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B. Fignon su Pancamo
05 luglio 2008
Se la vita è un torrente da attraversare, Pietro Pancamo predispone le pietre poetiche nella corrente per oltrepassarlo. Qualcosa di questa poesia ci attira infatti verso Lorca, nelle immagini energiche e sorprendenti («il sole poggiava frustate di luna / sulla mia mano», «un fumo di tigri»), nel richiamo alla danza spagnola dell'habanera, danza propiziatrice dell'ispirazione poetica, nell'uso sinestetico dei verbi («allaccio il destino»). Il giovane Pancamo è tuttavia figlio del suo tempo, che si nutre di disincanto, commistioni, meticciato: disincanto rispetto all'enfasi o all'euforia o alla seriosità di certa poesia; commistione di ironia e malinconia: «Mangiamoci il tacchino riscaldato: / andiamo verso il forno / tenendoci per mano»; meticciato quale inevitabile e vivificante assorbimento dei migliori umori universali. Note di viaggio, dunque queste poesie. I traguardi si profileranno più in là. L'ironia frequentata, proclamata («Eh, ironia / con te la disperazione / è filosofia!»), si dilegua alla fine come un fiume carsico. Verso la fine della raccolta siamo alla «lotta serena». Il richiamo al buio, alla tristezza, alla morte, alla solitudine accompagna invece il canto dall'inizio alla fine, non nel trafelamento, ma nella calma della notte. Ne scaturiscono uno sguardo e uno sfondo nunziali. Si potrebbe aggiungere che l'ironia qui è sinonimo di distacco, in senso epicureo, e la malinconia sta comunque a significare una partecipazione, dapprima ironica e via via fino all'icastico «più gioisco / più sono solo». Ancora commistione e cioè consapevolezza di una solitudine che non è lontananza, ma salutare autonomia. Il poeta vuole fidanzarsi con l'ispirazione e la invoca: «Vieni presto, eh? Domani sera!». Invocata con tale discrezione e amore, l'ispirazione non potrà non tornare. Ecco che gli accenti leopardiani si popolano dei «detriti del mio semplice destino», come «le campane - non per me - / sono l'alba / popolata di prime ore». La discrezione degli accenti drammatici è tale per cui il lettore, in un fiducioso affiancamento al poeta, avverte che, dopo l'inventario, comincerà il viaggio. Dopo il balzo oltre il torrente, incomincerà l'ascesa. Si può prendere lo spunto per queste affermazioni dall'incipit e dal finale del bellissimo componimento di pag. 16: «A quest'ora / ogni paese / è un fagotto / di stelle e di buio», «A quest'ora / ogni uomo / è un fagotto / di buio e di stelle». Lo sguardo ancora fresco del poeta non ignora il decadimento fisico, il «sole maligno», «la naftalina di vecchie allegrie», la «luce / che sbrodola tra le persiane», «il disfacimento dell'ora», il grottesco dei traguardi bassi, «le stelle [che] digrignano in cielo». Ma è pur vero che l'autore stesso ha guadagnato una consapevolezza precisa: «Io invece, / montanaro del cuore che batte, / m'inerpico per un letto castano / di mie pietruzze in salita». Se la posta in gioco è il balzo al di là del torrente, il passo non può indugiare in un linguaggio che non sia essenziale, fermo e semplificato in un'intonazione poetica salvifica, come si evince del resto fin dal titolo.
Beno
Fignon
(Da «Atelier», n. 43, settembre 2006)
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