Di Maro Vincenzo - "La fine dell'opera"

LietoColle - Collana Erato

 

LA FINE DELL'OPERA - Frammenti per un coro

 

La raccolta è contrassegnata da un progetto poematico forte.

Una traccia sot­terranea, un percorso carsico che viene alla luce e si nasconde per riap­parire, eventualmente, molte pagine più avanti.

Paradossale, il progetto: con il pretesto della visione d’un teatro di­smesso, fatiscente e mai riattato costruire una sorta di pièce, o un coro a voci multiple.

Di Maro reinventa la scena rimettendo insieme e riciclando i fram­menti di quella che potrebbe essere stata l’ultima rappresentazione av­venuta in quel teatro. Fu una Madame Butterfly, sembra. Così, la pièce è l’eco di se stessa. E lo sfondo è l’eco di quanto ha detto l’ultimo pubblico.

Nel coro passano e si danno il cambio varie figure attanziali, si dice­va. Che parlano una lingua curiosa, inquietante, inqualificabile. Perché si esprimono accostando, mischiando e rimestando registri e lessici e dizionari.

Lingua artificiale per eccellenza.

 

Mario Santagostini

 

 

 

UN CITTADINO

 

Decidessi di non svegliarmi più

in questa gran città certe mattine,

neanche aprirei gli occhi per alzarmi.

Ma capita mi scordi

come si fa di un sogno

la ragione tradita

di altre città possibili, di tutte.

In questa vita il solco in mezzo al letto

basta e avanza a difendere il confine.

 

 

 

DOCUMENTA, 1

 

Non il fuoco ma l’acqua,

l’acqua giungeva in sogno

con la molle quiete dell’attinia,

covando il più urticante dei tranelli,

un cullante, più subdolo pericolo.

Conoscevamo il fuoco, bagliore e ustione

asservite ai millenni, vampa iliadica,

l’acume d’Archimede, il fuoco greco.

Immeschinimmo nella guerra agli altri.

Ora l’acqua ci attinge,

prosciuga ognuno nella lacrimazione

che guida ai colombari della sonnolenza.

E una luminescenza sommersa si ridesta,

un vicino battesimo del mondo

segna un confine abissale,

invalicabile.

 

 

 

TESTIMONIUM

 

L’ultima intervista qualche decennio prima

la continuò da sola, un vaneggìo:

in alternanza strofe malcantate

dai finestroni aperti inverno primavera

colonna sonora nell’estate, prelogiche

perenni fino a sera. Chi se ne era occupato

mai venuto più fuori: giornalismo locale, un dilettante

non identificato. Ma dopo il tradimento

(o l’olocausto, quello che si voglia)

fu perduta persino la speranza. E il silenzio pesante

l’incertezza, quell’intero minuto

sulla soglia. Poi la porta sbattuta, l’insistente

doglia della vacanza.

 

 

 

UN CITTADINO

 

Forse il nostro benessere comprende

a un’ignota frequenza della carne

anche l’ultradolore l’ultragioia

anche l’ultrasilenzio. Non la città cresce.

L’umano si avviluppa sul confine,

implode nel suo limite. Medita il confine

su gestazioni inverse, inverse nascite.

A volte resto zitto davanti al molto

di persone e di ruoli. Altre ascolto

o parlo come ancora

esistessero uomini.

 

 

 

DOCUMENTA, 3

 

Figure sacre, femminili, in cera

a scuola coi bambini, tra edicole

nascoste nei quartieri, poste nei caseggiati,

dietro vetri e tendine. Tra estasi ed oblio

nell’atto di cantare, su un cavallo.

Lustrini, zoccolo alzato,

l’equestre statuetta ricordava il soprano

o era il soprano a somigliarle molto:

cosa che al tempo decretò l’ascolto,

il successo, o anche solo il sesso

di Dio. (Che si struggeva,

piano,

fin giù al moccolo,

rinviando la fine).

 

 

 

UN CITTADINO

 

La distrazione allevava i suoi maestri.

Dimenticando, come sembrava ovvio.

Fine e inizio del mondo toglievano appetito,

ogni boccone in piazza, un cinema di muri.

 

Sospetto e offesa furono salutari,

esilaravano misura e discrezione.

Spero di valicare un po’ di questa polvere,

disse uno: allora cominciò prima sottile,

 

poi violenta la pioggia.

Senza allegria noi scrutavamo il cielo

perché l’acqua non figlia mai da sola,

dei sommersi è feconda la terra.

 

 

 

 

UNA SCRITTA SUL MURO

 

Città nuova perenne nell’errore dei padri

e nel torto dei figli, degli idolatri del tutto in due parole

per tacere del resto, che non serve

non conviene e quindi non esiste, la proscrizione

delle vostre liste mai scritte, senza prova

ma da tenere a mente, di continuo aggiornate,

la tortuosa demenza di corridoi e di voci, i feroci

dissensi dalla vita, le malefatte

di cui vi vantate. Del resto amate

le scienze esatte.

E dunque niente.

 

 

 

SOPRANO

 

Stai per fluttuare appena

il vento ti entra in testa

bisbiglio intenta nelle notti

chiare: sta tutto dentro una fortuna

avara, semmai ne eccede peso

e sfonda l’ombra.

Ricostruisce assedi si dipana

si dissipa quasi orfana

di un fumo, tra sfaceli di tetti

e le campagne. Sento le cagne

il sale dietro ai denti, l’erosione

degli anni che mi sopravvivranno.

 

 

 

IN LIMINE

 

L’inganno è arte in seno all’ingannato

l’esca-embrione del mondo, le sue squame.

Non chiamate più l’albero,

il colore nella cesta, la pietà:

visitate ora il tempio

dove a un fumo di ceri

annerisce la fronte un dio barocco.

Lo specchio mormorò, circoscrisse un paesaggio:

fu un’illusione ustoria.

La carne, la sua gloria e consunzione

spierà un gesto perfetto, senza memoria,

un più esatto discendere alla terra.

 

 

 

POST SCRIPTUM

 

L’impreciso, il vago nel linguaggio

è già speranza di un linguaggio nuovo:

carne futura vestirà arto e progetto,

indistinguibili il mondo e la presa.

Forse un giorno farai questo sogno:

tutte le arti che avete conosciuto,

annuncerà un cantante dalla scena,

sono soltanto un desolante equivoco.

Seguiranno tumulti, rimostranze. Il soprano

deriso dal suo pubblico, ringrazierà lo stesso.

Intanto dalla rupe soprastante si staccheranno massi,

schiacceranno maestranze, spettatori, quinte.

Sarà il canto un richiamo, un fare.

Allora, sveglio muoverai le mani,

membra credute per troppo pietra.

 

 


 

 

Vincenzo Di Maro è nato nel 1969 a Calvizzano (NA) e vive a Varese.

Nel 2008 ha pubblicato “La costanza dell’inseguito” (Nuova Editrice Magenta), finalista premio Bagutta, selezionata premio San Pellegrino.

Del 2011 è l’antologia di poesia italiana contemporanea “Frammenti imprevisti” (Kairòs editore), con alcuni suoi inediti.

Sue poesie, recensioni e scritti critici sono apparsi su “Liberazione”, “Poesia”, “Grandangolo”, “Nuova Presenza”, “La Prealpina”, “Varese­report”.

È consulente editoriale per la Nuova Editrice Magenta ed editor free lance.

 

 

In copertina: Angelo Facchini, Fantasmi, 2006

 

Dal nostro catalogo

Di Maro Vincenzo - "La fine dell'opera"

ISBN: 978-88-7848-673-7

Anno: 2011

Prezzo: € 13,00 [ Acquista ora ]

Si parla di questo libro:

info@lietocolle.com
LietoColle di Michelangelo Camelliti - Via Principale, 9 - Faloppio (CO) - C.P. 72 - 22020 Parè - P.IVA 01545080135 - C.F. CMLMHL61A08E025N

Powered by Akebia - Content Management System Smart Control