scrive victus animi) ...

Una tragedia di amore e morte certamente ma anche un'allegoria della potenza salvifica del canto ed anche l'origine prima di quei culti, detti orfici, che costituirono una religione della morte e della rinascita assai diffusa nel Mondo Antico.

Niente paura: non mi sono perso nell'esibizione patetica di erudizioni ginnasiali. Quasi all'inizio della raccolta infatti Orfeo invita Euridice a non temere il salto...oltre il limite concesso / ora che pura risorgi dal Lete. E fin qui siamo tutto sommato in linea con la tradizione. Ma subito dopo lei gli risponde in modo originale: ora voltati e guardami! Ti supplico / spegni il tuo amore incauto / eternami nel canto / annientami: dissolvimi: esaudiscimi: annullami. In queste parole non solo sentiamo espresso un masochismo cupio dissolvi tutto "romanticamente" moderno ma anche una sorprendente richiesta che potrebbe essere persino una dichiarazione di poetica: quell'eternami nel canto così disperatamente "classicistico" (per fare un'osservazione di scuola).

D'altra parte - si direbbe - quale futuro (noioso e mediocre?) attenderebbe un'Euridice qualsiasi nella sua quotidianità di moglie, sottratta cioè al proprio mito a paragone dell'eternità che le darebbe la poesia?

Un po' tutta l'atmosfera della raccolta è caratterizzata da un classico equilibrio di ritmi e di pause, da un addensarsi di ombre in cui un sospiro lontano si fa / eco e mistero, di Carnevali che si riducono a le ceneri che ho nere sul capo..., quando goccia dopo goccia il tempo svapora.

Chi legge si trova a viaggiare in una sorta di territorio di confine: là anche la morte è un segno di vita. Allora osservo: anche Orfeo ed Euridice raccontano una storia di confine tra vita e morte, tra luce ed ombra tra detto e taciuto, laddove insomma le foglie già da tempo marce al suolo / avidamente attendono lo schianto. Ma un luogo tra cielo e mare, di sabbia, dove una città s'addormenta nel sogno lo conosciamo tutti: è Venezia. Sarà pure un'immagine tradizionale di Venezia, alla Thomas Mann (se vi par poco...). La raccolta è anche - io credo - la storia di un rapporto particolare tra un veneziano e la sua città, un rapporto che può intuire chi come me ha abitato la Laguna anche se per pochi anni: persino la struttura epigrammatica dei testi, che sembrano affiorare "smarginati", senza maiuscole a marcare gli inizi o punti fermi a marcare i limiti, li fa simili ad isole affioranti nella laguna della pagina.

Queste isole provvisorie di consapevolezza o magari di dubbio sono pur sempre vita, no? Certo il ritratto della città quasi dopo un'Apocalisse è pur sempre quello di arida dimessa terra o vitrea serra / o crepa inerme o piaga purulenta. Il poeta insomma appare l'Orfeo di una Venezia - Euridice ma non si sa mai fino in fondo se sia lui a parlare di lei o lei a parlare di lui, di chi sia l'elegia (in origine la parola significava canto di lamento).

Certo proprio nei versi iniziali della raccolta (Dicatum) si trova: volevo un libro chiaro per noi due: / una pagina bianca quasi pura. Non pare, allora, che così l'anello sia chiuso? Bella maestria del veneziano Fabio Michieli questa elaborata e quasi cesellata elegia in forma di corona di epigrammi.

 

Augusto De Molo

 

 

Al tempo bisognava dare tempo

e nient'altro che tempo - quasi fosse

lì tutto il suo mistero - desiderio -

quasi fosse lì il tutto già mistero:

 

ma l'ape che mi ronza sopra il capo

non sa che il polline sul corpo proprio

 

 

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