F. Ferraresso: Il ruolo portante della poesia
25 giugno 2009
La sciolsi da me
la deposi sul filo dell'acqua
senza considerare la corrente
la furia di quelle lame
tra la roccia dei graniti
la memoria la squarciò
tagliò le gambe le braccia
la bocca schizzò solo sibili
rimase in equilibrio a mezz'aria
tagliata con il ventre aperto come se
di punto in bianco
nella pagina di un nuovo immenso silenzio
avesse potuto partorire una verità
assoluta
come se avesse potuto assolversi
come se la storia avesse potuto stare lì
tra quelle interiora massacrate
vocabolario di miserie e nefandezze mai sillabate
in cataloghi di alcuna lingua.
Deglutii
la lasciai morire
lasciai che in me
ritornasse sangue.
*
Didascalia: la parte non dialogica di un testo, teatrale e non, la breve descrizione con funzione di commento o istruzione.
Il drammaturgo, all'interno del copione dell'esistere, o del resistere, quali didascalie ha fornito? Ha lasciato all'attore le note della regia, per la messa in scena? Tutto ciò che chiamiamo es-perienza, che implica quindi il perire, il decadere, e ha carattere pratico relativamente all'ambientazione scenica o all'attraversamento della scena, forse induce gli attori a re-citare in modi particolari ma è didascalica relativamente al corpo intero, al senso di tutto questo grande meccano? Se tutto resta ancora non svelato, significa che il discorso drammatico è così forte da risultare inaccessibile e tutto quanto l'uomo opera per avventurarsi all'interno del corpo e del senso del corpo altro non è che didascalia al testo del drammaturgo e alla messa in scena? Restano, le nostre esperienze, esercitazioni, disciplinate annotazioni in margine al testo, in cui nulla e tutto è sempre e solo didascalia di se stesso?
... e intanto cade
...
luce e universo un'unica ombra
...
noi
... completamente immersi
.
( Nel lusso e nell'incuria- inediti.)
*
Ho aperto
con questi due testi, ancora in via di lavorazione, posti all'inizio e
all'interno di un percorso che ritengo, anzi credo (verbo poco usato
ultimamente, sostituito con ri-tengo, nemmeno pe(n)so ) attuale, nato dal
ver-me di questo pomo di discordie che ultimamente si consumano, non solo nel
nostro paese ma ovunque nella terra. Oggi dovunque si parla non di
COOPERAZIONE, ma di CONCORRENZIALITA' e dunque di una guerra continua per
...dei -"primati". Ecco, in un periodo di falsa libertà, di falsa
civiltà collettiva, in cui sembra che il numero ristretto di quelli che vengono
de-nominati potenti , attraverso elezioni di chi potente non è ed è l'insieme
numerico straordinariamente maggiore, in questo periodo insomma, credo che
POESIA abbia un ruolo PORTANTE, proprio perché capace di svincolarsi da una
individualità singola e/o singolare e assumere l'abito di una più ampia
presenza, attraverso la capacità di sciogliersi dal disciplinare, da ciò che
vorrebbe essere legge, servo e servile, o addirittura servito.
L'umano e l'umanità sono modi di attraversamento ma non sono, per me, principi
di potere, valori di potenza. La vita si dis-integra tra gli stessi due poli
della terra, anche nella terra-uomo: una è la ca-lotta della nascita, l'altra
della morte. Tra le due, pro-cessioni di equi-nozi, sol-s-tizi, stagioni
dell'essere in cui migriamo tutti, per un vento fatto di emozioni, passioni,
paure,ossessioni, il corpo, abito, e nave, nella sua liquidità straordinaria,
non apprezzata per questa sua abilità di tras-formazione, scrittura profonda e
di superficie, in questo mondo in cui tutto ha valore perché ha un prezzo
commerciale, continua il suo ruolo fondante. Tutto è corpo in natura, eccetto,
il pensiero: il più ludico, il più lieve, il più illusorio e, a guardare bene,
fantasma-(alle)gorico, sostanza assolutamente mutevole, in-catturabile, tra le
doglie che procura al corpo in cui s'innesta, attraverso i pennini del sangue,
si dilata o si comprime nei vasi fino a ridurre in lotta continua e dis-armo il
re-spiro, riducendo il fuoco vitale. Niente come il pensiero è più effimero
eppure, l'uomo, de-pone se stesso di fronte a questo Giano, ne costruisce
altari attraverso cui il nulla di un sogno, le utopie, regna, o crede di farlo.
Cedevoli, intercambiabili, sorprendentemente singolari, nati da un sognatore che poi ha tra-dotto i suoi sogni agli altri, che se ne sono impossessati o a cui si sono asserviti, in periodo lunghissimi, spesso tragici, addirittura sanguinari, le i-deo-logie, di qualunque gene-re, sono diventate leggi proprie di una collettività senza altro corpo che quello generico di un'ombra in-d'istinta, dimenticando che erano appunto "singolari" sogni. TRA-DUZIONI , allora, di qualcosa che era un intimo viaggio, oltre le colonne della rea-alt(r)a e si è tra-mutato in parola che governa:dettato, dittatura.
Questo, credo, è l'ambito che poesia, consapevole dell'effimero, del vacuo, del limite, del non-so, della morte e del cedere, dell'onirico, del de-siderio, non pratica. Sulla carta e dentro la lingua, attraverso un fiato che si s-fila da sé per
farsi (l')altro, in una perdita continua, persino della me-moria, è una nascita diversa, è la soglia mille volte percorsa, at-tra-versata, senza dimenticare dove si è totalmente immersi sempre, riducendo il campo visivo a ciò che realmente " CI mette a fuoco", tutti : noi siamo in-visibili, in quel corpo aereo che cavalca il buio, il silenzio della notte profondissima di un cosmo che (non) ci lascia "primati". L'individuo scompare in questa scena, si fa garante di una collezione di un genere che è la vita stessa, in tutte le sue forme, senza nazionalismi, territorialismi, idealismi che si mostrano per ciò che sono: i dinosauri di ogni epoca, i tiranno-sauri-rex , carnivori pensieri che divorano le specie, riducendole, annientandole. Dai pen-sieri si lascia governare l'uomo, da quanto è più lieve di una nuvola, di un respiro e lo fa da secoli, sprecando, sperperando, ammazzando, massacrando, prendendosi il lusso di dire di sapere, e facendone memorie fossili.Nulla è più vecchio del potere che ancora ci governa. Ma cosa governa?Fino a che punto l'uo,o si è e-voluto?Cosa ha visto oggi più di ieri?
Nemmeno i limiti, si è nascosto dentro e dietro TEO-rie che hanno costruito altari, sempre a favo-re di re, ciò che resta di un'altra parola, forse, res non rex, dunque cosa, nome comune generico, che indica tutto e niente, forse è questa la cosa fondamentale a cui dovremmo ricondurci e ancora ancorarci: l'ignoranza, il comune con-notato che azzera i dis-livelli costruiti da essa stessa e da lì nutrire una percezione il-lu-minante: ogni ferma, rigida posizione. Noi le abbiamo scritte, codificate, imbrattate di in-chiostri le teorie, sono diventate pietre da lanciare contro: chi se non sempre noi stessi?
" Senza parola scritta non c'è storia" dice Maria Zambrano e aggiunge che "le parole vere non permangono e basta, si accendono e si spengono, si riducono in polvere e ricompaiono intatte".
Cercare il canto perduto delle pietre cadute, le parole dette senza s-balzo o sobbalzo o capriola dell'onda sulla riva del mare, il nostro mare comune, le parole sul fondo del mare del linguaggio, questo significa per me cercare il suono profondo che ha segnato, scritto dunque, lo strappo, l'attimo di una creazione della terra e dell'uomo, anche lui pianeta, in cui quelle parole d'ombra sono state espropriate all'universo, e sono nate, predisponendosi a morire e così a rinascersi.
La fame resta fame e nel globo sta aumentando a dismisura. Non si può restare inerti davanti a questo guasto che si diffonde, pensando ancora che ci sia un posto mio e uno loro, una parola mia e una altrui. Lo stato è solo uno stato in luogo, senza altri confini che la vita o la morte, come sempre, come se il tempo non fosse mai trascorso.
Ringrazio Anna Maria Farabbi e Lietocolle editore oltre, naturalmente, tutti quelli che hanno partecipato sino a qui lasciando la propria impronta.
25 giugno 2009
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