A. Bianco su V. Curci

22 giugno 2008

Tre anni di Curci

L’ultimo volume del poeta e musicista nocese,
la Stanchezza della Specie, esce per i tipi di Lietocolle

di Alessandra Bianco



In tanti lo conoscono come uno tra i più originali musicisti pugliesi. Dialoga con il sax come se si trattasse di una donna e rincorre le melodie come in un continuo gioco di seduzione. Eppure, Vittorino Curci, prima che sassofonista, nasce poeta, avendo all’attivo un Premio Bodini (1997) e un Premio Montale per l’inedito nel ’99.
Padre di versi inquieti, scanditi dal battere incessante del tempo che scuotono il lettore a sferzate di riflessione. Con un linguaggio calibrato, ma che sempre si rinnova e si nutre di ritmi e colori evocativi come avverrebbe su una tela dove il pittore dipinge  ogni volta un soggetto diverso, lasciando però che si intravedano i contorni di quello che fu. Forse, è per questo che per il suo ultimo libro, Vittorino Curci non ha scelto solo la pubblicazione delle sue ultime liriche, tracciando un percorso che, dal 2002, giunge fino al 2005, attraverso quattro sezioni (Astemie – FedoraTutti fermiDopo gli assalti). Quattro diversi spazi per la sua e della sua poesia, ma con un unico filo conduttore: l’ispezione coraggiosa della natura umana fino al limite del comprensibile. Altro che La Stanchezza della Specie, verrebbe da dire: è questo, infatti, il titolo che Curci ha scelto per la sua raccolta di versi. Nelle sue pagine batte, invece, un caleidoscopio di emozioni e sensazioni vissute e trascritte fino a toccare le corde più intime dell’essere.


Dal 2002 al 2005. Tre anni di versi raccolti ne La stanchezza della specie. Come è cambiata, in questo tempo, la sua poesia?
«Credo di aver puntualizzato un più marcato deragliamento della parola e delle sue inevitabili forme poetiche. Il percorso, vissuto come cedimento e resa alla verità della poesia, era già cominciato nei due libri precedenti, Sospeso tra due solitudini estreme e Figliolanze, entrambi usciti con Bosco delle Noci, il mio marchio di fabbrica».


Perché un titolo lento e riflessivo come La stanchezza della specie per una poesia dinamica e mutevole?
«Il titolo è un pensiero inevitabile, una coincidenza, visibile a posteriori, di intenzionalità e destino. Nel mio caso, via via che mi avvicinavo alla fine del libro, il pensiero andava ossessivamente a una umanità che oggi, in un modo per me inspiegabile, sembra aver rinunciato al suo destino di grandezza. Sarei felicissimo di sbagliarmi».    


Come definirebbe la sua poesia? E come la spiegherebbe ad un profano?
«La definizione che sento più vicina ai miei versi è quella di poesia lirica. È come una ferita, una lesione dell’anima, uno sguardo che ci mette in disparte e poi ci congeda. Qualcosa che irrompe nella realtà, ma non appartiene alla realtà, ma all’immaginario».


Che rapporto ha con il tempo, parametro fondamentale su cui si muove la sua poesia?
«L’intimità che stabilisce la poesia ci fa sentire indifesi e nudi. Tutto quello che in essa accade e ci appare come una verità, non si può conoscere ma soltanto riconoscere. La poesia non si impone con la ragione ma aprendosi un varco silenziosamente tra montagne di parole inutili. Una volta Bigongiari in una intervista disse: “Una mia poesia nasce su un impulso oscuro, una specie di nucleo emotivo-verbale che in qualche modo contiene in sé l’enigma del suo significato”. Assumendo per vera questa affermazione, io posso dire che il “nucleo emotivo-verbale” da cui nascono tutti i miei testi hanno sempre a che fare col tempo. Probabilmente la mia concezione della poesia è “primitiva”, nel senso che si radica nel sistema limbico del cervello, nelle sue aree più profonde».  


Poeta, musicista e, ora scopriamo, anche disegnatore: nel libro sono inseriti alcuni schizzi. Come convivono queste forme di arte?
«Al primo posto, indubbiamente, c’è sempre la poesia. Non saprei immaginare la mia vita, le mie giornate, senza la poesia. E il poeta per me, anche quando si presenta sotto le mentite spoglie del musicista o del disegnatore, è colui che si pone con fiducia di fronte a ciò che è per definizione inaccessibile: il non più, il non ancora».


Ha sempre scelto l’autoproduzione per pubblicare i suoi versi. Cosa l’ha convinta a pubblicare con Lietocolle, una casa editrice così lontana dalle sue radici?
«Il merito va alle sollecitazioni dei miei amici poeti, in particolare Mario Desiati e Enzo Mansueto. E poi anche alla qualità delle pubblicazioni Lietocolle. Sono molto soddisfatto dei risultati. Viva l’editore Michelangelo Camelliti! Viva Diana Battaggia, suo editor! Viva l’Italia, una, libera e indipendente!».



pigreco_r², mensile di informazione, Taranto, febbraio 2006

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