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Amadei Filippo - 'Saperti a piedi nudi'
20 aprile 2009
LietoColle - Collana Erato
Qualcosa della libertà indocile e a volte crudele della giovinezza trascorre in queste pagine di poesia di Filippo Amadei. Il loro tono è francamente cordiale, diretto, così come la scrittura che appare sicura per l'energia e lo scatto nervoso.
Giampiero Neri
I
IL GIOCO DEI CONFINI
Quando il tempo cambia e dal cielo
cade l'umido che accompagna la sera
la mia caviglia fratturata punta il dito, punge
nella carne - è tutto uno strillare
di tendini e ossa a ricordarmi
il dolore vivo del corpo, così sta il mondo
su assi terrestri traballanti, siamo noi
fragili le sue deboli caviglie.
I fari ai bordi bassi della galleria
nera gola di roccia, proiettano fasci
di luce, sembrano costole
o l'esofago screziato di un enorme dinosauro
ci mastica e tornati alla luce
il mondo sa di selvatico.
Che case nuove a Villagrappa
che villette, ne costruiscono una
dietro l'altra ma ancora distaccate
a macchie, in mezzo alle vere case
di una volta, le case della guerra
dai ricordi stratificati, la modernità
invece non ha memoria, è malattia
la febbre del costruire.
Appoggio la mano al tronco di palma
ne osservo lo slancio e l'apertura
larga del fogliame, pure vedo
piccoli ramarri arrampicarsi
nello scatto delle code, così si crepa
la corteccia del mio corpo, fioriscono
senza dolore i miei pensieri
verdi al sole, ora chiari, rampicanti.
II
UN SUSSULTO SUGLI ALBERI APERTI
L'OMICIDIO DI BENAZIR BHUTTO
Un proiettile ak-47 le ha sfondato il cranio
ha vinto la resistenza dei capelli scuri, la guerra
delle sue mani contro la morte. Lei non voleva
scampare al naufragio, lo dicevano gli occhi
pronti all'inciampo, i nervi tesi delle dita sottili
una questione di mesi giorni secondi, forse
la sua cessata ostinazione si ostina a non finire
commentano gli inviati speciali della BBC
mentre io non riesco a capire se fuori piove
o nevica ghiaccio se questa malinconia
natalizia attraversa me o l'occidente.
Dicono questo sia il benessere
della civiltà postmoderna, un'altalena
tra due fabbriche, un francobollo
di verde per crescere i nostri figli
ma chi ci ha illusi in questo modo
noi qui stiamo come un riverbero
nel vento tagliente delle lamiere.
Maggio 2008
Forlì, zona
industriale quartiere Quattro.
Ho troppe poesie, mi rendo conto
da farti leggere - le ammucchio
tutte in pila alle pareti, colonne
così alte da diventare alberi
portanti delle mie stanze, della casa
che mi abita il cervello e sembra stare
lì, come a chiedermi ancora qualcosa
ora che è finita ed è sempre vuota
come ad aspettarti.
Ho ansia di perdermi, di lasciarmi
vivere nel mucchio, mi è sembrato
di bere dagli occhi di tutti stasera
incompiuta la mia chiara funzione
ma guardando lo stecco del campanile
allungarsi sulle pareti della notte ho capito
di essere sul fondo di una scatola
dimenticato, un cerino di zolfo
ancora buono, senza quel ruvido
dolore che mi accenda, senza
lo sfregamento necessario alla vita.
Forlì, è ancora inverno
nel corso secolare dei portici
vedo i ragazzi della biblioteca fumare
felici sull'atrio, i fiati caldi delle gole alzarsi
come poveri segnali di vita
chi si ricorderà di noi, del nostro piccolo
fiume di gioia, io li guardo, mi chiedo
se anche oggi si ostinerà a non nevicare
e se davvero siamo noi questa perfetta
deposizione di sassi.
III
VERSO LA MATTINA DEL TUO COMPLEANNO
Nella sala-colazione la tv
al plasma dell'albergo sputa
fuori le notizie principali, la crisi
del governo, l'ultimo appello
terrorista di Al-Qaida, la borsa
in crescita e l'oroscopo propizio
per i nati dello scorpione, ma le notizie
fondamentali dove sono, chi mi dice
che questa mattina ti sei svegliata stirandoti
nel vortice di seta dei tuoi capelli
e ancora in pigiama hai bevuto il tuo caffè...
Chi lo dice al mondo che non è la fame
di comprenderlo a placare il mio desiderio
di pace ma il tuo
saperti a piedi nudi, ancora un pochino
teneramente assonnata
nell'increspatura del mattino che nasce.
IL BACIO
Poi le parole cadono e cadiamo
nel reciproco sguardo dei corpi
un po' incantati - elettroni attratti
dal nucleo dell'altro, senza contatto
stringo il campo sul viso
si fa più piccolo, né perdo i contorni
esploro tutti i suoi tesori, i saliscendi rossi
delle labbra, gli occhi già pronti
a farsi fessura, finché resto anch'io
abbandonato al buio del tatto, la mia mano
che sfiora il tuo braccio seguendo in basso
la corrente fino al fianco
poi di nuovo in alto, per il mare
della spina dorsale, fin su la riva del collo
e lì si adagia, finalmente, come il naufrago
così anche le mie labbra
che sulle tue hanno trovato casa.
Filippo Amadei è nato nel 1980 a Ravenna, ma vive da sempre
a Forlì.
Suoi versi, scelti da Maurizio Cucchi, sono state pubblicati sullo "Specchio della Stampa" e sulla "Stampa Web".
Ha vinto la "Sezione Giovani" del Premio nazionale di Poesia "Aldo Spallicci" 2004.
Nell'estate del 2005 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie intitolata La Casa sul Mare, (Casa Editrice "Il Ponte Vecchio").
Sue poesie sono presenti in rete, su riviste ed in alcune antologie, tra le quali Il Segreto delle Fragole 2005 (Lieto Colle) ed Il silenzio della poesia (Fara Editore).
È fra i soci fondatori dell'Associazione "Poliedrica", nata nel luglio 2007 con lo scopo di diffondere il messaggio artistico nelle sue molteplici forme.
In aprile 2008 è stata realizzata la sua prima esposizione fotografica.
In copertina e all'interno:
fotografie di Filippo Amadei
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