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A. Pellegatta su Moccia
12 luglio 2008
Francesca Moccia con La muffa del creato da alle stampe una prima pregevole plaquette. Cupa e ambigua, la poesia di questa giovane scrittrice beneventina ha radici inconsapevoli nell’ermetismo e concede al lettore immagini da decifrare. «Una realtà trepida e inafferrabile», una «tensione sinistra», annota Cucchi in prefazione, una scrittura che registra la resistenza del mondo alla logica. La raccolta, affascinante per la potenza imprevedibile delle visioni, ha punti di verticale liricità: «Lungo il grappolo l’attimo si fa bruco». Libro delle profondità e della superficie, di depistante opacità: «lo sentii/rientrare accanto al verde delle foglie… riempì la caldaia». Il paesaggio è quasi narcotico, mentre le azioni veicolano il mistero: «Gesti trascritti in tasche private di sospetto». Il tema della paura ritorna a più riprese ma la scrittura è scattante e veloce, atletica. «Finestre, gabbie e ordigni giganti»: il catalogo è anche questo. Il gesto quotidiano diventa Storia: «Il grido pubblico è l’epoca, il cittadino la mia ombra… Sul fondo fra noi congiunti nasciamo». Il passaggio del tempo non è solo deteriore, concede riscatto al tormento. L’orizzonte si disfa nell’osservatore: «Il fiume rilegge la campagna».
La divinità è «remota», brucia come fiamma viva, e sa «ricomporre» le forme, «annullare ogni cosa malata». Mai diaristico, l’esordio di Francesca Moccia si compie in un gioco di specchi e d’identità dissolte. «Sollevo la testa, osservo la bocca precisa… la grande notte ci fruga nelle aule»: con tanto talento non stupisce che sia entrata nella Nuovissima poesia italiana di Mondadori. Sono pagine popolate da personaggi e enigmi: «Ti invidio, uomo vestito di verde». «La mente si svuota», chiusa in «battenti polverosi, senza/incarichi», mentre «l’aria si guasta» e il «passo rivive nella noce secca, avvelenata». Le diottrie di Francesca Moccia abbracciano distanze planetarie («l’orizzonte delle pene allinea i nostri riflessi»), alla ricerca del termine «acuto», della parola perfetta, viva come un nervo.
Alberto Pellegatta
da «La Provincia» del 12 Gennaio 2006


