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A. Paganardi su "Verso Buda"
29 giugno 2008
Il lettore che si avvicina a Verso Buda può
cogliere già nella forma grammaticale il carattere fortemente evocativo
del titolo. La struttura stessa del complemento di moto verso luogo,
infatti, esprime il senso di un avvicinamento incompiuto ad una meta
ben determinata: siamo così immessi nel vivo di un percorso cosciente
della propria poetica e in notevole espansione. Buda, il “posto che sa
di tempo”al quale si deve questa stagione creativa di Fabiano
Alborghetti, è soprattutto luogo dell’anima, meta archetipica. Ogni
volta che parliamo di luoghi interiori, capaci di suscitare quelle
indescrivibili sensazioni di riconoscimento affini al deja vu,
l’esperienza concreta diviene occasione per attivare circuiti profondi.
Come nella monadologia leibniziana, l’evento consegna all’essere - e
quindi alla scrittura - percezioni sottili, altrimenti destinate a
rimanere mute. Buda, “tornata a fare suo mestiere di casa”, è dunque
laboratorio privilegiato di un esperimento interiore: il poeta ne
illustra al lettore tappe e risultati, con la stessa onestà
intellettuale di uno scienziato chiamato a comunicare al pubblico i
propri esiti teorici. Vanno in questa direzione la nota introduttiva e
le chiose a fine testo, limpide fin nei dettagli, quasi per affermare
che la forza evocativa della poesia non nasce da fumosi crittogrammi.
La stessa finalità di chiarezza, oltre che di suggello espressivo,
hanno i titoli delle quattro sezioni in cui l’opera si divide: dalla
prima sezione omonima, da sola quasi metà del libro, alla seconda,
breve “Circostanze di luce”, che introduce il tema amoroso di “Il mondo che basta” e “Più indietro al tempo amato”: qui si addensano echi
sensitivi ancor più sottili legati al tempo che passa, allo sfasamento
acronico fra essere qui e percepirsi altrove. “Ero sicuro che fosse
silenzio prima/ invece è Domenica”. “Domani dall’altra parte”; “Ancora
un minuto e altra estate/ sarà scemata via (…)”. Un percorso a tappe
disomogenee perché non preordinate, né prive di margini di rischio:
quello, ad esempio, che la finezza percettiva divenga talora
estenuazione. Il poeta sa trasformare questo rischio in un rapporto di
contrazione/ espansione fra sé e mondo che non è il vecchio microcosmo,
ma piuttosto un’originale forma d’empatia rispetto al proprio dove:
così fanno anche le parole, che nonostante tutto “trovano sempre un
posto dove stare”. L’esperienza d’amore catalizza forse più di ogni
altra questa armonia niente affatto prestabilita, ma al contrario
sempre da inventare: “(…) e scoprire così le diverse oasi/ con cautela,
con furore: / un poco stanza, un poco te.”
Alessandra Paganardi
La Mosca di Milano (nr. 12) 2006


