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Cinzia Facchi, "Le mani" (V. Surliuga)

02 dicembre 2008


Recensione di Victoria Surliuga a:

Cinzia Facchi. Le Mani. Roma: Edizioni Il Filo, 2008. € 13. pp. 122

 

Di questo primo romanzo di Cinzia Facchi colpisce soprattutto l'abilità dell'autrice nel mantere viva e intrigante una storia relativamente semplice, dando un tono di intensità noir alla narrazione. La vicenda di questo lineare ma avvincente romanzo ha inizio quando Rebecca esce dal penitenziario e va a vivere con Rosanna, una signora di mezza età che ha dedicato la vita al recupero delle ex-carcerate. Il loro incontro dà vita a una serie di eventi che cambiano la vita di entrambe: il principale avvenimento è la nascita di Anna, una bambina muta capace di guarire attraverso l'imposizione delle mani. La sua esistenza e il suo dono scatenano l'ossessione religiosa di Rosanna, che legge subito nel potere di Anna un segno augurale della manifestazione del divino e la realizzazione di un progetto universale.
    Il ritmo della narrazione del romanzo si mantiene sostenuto dall'inizio alla fine, senza intoppi o cadute. I personaggi si definiscono attraverso i dialoghi particolarmente riusciti, e ancora di più nei monologhi interiori di Anna, il cui mutismo trova la controparte ideale in eloquenti passaggi lirici che riempono pagine intere. La struttura narrativa segue quella polifonia di voci tipica del Kundera dell'Insostenibile leggerezza dell'essere. Viene infatti dedicato un gruppo di capitoli a ognuno dei tre personaggi, le cui voci narranti ripercorrono gli stessi eventi in una prospettiva sempre diversa, che rispecchia la loro personalità.
    La forza del libro sta nel presentare una storia di comportamenti paranoici legati a una religiosità superficialmente cristiana. La vicenda è priva dei buonismi tipici dei libri di New Age che popolano le librerie. Sembra che questo romanzo noir segua più il filone di film dell'orrore tra Steven King e il David Lynch di Twin Peaks piuttosto che i libri New Age la cui unica funzione pare sia ormai quella di placare l'anima di chi legge con l'aspetto finzionale della loro psicologia religiosa. In Le mani si respira l'aria pesante di un quotidiano dove la teologia dei grandi monoteismi sembra aver lasciato posto a una spiritualità usa e getta, fatta di luoghi comuni e idee ossessive. Secondo il noto detto di Gilbert Keith Chesterton, da quando l'uomo moderno non crede più a Dio, ha iniziato a credere a tutto. Anche il cristianesimo è cresciuto parallelo a una serie di manicheismi in alcune persone che praticano la propria fede in modo ossessivo in un universo pieno di riti praticati davanti a un Dio pagano o neo-pagano di propria invenzione.
    L'autrice pratica terapie alternative, ed è naturalmente portata a un confronto con il reale basato su intuito e sensibilità. Le vicende biografiche di Cinzia Facchi trovano un confronto imprevisto con l'interrogarsi della protagonista attraverso le pagine del libro. È la Facchi stessa a chiedersi quale sia l'effetto reale del proprio lavoro olistico. La visione magica e distorta del reale, secondo la quale basta la forza di volontà per curare il proprio corpo e quello degli altri attraverso rituali magici, viene qui analizzata senza consolazioni. Viene anche analizzato attentamente l'effetto narcisistico di un ripiegamento su loro stesse da parti di persone ossessionate dal paganesimo della propria fede, fondata soprattutto su richieste incessanti rivolte alla divinità. Quando il profeta impone le mani e compie il miracolo della guarigione del corpo, la collettività si compatta in un'ossessione di gruppo. Il guardiano del profeta vuole far continuare il miracolo e, come Rosanna, si fa portatore di una missione in cui è capitato quasi per caso. La visione mistica del reale diventa una ripetitiva lettura di segni, in un crescendo di esaltazione patologica che porta a un sacrificio, anche della vita stessa, per poter trovare la pace e il silenzio.




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