Curci Vittorino - "IL FRUTTETO"

LietoColle - Collana Aretusa

 

Ci riferiamo al recente articolo scritto da Luigi Fontanella e pubblicato sulla rivista Gradiva sulla poetica di Vittorino Curci, per segnalare l'uscita di una nuova raccolta: "IL FRUTTETO"  che propone testi prodotti dall'autore nel biennio 2007-2009. La scrittura di Curci è inconfondibile e originale nello sviluppo di testi in versi e in prosa secondo un'architettura che comprime in sintesi il pensiero per poi estenderlo in narrazione poetica.

 

 

 

 

 

 

L'IDEA DEL FUTURO NEL PASSATO

 

L'impulso dei minuti sulla mia strada senza luna

(dove guardo il tutto incerto di una folla silenziosa

nel sospiro che giudica il mondo). I frutti maturano

nel candido fulgore dei mattini.

 

I fatti sono questi.

C'erano altri che avevano più fretta di noi.

Battevano i pugni sulle porte razionando l'aria.

Due di loro, supplichevoli, aggiungevano lacrime

alla pioggia. L'immotivata tensione della scena

irrompeva in luoghi e giorni del passato

dove i monaci-viandanti, le torri di sughero e i leprotti

sui treni, erano tutti

nel mezzoforte della voce, nel movimento delle braccia

in un racconto di guerra.

 

Succede spesso che i vecchi siano buoni profeti

(specialmente se hanno messo molto a capire).

Ma nel fiato della terra si è sempre soli.

E io pensavo a cose a cui non avevo

mai pensato. A figurazioni che fanno razzia del tempo

senza farci soffrire.

 

 

EGOLATRIA

 

Questi viaggi chi li ferma? E che fanno i polsi? Non tremano?

Ci si ritrova sotto un profilo di cose indivise. Mio padre in sogno è più preoccupato del solito. Non credeva di vivere così a lungo. Tra zolle sgangherate invita con lo sguardo al mondo minaccioso e debole.

Io mi contento di una tentazione ossa e nervi. La novità: lo svuotamento, i nomi.

Se questo è sperpero mi sembra, ciò che è stato, un caso fuori controllo, una vocazione generica per un mondo che passa e non diventa.

 

 

VEDUTE ANAMORFICHE

 

Non c'era specchio che potesse ospitarci

era la stanza delle maree e dei silenzi

sul comodino un bicchiere d'acqua e una pipa

ancora calda.

Il desiderio si era sminuzzato per impedire

che qualcuno infrangesse il sabato

in una lingua di mare che non aveva

mai conosciuto l'offesa.

Quelli dell'altra riva spingevano qui i detriti.

 

 

 

ACQUA DI NEVE

 

L'imbarazzo per le cose che vengono incontro

come schizzi di fango sui vestiti

rapide e precise nel tempo

di uno strappo muscolare.

Il soldato si muove con passi improvvisati e lenti

le sue labbra vogliono dirmi qualcosa.

Un disegno troppo grande per i miei occhi.

La bufera è vicina. Il comandante ha fretta.

Riga l'aria col dito minaccioso dei potenti.

Rimpiango ieri perché io qui non resisto.

 

Dopo la guerra i suoi famigliari verranno

a riprendersi il corpo

ma ora è quasi inverno e questa

è acqua di neve.

Raggelati sui rami i passeri

attendono il pugno che si apre.

"Come faccio a chiamarvi se non rispondete?"...

Qualcuno deve ricordare

questa luce... nel giorno senza numero, i volti

sfigurati... questo colore che stenta a nascere...

 

 

PAURA DEL TESTIMONE

 

Adesso ti parlo da questa soglia:

il nitore del monito è chiuso in un gesto.

Lo riconosco da un nonnulla

dagli zigomi alti, dal suo tragico andare.

Lo riconosco dal cavallo che "mena seco"

un segno della schiatta, di come

ancora oggi ci chiamano.

 

(Un cane spaventato guaiva in lontananza.

Altro non ricorda.)

 

 

PARLA IL SANTO

 

Dopo lo spavento, i cigolii di un calmo inferno. Si fa presto a dire anima quando gli imperi suicidi hanno lasciato bibliografie di diete e cani zoppicanti impauriti dal più piccolo rumore.

Da te ho appreso la spoglia povertà delle cose belle, quel grumo che parla di noi, della terra nera, di quell'amore disceso nel petto come un grano di sale, una gioia perduta o forse un castigo. Il vecchio mantra che resistette ai sigilli qui cerca un odore di neve, le capriole sui fogli di una bambina cieca.

I fantasmi della vanità non trovano i ricordi ma una linfa tempestata di sogni, uno spargimento di doni e polvere nel miraggio di un'ombra che slarga in prossimità dei flutti.

 

 

DUE TEMPI

 

L'ordine secco inclina sui risvolti dell'alba.

La guerriglia dei corpi si annida lungo il tragitto

della ferrovia quando i cortocircuiti in una furia

liquida tentano l'atterraggio sui tetti per falciare

i piedi dello scandalo e risarcire ad alta quota

l'oro fuso degli affari. Per strano che sembri

nei mesi freddi c'è più luce e sotto gli ulivi

ci vuole poco a sognare una vita diversa.

Inventiamoci piuttosto qualcosa che non esiste.

 

 

 

MACCHIE OCELLARI

 

L'allegoria fluente o sincopata del pane

non può essere che fedeltà a qualcosa

corsivo del cuore o forse trappola dei sensi

fantasia del tempo di guerra

pietrificazione medusea della sua inermità.

Come nei film di quegli anni

vive con costanza in un luogo lillipuziano

della mente e va felice in ritardo

ad affrontare il dileggio dei purosangue.

Sulla prima pedana evolve in un pavone

intenerito dallo stridore delle sedie

sul pavimento.

Quando gli tocca il turno di notte

non parla mai per sé ma per questi alberi.

 

 

DOFASOLLALALÀ

 

Avresti voluto cancellare ogni traccia della tua giovinezza prolungata a tradimento e rievocata per nulla, ma in quest'ora del giorno, che fa di tutto per non finire, le battute pronte e le frasi al guinzaglio come didascalie - auspici perseguiti oltre il tempo, all'insegna di un baccello e una scatola di sardine - sono frecce del tuo arco.

Il buonsenso produce in abbondanza ma non spiega perché due giorni dopo la stessa metamorfosi sembri un fatto nuovo. Guarda. Sotto aghi di pioggia le bellezze bianche vanno carponi nei taxi. Per loro ogni a capo è lotta di classe vera, cruenta, cortina fumogena, frontiera. E allora non meravigliarti se il cetaceo della bella estate si abbandona anche lui, indifferente, allo sciame dei fastidi. La sfasatura tra gesto e suono tiene per sé i cattivi pensieri e chi come me fa notte sui pozzi, illividito dalle maree, piomba nei sogni altrui con le scarpe slacciate e un male invalidante che scende a Sud con mezzi di sfortuna.

Pagare lo scotto della propria incredulità è come nascere con i denti in bocca. Che qualcuno raccolga questa scia di memoria, fuliggine di un brutto sogno, e nella luce più nera faccia suo ciò che mai è stato mio.

 

 

SCOMPOSIZIONE OTTICA

 

Carte a montagne per scalare la gioia della pioggia

e del sole e malgrado me che scrivo

risorgere a valle nella direzione opposta dei pensieri.

La salatura delle sanzioni verbalizza le giornate

nel ventre opaco di una donna sottovuoto

e i clienti tornano per lei, per un calco a memoria

del suo corpo.

 

 

Stare qui irrigata dalle buone azioni come una terra che cade

dagli occhi mi fa sentire la regina ripudiata di un giorno

già vecchio, una ferraglia

un posto per guardare. E che vedo? Vedo

un uomo sorretto dalla sua ombra che in un grido di luce

ha scelto di morire. Solitario attraversa il fornice

di una gloria tangibile che è la dismisura, il disordine

di una cosa bella

e incontenibile. E tu, padre, perdonami

se ti ho portato qui per mostrarti le ferite di una figlia che

come bestia gravida sul ciglio della strada

porta il sangue lustrale di una vita breve. Chi gioca con me

non corre pericoli

perché al buio della stanza i fatti sono lampi della tv

sul volto e dietro le persiane

soffia un vento di mare. La peripezia del sonno

si inventa ogni volta

un luogo diverso, c'è un momento in cui tutto è perduto e tu

sei l'ultima a saperlo.

Ma questo albergo non è una casa

le parole sono sassate in ritardo contro il cielo, la loro lingua

ferisce l'ultimo raggio di sole e confida

in un colloquio solenne

nella fine spiazzante di cose ritrovate, un tempo belle.

 

 

 


Vittorino Curci è nato e vive a Noci, in provincia di Bari.

Con LietoColle ha pubblicato "La stanchezza della specie" nel 2005 e "Un cielo senza repliche" nel 2008.

 

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Disegni di copertina e all'interno di Vittorino Curci

 

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