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Emily Dickinson - L'eternato canto (C. Benecchi)

02 dicembre 2007


"Concentrarsi come il tuono
e poi sgretolare con sfarzo e fragore
mentre ogni cosa creata cerca rifugio
questo- sarebbe poesia-."


 
 
 
..."Il passo come quello di un bimbo/...Venne verso di me e con un gesto ingenuo mi mise due gigli nelle mani. Poi disse con voce dolce, spaventata, fioca, infantile: "Questa è la mia presentazione" e aggiunse/...Mi perdoni se sono spaurita ma non vedo mai estranei e non so bene quel che dico...".
Così Emily Dickinson apparve la prima volta a Thomas Higginson, critico letterario con il quale intrattenne un lungo carteggio epistolare. Così Emily in lui rimase, catturato da quell'aura puerile d'eterna bambina:
"Era troppo enigmatica perché riuscissi a risolvere il mistero nel giro di un'ora, e l'istinto mi suggerì che il minimo tentativo di stanarla l'avrebbe spinta a chiudersi nel guscio; potevo solo osservare in silenzio come si fa nei boschi, dare un nome alla preda senza usare il fucile..."
 
...
Enigmatica, tormentata e sfuggente, avvolta nel virgineo candore di un abito bianco, simile ai lilium che amava, Emily Dickinson visse il dilemma della sua inquieta natura chiusa fra le pareti di una stanza, come una mosca bianca in una goccia d'ambra. Fu la sua vita un testo sommerso di cui la poesia è la traduzione, fu il silenzio con cui convisse la clandestinità un privilegio essenziale atto a cogliere e coltivare il suo " daimon poetico". Fu il brivido una costante della sua esperienza estatica come l'ebbrezza ne connotò l'esaltazione erotica: "Se leggo un libro che mi gela tutta, così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa, so che quella è poesia. E' l'unico modo che ho di conoscerla. Ce ne sono altri?".
Una delle tante riflessioni sulla percezione poetica dalla sua nicchia contemplativa eletta a luogo-non luogo conciliante la sfera seduttiva della scrittura, quella silente attitudine alla parola scritta per lei più prossima alla profonda verità cui si votò interamente in un rigoglio di poesie e lettere: "Tutte le lettere che potrei scrivere// sillabe di velluto/ e parole di seta...". Dalla segreta radura polare stilerà Emily: "Alcuni dicono che/ quando è detta la parola muore./Io dico che proprio quel giorno/comincia a vivere.
Parola come espressione non verbale ma di sommesso scrivere, inchiostro segreto, incisione profonda sulla pagina intonsa a farsi voce di un silenzio voluto cui Emily si accosta in simbiosi totale poiché solo e soltanto "quella parola" è un tramite fra lei e "l'oltre" fra lei e " l'altro". Il suo vissuto figurativo appare come una prolusione all'altra vita, l'enigma dell'immortalità aspirata attraverso l'espressione artistica, un connubio tra intelletto e sensi verso un'ascesi alla beatitudine in un'ablazione del possesso terreno, non negando nel suo immaginario una sensuale identificazione con la pienezza vivida della natura e dell'uomo, di tutto quel piccolo cosmo a lei circoscritto: "Meditai su cosa fosse la beatitudine-/ E se l'avrei sentita così vasta-/ Se l'avessi raccolta nella mano-/ Come nel suo librarsi- visto- tra la nebbia-". Tematiche di spirituale intensità rivelanti sentimenti di opposto dualismo, amore/ dolore, gioia/ angoscia, attesa/ abbandono ne tramano il percorso letterario in una scansione temporale silenziosa e perdurante. Emily e la grammatica del tempo "una finzione della mente", Emily dietro la soglia " una serrata finitudine" e un intreccio in lei discorde di pulsioni, di accenti e di silenzi: "Il silenzio è tutto il nostro terrore/c'è riscatto nella voce-/ma il silenzio è l'Infinito. / Per sé non ha volto." E nel silenzio Emily si ascolta, si confronta, si discopre altra da sé, senza finzione, consapevole e confessionale. Un linguaggio che si fa ventaglio di luce, trepido scandaglio da un'esistenza claustrale come danza intorno al vuoto o dell'assenza: "La mancanza di tutto mi impedì/ di sentire la mancanza delle cose minori./Fosse stato lo scardinarsi di un mondo/ o l'estinguersi del sole,/ nulla era così importante/ da farmi alzare il capo,/dal lavoro,/ per curiosità." 
Allo specchio dei giorni nella metamorfosi salvifica del travestimento, del nascondimento la Dickinson disseta l'inquietudine giocando ruoli diversi della sua identità in un volgersi di umori, ora ludica e sensuale, ora erratica ed istrionica, o passionale e contemplativa. Il suo "io" sbrigliato s'inventa e si avventura per lande oniriche vestendo maschere diverse:"/I miei fiori sono vicini, eppure stranieri. Mi basta attraversare una stanza per trovarmi nel giardino delle spezie", poiché "La mente ha corridoi- che vanno oltre/lo spazio materiale". Ed eccola allusiva e maliziosa, assertiva ed ammiccante" nel giardino della mente", eccola a narrarsi...Emily- bimba trasgressiva: "Così mi tolgo le scarpe/ guardando l'acqua/ Per il piacere di disobbedire" e con piena vivezza accentua:"/...L'estasi di perdere una scarpa nel fango e di tornare a casa scalza, guazzando in cerca di fiori", e poi Emily - donna così dialogicamente carnale: "Minimi fiumi- docili ad un mare./Il mio Caspio- tu.", e ancora Emily- zingara vagolante in falcate di chimerica fuga: "Mi toccò // per sua concessione,/ io vagai sul suo petto/ un silenzioso illimitato spazio.// Ed ora non son più quella di prima,//...anche i miei piedi a lungo vagabondi-/e il mio volto di zingara- a più tenera/ gioia trasfigurati.", ed Emily- strega di virtuosismi lessicali in versi incantatori: "Dove le rose non osano andare/quale cuore il cammino tenterebbe?/Così mando i miei rossi esploratori/ a sondare il nemico." 
Inscindibili da lei il luogo e la parola, entrambi li abita come i fantasmi che la visitano: "Sento nella mia stanza un compagno invisibile:/la sua presenza non è confermata da gesto o parola. / Né occorre fargli posto. /...La presenza è la sola / libertà che si prende./Né io né lui tradiamo il patto del silenzio."
Un'alchimia tutta femminile la sua, quel parlare in penombra, sottovoce, sul filo marginale che separa e congiunge ciò che è dentro e fuori di lei. Un'accesa visività le consente la smaliziata vocazione di cogliere oltre la soglia ciò cui si è negata. La perdita di ogni contatto con il reale le riserva la messa a fuoco di una seconda vista a mutare il dato naturale in principio visionario:
Il suo è un indagarsi da spettatrice nell'isolamento in cui vive, l'attenzione riversata all'esterno acuisce la percezione rifratta di un "altrove" filtrato, rarefatto e purificato dalle sue emozioni: "Spiegare la bellezza significa intaccarla/ e definire il fascino, avvilirlo-/ La mia mente s'affanna a ricercare/ quella parola; invano, ma ogni volta/ la rapisce un'estatica certezza/ di ricchezze segrete- di intime miniere." Nomade é il suo pensiero, tentazione di miraggi una viandanza senza pena né distacco, poiché il rimemorare la perdita di legami oltre la separazione, oltre la morte le è indomita sofferenza: "Sono gli amici gioia oppure pena?/Potesse il loro amore rimanere/ chi ne possiede sarebbe felice-/ Ma se essi si fermano soltanto/ per poi più lontano ripartire/ chi ne possiede è triste."
Del nulla Emily si nutre giocando il tempo con la solitaria fioritura del suo essere: " Forse sarei più sola/ senza la mia solitudine", vestita di riservatezza e di inquietante candidità come il bianco che la fascia:"Era- dissi cosa - solenne / essere -una donna bianca/ e indossare- se Dio mi giudicava degna-/ il suo mistero innocente-/...E poi- la misura di "questa piccola vita-/ i saggi la chiamano piccola-/ crebbe- come orizzonti- nel mio abito-/ e piano- sorrisi-"piccola!".
Una donna bianca "cosa solenne" come la sacralità dell'anima, bianchezza come la neve o dell'assenza, come il bagliore evanescente della luce: "Vorrei gustare l'evanescenza lentamente"-dice- persa nelle brume di un piacere edenico mentre la sua parola osa: "Da calici scavati nella perla/ assaporo un liquore mai gustato-/ Ebbra d'aria-/ ubriaca di rugiada-/ vaneggio da taverne di blu fuso/ lungo giorni d'estate senza fine.
Bianca Emily nella sua verginale fralezza di bimba/donna dalle tipologie oppositive, così arrendevole ed anelante nell'accendersi e riverberare dei sensi, ravvolta in quel nitore a celare l'apparente silenzio del corpo, le pulsioni e i turbamenti che lo percorrono in vibrante attesa: " //V'è in un meriggio estivo- vastità/ ed azzurro profumo-/qualcosa che trascende l'estasi .// Qualcosa è così splendido, esaltante./ Magiche dita non riposano/ ed un ruscello purpureo nel seno/ ancora sfida il suo ristretto alveo."
Vestale di un'eco senza voce la separatezza delle cose non la depriva. Conosce l'estasi di una solitudine polare, il colore del vuoto, il fulcro del silenzio, il senso del passaggio in un accordo muto con le cose verso il trascendente. Verso un'aperta corolla di luce, verso squarci d'esterno dirompe la sua erranza mentale ove lei tesse un lirismo esteso ad una dimensione universale fra l'assoluto e l'eterno: "Due abissi: dietro a me l'Eternità,/ sotto il mio sguardo l'Immortalità,/ ed io al loro confine-/ La morte l'ultimo grigiore orientale/ consumato all'alba/ innanzi che cominci l'Occidente."
"Natura, eros, cielo" luoghi eletti del suo immaginario si riversano in un assunto poetico di estrema rarefazione da apparire come prodigioso magma eruttivo. Emily distilla in quel volontario esilio cristallizzato del corpo e dello spazio una visione estatica dell'infinito, del metafisico, del divino. L'estasi allusa non è mistica ma compositiva di una materia che si fa canto: "Sottraetemi tutto tranne l'estasi e allora sarò più ricca di tutti." E il suo poetare sensualmente larvato rivolto al Divino che umanizza e ne coglie in un abbandono contemplativo i favori dell'amore è rituale liberatorio di una tacitata fisicità: "Entro la nera zolla, per essere iniziato,/passa sicuro il giglio./ Non trepida il suo bianco piede, né la sua fede/ ha mai timore./ E poi, sul prato,/ agita una campana di berillo,/ la vita primordiale ormai dimenticata/ per la delizia e l'estasi."
Echeggia profusa di ebrietà e d'abbandono la sua voce nel viaggio simbolico dell'eros: "E tu coglimi, anemone,/ tu fiore per l'eterno", quanto a volte cauta, smorzata, profetica sillaba:" Non accostarti troppo alla dimora di una rosa:/ se una brezza le preda/ o rugiada le inonda/ cadono con timore le sue mura./E non voler legare la farfalla,/o scalare le sbarre dell'estasi:/ garanzia della gioia/ è il suo rischio perenne."
Il silenzio, un intervallo fra nulla e nulla...Emily al centro fra indugi e trasalimenti in una piumata incubazione vivificante là dove irreversibile gemma la sua solitudine nelle tinte del desiderio scacco al tempo. E se «la création poétique, c'est la création de l'attente »- come scrive Valéry-, l'attesa per lei si relaziona "all'altro da sé, allo spazio, all'infinito": "Io canto per consumare l'attesa-/chiudere la porta di casa//...fin quando all'avvicinarsi del suo passo finale/viaggeremo verso il Giorno/ raccontandoci di come abbiamo cantato/ per tenere lontano la Notte.."
In quella clausura senza aspettative solo e soltanto il suo fervore compositivo può compensare e lenire la percezione dell'assenza che pari al buio la fascia e la separa da figure e forme e disincarna come la morte, per lei viatico all'immortalità. Il legame con essa è colloquiale e conciliativo, l'incontro naturale, epifanico di un cammino terreno: "Grandi strade di silenzio portavano/ lontano alla volta di zone di Pausa- vicine-/ Qui non v'era segnale/ né dissenso/ né universo-né legge-//...Qui tuttavia il tempo non aveva fondamento/ perché l'epoca si estingueva."
La morte in lei come elemento generante e non come potere distruttore sottende l'attesa di una migrazione dell'anima in un'ascesi beatifica verso "l'infinita aurora" e si coniuga a quello primario della solitudine: "Soffrire è umano, non è raffinato,/ ed un velo sugli occhi/ è l'uso antico della nostra creta/ quando si chiude per morire." Il trapasso, l'estrema visione e l'audacia di fissarne i contorni, di accettarne il gelido soffio con la dolcezza di un miraggio dove tutto torna alla natura è espresso dalla Dickinson con una poetica sapienziale gnomica:"Questa polvere fu signori e dame,// fu riso arte e sospiro// E questo inerte luogo fu la dimora estiva/dove api e fiori/ il loro ciclo orientale compirono/ poi anch'essi ebbero fine."

...
Visse "altrove" Emily Dickinson, avventurosa girovaga in un luogo capace di parola, visse lucida la sua stanzialità dando voce all'inespresso, della solitudine fece immagine, pensiero, mano che scrive. Visse risoluta un "altrove" diverso da cui attinse le vibrazioni più intime e ne disvelò, in un intreccio poetico denso di messaggi, di segrete vie per scrutare nel mistero animico, l'arcano nodo del suo essere. Chiusa nell'algebra del silenzio fu ghiaccio e fuoco, aquila ed allodola, bianca crisalide non librata nell'opalescenza del bozzolo. Con un canto estaticamente riflessivo e di fiabesca ironia, in un pudore biografico di soffusa spiritualità a lei confacente nel sublimare privatezze, percorsi dolorosi ed assenze, visse sola donna/bambina" fra ombre/luci sconfinando oltre i limiti del qui con una monodia tragittante verso aneliti d'eternità...in quell'assoluto universale:"Giochiamo a "ieri"-/ Io la fanciulla a scuola-/ tu e l'Eternità-/ La favola mai raccontata."


Carla Benecchi


 
Riferimenti:
 
Meridiano Mondatori
Nr. 334 - 1251- 212 - 506- 1582- 679 - 1700- 214 - 122- 721- 31 - 1434 - 813-
Barbara Lanati   "Silenzi"  ed. Feltrinelli
Nr. 1247- 1212 - 1985- 850 - 1159 - 728-
Marisa Bulgheroni  "Nei sobborghi di un segreto"  ed. Mondatori
Lettere
Margherita Guidacci " E. Dickinson lettere"  " E. Dickinson Poesie" ed. Bompiani,
Nr. 117 (Frammenti in prosa)-    nr. 392- 479 (poesia)
 Alessandro Quattrone"E.Dickinson Poesie"- ed. Demetra
Lettera
Bianca Tarozzi "E.D. La Bambina Cattiva" ed. Marsilio - Letteratura Universale
Nr. 271

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