A. E. De Gregorio su Brandolini

 

IL FIUME NEL MARE di ALESSIO BRANDOLINI

di Anna Elisa De Gregorio

Articolo pubblicato sulla rivista web Fabruaria: www.fabruaria.it  

 

«Quando appare un buon libro di poesia ci si vorrebbe inginocchiare per strada, baciare il selciato dove passano tutti e dire: qualcosa di grande di umanissimo abita ancora questa terra dura...». Così inizia un trafiletto di Davide Rondoni sul Domenicale de Il Sole 24 ore (naturalmente un magro trafiletto, come magro è sempre lo spazio riservato alla poesia). Ho pensato la stessa cosa leggendo l'ultimo libro di Alessio Brandolini  Il fiume nel mare (LietoColle, 2010), il sesto dopo cinque ottimi libri, di grande spessore, fra i più interessanti degli ultimi venti anni di poesia italiana (da sottolineare l'intensa e acuta prefazione di Marco Testi, Poesia in forma di realtà).

            Perché questo libro è differente?

            Perché succede (succede e basta) che un giorno si maturino certi intenti, si illuminino certi pensieri e si scriva un libro intero in continuo stato di grazia fin dalla dedica: «Ai morti nel Mediterraneo. / In cerca di una casa, / in cerca di un lavoro». Un libro inciso con lentezza, a partire dal 2003, ovvero in contemporanea a libri via via pubblicati, come se quest'opera necessitasse di un tempo più largo, di un percorso più lungo.

            La scelta di un dettaglio, di un verso sempre più pronto al levare, parole del parlare quotidiano che diventano intuizioni poetiche, i secchi ed efficaci enjambements, la continuità e contiguità armoniosa fra pensiero e parola, la concentrazione tesa e pulita da ogni superflua emozione. Davvero la stretta caverna, da cui Brandolini (come ognuno di noi) è costretto a sbirciare il mondo, a un certo punto si apre in un cerchio di luce che fa chiarezza: nessun alibi è più possibile davanti alla crudeltà e all'ingiustizia del mondo, ogni accadimento, il più modesto, si ammanta di terribile consapevolezza e partecipazione al dolore, ma anche di quella purezza perduta, che sempre dovrebbe essere la sostanza della poesia.           

            Ancora una volta l'acqua è l'elemento in cui nasce, si definisce, si stempera ogni esperienza, così come nel precedente Tevere in fiamme (2008), ma  in quest'ultimo libro l'acqua si è aperta in un delta, si spalanca a ventaglio e lenta entra nel mare, nella vita di tutti. Il mare-madre che accoglie e comprende...(«e tutto a comprendere e a prendere niente venne qui sulla terra il poeta» dice Sergej Esenin) e allo stesso tempo rigetta o inabissa. La profonda compassione cristiana per gli altri (per tutti gli altri, da qualsiasi luogo essi provengano) è il sentimento guida, quello che si prova mantenendo il distacco, con l'occhio già verso un altrove migliore da costruire. Engagement und Distanziering.

 

            Discesa negli inferi e ritorno, allora, dove le urla e le morti si filtrano in dubbi, in domande, in una "religo" fra se stessi e il mondo che ci obbliga a una responsabilità e a un impegno costante verso i più deboli, i tanti poveri cristi che implorano aiuto e noi siamo troppo presi per ascoltarli, troppo assenti per aiutarli. In fondo, in fondo al cuore, ben rannicchiata c'è sempre una speranza (ammalata di paura, spesso), una via di salvezza negli occhi dei bambini, dei figli di questo mondo globalizzato.

            Come in Tevere il fiamme, anche qui le certezze sono assai poche, ma le parole struggenti sono sostanzialmente più dolci e lievi, composte in una forma metrica più equilibrata e classica, ma sempre vola alta e naviga tra le onde la parola improvvisa e di accusa, quella che mette fuori rotta e sovverte la vita quotidiana: "Più tardi con una morbida giravolta / affronta lo scompiglio cittadino / si tuffa nel Tevere in secca / metta la bocca nell'amo lucente / sì, lo stesso che da sempre lo aspetta". Ecco l'urlo, o squarcio che stravolge l'ordinata e tranquilla vita quotidiana, il salato che annulla il dolce.

            Lo stesso disegno sulla copertina del libro dell'artista americana Nancy Watkins ha una levità solo apparente di azzurri e di bianchi, ma dentro (o sotto) c'è tragedia, con quei gabbiani che guardano dall'alto a testa in giù un'onda anomala che travolge le barche (le vite) indifese. In primo piano una punta di rosso, come un lembo di terra insanguinata.  È vero: la copertina di un libro è sempre importante, lega e ammalia, anticipa un segreto.

 

            Ne Il fiume nel mare riconosciamo tracce e solchi profondi di temi trattati nel precedente Tevere in fiamme: per esempio la figura del padre e il lavoro poetico ("Devi sapere quando dona / padre questo duro lavoro / sulle parole, con la poesia. / Saldato alla tua schiena / alla tenera pietra del tuo volto"), la zattera alla deriva, le labbra trafitte dalle spine, ancora il fiume e il Tevere, Roma e i Castelli romani, il Circeo, i ruderi e le città sepolte... Il concetto di "residenza" segna molto la poesia di Alessio Brandolini: i luoghi mitologici e familiari, il paesaggio urbano e marino, gli odori della campagna laziale: tutto ci forma e ci colora, ben oltre la pelle, indelebilmente, come un tatuaggio dell'anima.

            Due le sezioni di cui una, la più consistente e densa dà il titolo al libro ed è quasi un racconto, un largo poema consumato in una estate di vacanza al mare, in un intreccio di ricordi estivi; l'altra, brevissima, Tramonto sull'Arno (composta da tre frammenti), è come un congedo al lettore, il momento del distacco fra un'esperienza che finisce e l'idea nascente di quella successiva.  Fin dai primi versi, il poeta si augura di cambiare direzione: «È ora di far posto a nuovi pensieri/ alle rose che leste scalano il muro./ L'acqua che scorre calma sotto il Ponte/ Vecchio è ghiaccio fuso dal tramonto./ Oggi o mai più, mi balbetto addosso...». Come un desiderio di stemperare il dolore, di lasciare al sole più spazio.

            E due sono i registri che convivono in armonica bellezza e forza (contundente) d'ispirazione ne Il fiume nel mare, come una mela spaccata a metà: in una delle parti c'è dura denuncia, parole d'impegno civile e testimonianza, di sincera solidarietà, di sofferenza ("In croce i corpi a un metro dall'acqua / braccia tagliate impilate da una parte"), d'impotenza a contrastare il cinismo dei nostri giorni; nell'altra percorsi più intimi e segreti, frammenti di un discorso amoroso, minime storie di vacanza, di figli e genitori, di ricordi di persone amate e scomparse (come il poeta peruviano Jorge Eduardo Eielson), di donne desiderate, di un sole-pesce che guida e sfugge alla presa, di sogni e incubi, di lente ma audaci fughe interiori: "Colleziono lumache / più veloci del tempo / testuggini marine / con un feroce / senso d'orientamento".

            Due poesie desidero evidenziare, per intero, a sostegno di quello che ho appena scritto. La prima, a pag. 84:

 

Nel frattempo l'immagine distratta

di uomini inermi appena sbarcati

passa e ripassa tra il mare e la spiaggia.

 

Tracci una retta perfetta

di sogni affilati

di confini e barriere

di musi d'animali

di giorni afflitti

da una tenace follia.

La gioia si nasconde nel raggio giallo

imperturbabile del sole

che in un attimo arrossa

la fronte e il naso

il calcolo perfetto

della nostra ragione

del nostro distacco.

 

Nel frattempo l'immagine sfocata

d'un corpo galleggiante e inerme

passa e ripassa tra il mare e la spiaggia.

 

Visioni alterate, come in un montaggio cinematografico di bellezza e terrore, di luci e ombre perché a questo ci obbliga la realtà quotidiana; la sensibilità del poeta è messa a dura prova e la pelle soffre e s'infuoca, la ragione (con il cuore) sembra non reggere all'ansia, alla preoccupazione, al dolore per quei corpi galleggianti nell'acqua che si trasformano in macabro ma interessante spettacolo televisivo.

 

Poi a pag. 85:

 

Chiedersi che faranno da grandi

questi bambini già adulti

è come scavarsi una fossa

e poi starci dentro

fino a mezzogiorno

quando il sole picchia e trova le ferite

giuste e allora si corre a casa

al fresco del condizionatore

si fa una doccia

s'accende la tivù

si guardano i programmi che elencano

guerre e atti terroristici sparsi nel mondo

e spesso si ride per mascherare la rabbia

per ricomporsi in un silenzio farraginoso.

 

Mi sembra di riconoscerli

attraverso il mirino

della macchina fotografica

che sempre mi porto dietro.

Questi bambini che corrono,

corrono magnifici e instancabili

nella luce scolpita del Tirreno.

 

 

Ecco invece i bambini di cui parlavo che tenacemente seguitano a giocare e a correre donando la giusta (necessaria) speranza e poi quella luce azzurra "scolpita" dal Tirreno che apre un varco improvviso, forse quello della stessa poesia fattasi umile nel riempirsi di cose umane, nell'accogliere il dolore e la tragedia, nell'abbraccio con gli altri, i vivi e i morti, nell'unire il proprio debole fiume alla forza immensa del mare: al suo pensiero, alla sua memoria. E mi piace finire come ho cominciato, ovvero con le parole di un poeta, quelle di Francesco Scarabicchi che in una recente intervista afferma: «Anche nel cuore profondo del tragico c'è una luce di uno splendore terribile e meravigliosa che pronuncia il "sì" all'essere al mondo, all'essere del mondo».

             

 

 

Alessio Brandolini, Il fiume nel mare, LietoColle, Faloppio (Como), 2010, pagg. 105, euro 13,00 - Introduzione di Marco Testi, disegno in copertina e interno di Nancy Watkins.

 

 

 

 

 

aprile 2010

 

 

Dal nostro catalogo

Brandolini Alessio - "IL FIUME NEL MARE"

ISBN: 978-88-7848-545-7

Anno: 2010

Prezzo: € 13,00 [ Acquista ora ]

Si parla di questo libro:

info@lietocolle.com
LietoColle di Michelangelo Camelliti - Via Principale, 9 - Faloppio (CO) - C.P. 72 - 22020 Parè - P.IVA 01545080135 - C.F. CMLMHL61A08E025N

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