A. Ramberti su Amadei
02 luglio 2009
Fresca di stampa (LietoColle,
collana "Erato", 31 marzo 2009) e di presentazione forlivese,
ho in mano la seconda raccolta di Filippo
Amadei. Divisa in tre sezioni ("Il gioco dei confini", "Un sussulto sugli
alberi aperti", "Verso la mattina del tuo compleanno"), l'opera offre versi di
grande nitore e forza visiva (la foto in copertina e quella all'interno sono
pure dell'autore), immergendo il percorso personale in una realtà che è quella
che ci circonda con la gravosa bellezza delle relazioni umane condizionate dal
tempo e dal male (eppure sostanzialmente buone ed eterne se purificate dalle
incrostazioni egotiche): l'esergo è in questo senso una chiave significativa
della poetica di Amadei "A mio nonno, in qualche parte di me".
Il libro è davvero curato, "onesto" in senso sabiano, carico di una malinconia
attiva che rende la parola suadente e perforante, esatta e calda (personalmente
ho trovato solo sporadiche cadute di tensione (lievi prolissità che sono forse
echi di canzoni?) in poesie come Prendiamo possesso di una nuova casa
(p. 23) e in Io per primo tu dietro, insieme (p. 38) e forse un altro
paio. Per il resto la sinfonia di immagini, suoni, ritmo e "messaggi" è davvero
godibile e giustamente inquietante.
Niente infatti è semplice come appare, la riflessione sulla realtà, su questo
nostro mondo, diventa un rifrangersi di particelle luminose che come un raggio
laser tagliano e cicatrizzano al tempo stesso. La verità dei rapporti, di ciò
che conta nella vita, dei valori (se vogliamo usare questa parola fra il démodé
e l'abusato) non è data, ma va cercata e in fondo, faticosamente, costruita da
ciascuno di noi, e da ciascuno insieme al suo prossimo, perché siamo tutti
feriti e ferenti, tutti insufficienti a noi stessi, tutti pervasi da quel
"mistero" per cui il nostro io ci sfugge e richiede con parole mute la
stabilità di Altro. La prima poesia della raccolta credo possa esprimere più
compiutamente quanto ho cercato di dire:
«Quando il tempo cambia e dal cielo / cade l'umido che accompagna la sera / la
mia caviglia fratturata punta il dito, punge / nella carne - è tutto uno
strillare / di tendini e ossa a ricordarmi / il dolore vivo del corpo, così sta
il mondo / su assi terrestri traballanti, siamo noi / fragili le sue deboli
caviglie.» (p. 15)
Belle, come si diceva, e nitide le immagini che costellano queste pagine. Ad
esempio, fra le tante: «Il Conero è un sasso che pesa / enorme sugli occhi,
granito e nuvole» (p. 25); «Ho boschi grigi nella testa / pieni d'uccelli e se
mi chiami / è così forte il richiamo del tuo vento / che mi scuoti alle radici
del pensiero / tutti volano via.» (p. 27); «ma guardando lo stecco del
campanile / allungarsi sulle pareti della notte ho capito / di essere sul fondo
di una scatola» (p. 40); «Noi siamo le matite del mondo / disegniamo la traccia
dei nostri destini» (p. 49).
Assolutamente memorabile la poesia L'omicidio di Benazir Bhutto:
trattare in forma poetica una materia giornalistica così incandescente richiede
davvero una grande capacità stilistica: crediamo che Amadei abbia trovato una
sua cifra, ed essa potrà continuare a dargli belle soddisfazioni nelle fatiche
future. Buona strada, dunque, ai passi a piedi nudi di un "tu" che è spesso una
diretta proiezione dell'autore e che pure sa interpellare e smuovere il
lettore: entrambi camminando sanno che le ferite sono compensate dalla
consapevolezza di crescere e di avvicinarsi a una meta che «è la luce» (queste
le ultime parole del libro).
Alessandro Ramberti
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