F. Alborghetti su Lillo
01 aprile 2009
articolo pubblicato su www. alleo.it - rubrica SUN aprile 09
Gli esordi sono un piacere da leggere, specie quanto sono attesi. La
prima volta che ho letto una poesia di Antonio Lillo è stata durante la
scelta di poesie che porterà alla composizione del volume Il segreto
delle fragole 2008, da me co-curato con Giampiero Neri. E la poesia
scelta fu una vera sorpresa quanto lo scoprire che l'autore era quasi
del tutto inedito.
Ora non più ed ho tra le mani L'innocenza del male, sua opera prima che
in apertura si fregia di una attenta prefazione di Guido Oldani.
L'esplorazione del rapporto tra esperienza e conoscenza è
probabilmente uno dei più frequentati dalla filosofia, cosi come lo è
in poesia. Meno consueto è collegare i due fattori all'innocenza:
intuitivamente l'innocenza rimanda (quasi esclusivamente) ad uno stato
prelapsario (antecedente al peccato originale), ad un'infanzia
incorrotta oppure alle cosiddette virtù monacali. L'innocenza è ciò che
non può essere dimostrato attraverso i procedimenti della ragione
discorsiva ma Lillo ribalta il senso tramite un ossimoro, l'innocenza
del male appunto, e s'addentra con linguaggio diritto e dosato, con
incursioni (rare) nel vernacolo (il dialetto usato è quello parlato a
Locorotondo, terra dell'autore) verso il tentativo di determinare un
agente morale che tramite la caratterizzazione della soggettività porti
all'esperienza, là dove il soggetto morale non è solo un animale dotato
di linguaggio bensì un catalizzatore di esperienza. L'errore è credere
che l'esperienza sia solo un fascio di sensazioni. Accade, certo, ma in
luce di una sedimentazione stratificata che porge nuovi significati e
cambia i precedenti. Questa "esperienza strutturata" sa di essere una
somma di eventi antecedenti (quindi non soltanto un mero
catalizzatore). La coscienza che ne segue è la coscienza di un io
votato al mondo dove poi inserire l'io corpo che ne è la condizione.
Lillo si contrappone però al divenire ameba immersa in un grande
omogeneizzato (cito dalla prefazione di Oldani), cosi come sa che senza
il mondo sociale l'individuo non sarebbe altro che una astrazione ed è
qui il punto: restare (meglio ancora: essere!) nella fioritura umana (i
trent'anni dell'autore) senza divenire omologazione, scoramento,
ammaestramento. L'autore è consapevole dello sdoppiamento riflessivo
del sé, delle ragioni che costanti portano al conflitto (anche
interiore) e che è una guerra riappropriarsi di quell'io originario,
spontaneo, innocente e quindi autentico.
Se da un lato è necessario subire (stratificarsi del e nel male),
dall'altro resiste l'atto libero dell'attenzione (e della sorpresa) che
non contrae su di un unico punto focalizzato e localizzato del tempo e
dell'esperienza (come un riflesso condizionato). E' qui che esiste o
rinasce l'innocenza.
Apparentemente parrebbe un libro di difficile percorso: non lo è.
Pregio di Antonio Lillo è scrivere come mangia: ha letto e molto e si
sente. Cita grandi poeti, anche contemporanei (un esempio immediato e
diritto d'inizio volume: a pagina 12, Pagliarani) ma non li copia.
Ulteriore punto a favore è la tecnica, capita e messa da parte per
trovare quella spontaneità che caratterizza un dettato personale. Viene
usato con sicurezza l'enjambement, l'ipermetro ma qui o là affiora una
certa prosasticità che andrà limata strada facendo. Suggerisco di
muovere -inoltre- con maggiore sintesi per non annacquare un dettato
che evidentemente arriva da un lavoro di forgiatura. Si dia adesso il
tempo di curare questo volume, portarlo avanti: lavorare intanto senza
fretta per rafforzare una lingua che ha sicuramente una buona strada
avanti e questo esordio in sicurezza lo conferma. Del lavoro impervio e
terribilmente duro che attende chi scrive poesia, Lillo è però
consapevole, tanto da porre anche a sé stesso un promemoria in
epigrafe: Per me/ Povero più di prima/ che non ero pubblicato. Chapeu!
Fabiano Alborghetti
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