Anais Nin: il vizio di scrivere (R. Brescia)
02 dicembre 2008
ANAIS NIN: il vizio di scrivere
Il corpo che si danza
Louvenciennes, su una collina che guarda la Senna. La casa di duecento anni; pareti spesse, umide. Anais affacciata ad una delle dodici finestre.
La fontana nel giardino sporge come pietra tombale.
Il grande cancello di ferro battuto potrebbe somigliare a quello di una prigione: la propria, direbbe la Nin.
"...Ho scelto questa casa (...) perché pareva spuntata fuori dalla terra come un albero, tanto era incassata nel vecchio giardino. Non aveva cantina e le stanze poggiavano direttamente sul terreno. Sotto il tappeto lo sentivo, c'era la terra. Io potevo mettere radici qui, sentirmi tutt'uno con la casa e il giardino, prendere da loro nutrimento, come le piante"[1]
E' con il corpo fluttuante che la immagino danzare nelle sue infinite stanze: colta da bagliori di immagini epifaniche, echi, sorrisi, sospiri per respirare se stessa.
Si inchina agli applausi; ancora danza, suda : mossa da vertigini e languori, da allucinazioni contagiose. Slitta tra realtà e sogno; nasce e rinasce attraverso i sensi: acuti.
Si muove leggiadra tra le stanze colorate, percorre i suoi stati d'animo; "...rosso lacca per la violenza, turchese pallido per i sogni, color pesca per la gentilezza, verde per il riposo, grigio per il lavoro alla macchina da scrivere."[2]
La donna e il suo riflesso, o meglio, i suoi infiniti riflessi, i suoi illimitati appetiti per l'Essere; il corpo calato nella dimensione di significante fluttuante in un sussurro di immagini danzanti che vibrano attraverso la scrittura.
Trova il nutrimento nelle sue letture (Larwrence, Dostoevskij, Proust, Breton, Rimbaud...) e nella scrittura, ma prima ancora nell'esperienza tessuta da relazioni, da rappresentazioni di relazioni.
L'abitazione, il marito, il Diario, sono il suo ventre, le sue radici, quelle che le permettono di uscire dal cancello: fluttuare dal mondo ordinato all'Entropia, esplorare per poi ritornare. Al sicuro, almeno momentaneamente.
Una parte di lei cui è necessaria la casa, i doveri, gli affetti; l'altra, che pone i valori artistici al di sopra di tutto "perché lo scrivere per me è un mondo in espansione, un mondo senza limiti, che contiene tutto".[3]
La danza nelle stanze dell'inconscio, del sogno, del divenire, diviso, di cento e più donne, inizialmente velate, svelabili. Un passo incompiuto, impalpabile, aereo, che varca il confine, l'attraversa, ma che prima di entrare in scena inverte direttrice.
Le scarpette rosa deposte in fondo all'armadio.
Una danza dei propri fantasmi, tra echi di suggestioni febbrili, visioni oniriche che si intrecciano con il corpo reale e metaforico, e in cui il corpo stesso, attraverso le molteplici sfaccettature dell'immaginario femminile, è al contempo protagonista e simbolo di un itinerario interiore: non comune e pur vivissimo.
La danza come scrittura del corpo che cede di fronte al ritmo, lo segue in una trance che chiede il sacrificio all'oblio: una metamorfosi che è fluire distillato di gesti muti, e sospesi, nel passo del ballo.
Ciò che si sperimenta attraverso il corpo, si trasforma in sangue che pulsa: tessuto liquido che nutre le cellule di scrittrice e di donna, vivificata, ma pure umiliata, dalle esperienze di vita.
Sentire, con tutti i sensi spalancati, vedere con la pelle, può condurre, a stati di estasi e visioni, a mondi allucinati che seguono un flusso originario: primordiale e arcaico.
Mondi in cui, tuttavia rimane ancora possibile rintracciare un nucleo di lucidità mentale, una centralità e una capacità d'introspezione, anche guidata dall'analisi, che la aiutano a mutare pelle, così come in scena si cambia il passo mentre si insegue ritmo ed equilibrio.
Solo in questo modo, attraverso tale forma artistica, è possibile riordinare i molteplici frammenti dell'Io, ricreare l'intero, dare forma alla molteplicità dell'Essere che caratterizza questo affascinante e sfaccettato personaggio femminile.
"Ma al momento della danza avveniva una fusione, un matrimonio, una completezza. Il taglio in mezzo al suo corpo guariva e lei era una sola e unica donna in movimento".[4]
Si tratta di un processo di conoscenza di Sé che ha luogo attraverso il Caos, la scissione e la successiva osmosi; un processo che passa attraverso la componente più selvaggia e primitiva: quella che la Nin conosce leggendo Lawrence; la stessa che guida le sue vicende di vita e della quale fa direttamente esperienza nelle relazioni d'amore e d'amicizia.
Il linguaggio simbolico, sensuale, il segno, la polifonia della parola, varcano l'esperienza estatica sfidando la polarità vita-opera con l'effetto di trasformare la sua scrittura in esperienza sensibile: aperta alla vita con ogni strato di pelle. Lo stile surrealistico de La casa dell'incesto, pur abbandonato in seguito, definisce la tecnica e il tipo di ricerca, si fa danza della parola, trasmutazione del linguaggio della danza: una dimensione onirica che permette all'immaginazione di vagare liberamente, di spezzare un ordine di tipo artificiale e la simmetria della coscienza.
"Lei danzava, danzava con la musica e con il ritmo delle orbite terrestri, roteava con il roteare della terra, con un disco, porgendo le sue facce regolarmente alla luce e al buio, danzando verso la luce del giorno"[5].
Lo stile della Nin, così indivisibile dal suo modo di essere e di vivere, consente, in molte pagine, soprattutto dei suoi racconti, di far avvertire al lettore quasi una sorta di metamorfosi: un'orgiastica antifonia, attraverso la quale le parole scritte, contaminate e contaminanti, si fanno realtà percepibile, carne del mondo che respira e da cui viene respirata.
In questo intrecciarsi di immagini, spesso, il filo che lega le storie si smarrisce, sfugge di mano: come in un sogno, o in un ballo che induce ad uno stato alterato di coscienza, e del quale rimane, infine, solo un ricordo indefinito.
Un ballo che si può intendere come ricerca di completezza, di individualità, di maturazione personale che ingloba presente e passato in una sospensione del tempo lineare: una sorta di funambolismo tra i diversi fondali di sé.
Per questo, forse, raccontare di lei, presentarne un'identità definita, farne una critica, è compito difficile perché, molte volte, è la sua stessa realtà a sfuggirci e a sfuggirle, in un movimento continuo tra molteplici e infiniti mondi possibili: reali e allucinati.
Ed eccola, ancora danzare sui vari palcoscenici, mossa dalla curiosità, nella ricerca struggente di essere accettata, di definirsi, di colmare le scissioni, di evocare favole antiche, simbolismi.
L'abbigliamento eclettico, le pose sensuali, la scelta, almeno apparente, dell'originalità, del segno di distinzione...
"Il costume, per me, era molto simbolico, significava molte cose. Aveva prima di tutto, un significato poetico:colori per certe occasioni, evocazioni di altri stili, di altri paesi (...). Era un segno di individualità (non indossavo mai quello che portano tutti, io stessa disegnavo i miei costumi). Non portavo colori neutri, vestiti neutri, cose semplici, dimesse, qualunque..(...). I costumi aumentavano la mia sicurezza..." [6]
Costumi che, invece, più probabilmente, servono a diminuire la sua insicurezza, creano sfumature cangianti, riparano dall'intimità pericolosa.
Nonostante lo sguardo critico paterno nei confronti della danza come professione impedirà ad Anais di continuare la sua carriera di ballerina, le figure, i passi, le regole appartenenti a questo mondo diverranno, spesso, fonte d'ispirazione nelle pagine dei suoi scritti; un rigore che malgrado la sua tendenza a cercare legami fusionali, forse, la aiuterà a mantenere, nelle relazioni con gli altri "significativi", quella giusta distanza, o quella "sana" difesa, che le eviterà di instaurare rapporti esclusivi e totalizzanti.
Verso quali territori si muove Anais? Probabilmente Proust, da lei ampiamente citato nei Diari, avrebbe risposto alla ricerca del Tempo Perduto.
Quello della smarrita infanzia o della caduca identità delle cose?
Rita Brescia
e-mai:ribrescia@yahoo.it
[1] Anais Nin, Diario I, Bompiani, Milano, 2001, p. 16
[2] Anais Nin, Diario I, Bompiani, Milano, 2001
[3] Anais, Nin, Opera cit. , p. 34
[4] Anais Nin, Figli dell'Albatros, Fazi Editore, 2001, p. 9
[5] Anais, Nin, La casa dell'incesto, Universale Economica Feltrinelli, 1958, p.79
[6] Anais, Nin, Diario I, Bompiani, 2001 p. 135
Visualizzazioni: 2207


Commenti
Non ci sono commenti