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E. Coco, Il dono della notte (S. D'Amaro)
10 giugno 2009
Dialogo notturno col fratello Michele
di Sergio D'Amaro
Emilio Coco ci offre con Il dono della notte un aspetto quasi totalmente inedito della sua personalità. L'opera nasce da un dramma duramente vissuto: l'agonia e la morte dell'amato fratello maggiore Michele, scrittore ed esperto traduttore di classici. Dicevamo quasi inedito perché qui Emilio Coco (a sua volta affermato ispanista di livello più che nazionale) svela la sua anima ‘notturna', l'altra faccia della vita, la conferma di un sospetto e di un timore. Vegliare per lunghe settimane in ospedale il fratello costituisce, inoltre, un'occasione eccezionale per fare un bilancio del rapporto con lui: un rapporto da 'allievo' nei confronti di un ‘maestro' (di vita e di letteratura), un rapporto non paritario e perciò difficile. Il fratello maggiore funziona come un padre (i Coco sono, altresì, orfani dei genitori fin da bambini), ma come un padre improvvisamente, per una svolta del destino, diventato figlio: creatura inerme, fragile, bisognosa di tutto. È qui pure la ragione di questa sorpresa di un Coco ‘notturno': anche lui spogliatosi del suo solito viatico di ironia, non più capace di distanza di fronte allo spietato ‘vero' che gli si offre per molteplici giorni.
I due fratelli, da una parte Emilio, e dall'altra Michele, accendono l'ultimo dialogo: un dialogo fatto più di sguardi, di contatti, di suoni, che si accompagnano in difficile traduzione ai ricordi e alle speranze. Come tutti i diari (così come afferma Vincenzo Anaìa nella sua puntuale prefazione), il testo procede per giustapposizioni, per affondi depressivi e improvvise accensioni. Il verso misurato di Coco modula il doloroso rosario e scolpisce questo memorabile ritratto: "Ragazzo, t'adoravo come un dio, - un portentoso dio dai capelli - ondulati e lucenti. Imbaldanzivi, - corteggiato da tutte le ragazze - dalla piazza di sopra a Santa Chiara. - Ti rispettavo, quasi ti temevo, - tu lo sapevi e un po' ne approfittavi, - mi soffocavi con la tua bravura - col tuo sapere tutto e aver ragione - sempre e comunque" (p. 17). Il ritratto di un uomo ora irriconoscibile, preda ormai delle tre Parche che invano Emilio cerca di combattere con una preghiera a San Pellegrino, protettore dei malati di tumore. Né bastano a fermare la morte lo stesso fratello e gli altri famigliari stretti come uno scudo a difesa del morente: "Non le lasciamo spazio. Ci stringiamo - tutt'intorno al tuo letto. Siamo cinque: - Maria, Grazia, Lucia, Angelo ed io. - Resistiamo con gli occhi spalancati, - se è necessario fino all'alba ed oltre - e ancora un altro giorno, un'altra notte, - formiamo tutti insieme una barriera - per sbarrarle il passaggio e siamo vigili" (p. 49).
Il canto straziato si conclude con una dura constatazione ("So che più non sarà com'era prima") e con un commosso vaticinio: "Torneremo a incontrarci in quel paese - dove il sole risplende tutto il giorno - ma non brucia perché l'onde del mare - ci avvolgono lasciando sulla pelle - una freschezza dolce e profumata" (p. 59). Il dado è tratto, la verità interamente detta. Ma si può negare all'uomo la parte migliore della sua umana attesa?
- E. Coco, Il dono della notte, pref. di V. Ananìa, Firenze, Passigli, 2009, pp. 59, € 10.
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