A. Alessandrini su Ruotolo
Sarà stato solo un caso, una coincidenza fortuita, ma mi ha stupito leggere "Secondi luce" - opera poetica della giovanissima Anna Ruotolo - , contemporaneamente al romanzo di Vila Matas "Dottor Pasavento" e scoprire in essi un elemento comune: il discorso sul tempo.
Leggo a pag 276 del libro dell'autore catalano le testuali parole:
"Moriamo ogni giorno e nasciamo ogni giorno. Stiamo nascendo e morendo di continuo. Per questo il problema del tempo ci tocca più degli altri problemi metafisici. Quello del tempo è il nostro problema. Chi sono io? Chi è ognuno di noi?".
Si tratta di un' affermazione che risulterebbe cara alla scrittrice casertana come dimostra il fatto che la prima parte della sua opera porta il non casuale titolo di "LA FORMA DEL TEMPO".
Il tempo, dunque, appare, a prima vista, il quod che dà l'imprimatur alla raccolta.
"È il tempo che percorre tutto questo primo libro di Anna Ruotolo...." Così esordisce, infatti, a conferma di quanto sopra sostenuto, il prefatore Elio Grasso. Eppure leggendo e rileggendo le liriche di Anna, sono sempre più fermamente convinto che il vero tema della raccolta non sia il tempo bensì l'antinomo del tempo stesso, non tanto il "non tempo" ma quella intercapedine tra tempo e non-tempo a cui sempre l'uomo ha cercato di infilarsi per darle un nome e un senso.
Il significato della poesia di Anna Ruotolo è, difatti, tutto in un interstizio di tempo senza tempo, (tempo dentro il tempo), che non è tanto assenza di esso, quanto sospensione; un non-luogo (utopia?) dove la separazione trova riunificazione, l'abbandono il ritorno, l'attesa l'avvento, la morta la vita.
È la "sosta" il vero argomento dell'opera, il concetto di "vacanza" - tutto sereniano, certo, ma anche affine a un poeta dimenticato come Remo Pagnanelli - lo conoscerà Anna? .
È in questo spazio magico o bianco, (il bianco è il colore della sospensione, dell'a-temporalità, per eccellenza - a tal proposito si noti come questo aggettivo cromatico compaia nella raccolta, insieme ai similari: bianchissimo e imbiancato, ben 11 volte), che si affastellano tutti gli aspetti terreni, umani e mortali della vita ma ivi finiscono per trasformarsi, incredibilmente, acquistando una tempra indissolubile ed eterna: si tratti dell'amore, si tratti dell'addio, si tratti del ricordo, si tratti dell'incontro. Il cinema, la libreria Mondadori, il qualcuno delle 00 e 48, il velo da sposa.
In questo spazio sublunare, in questo cono d'ombra, in questo sovrassenso o sovraspazio - direbbe Zanzotto - trovano cittadinanza: "La porta aperta a un ponte" (pag 17; verso allitterativo di una maestria e una musicalità invidiabili); il "...centro esatto/della solitudine del mondo" (pag 18); il "...fondale" scelto "per questa sera" (pag 19) e ancora, il "...lato occaso della bocca"(pag 20); la "... striscia/di terra per segnarti l'ora della fuga"; il "... momento/che nessuno ha conosciuto" (pag 26); tutti correlativi oggettivi di questa dimensione altra, altéra, tutta einstainiana o bergsoniana.
È da questo "porto sepolto" che partono "cinque navi" (pag. 22) dalle costole di questa poetessa per raggiungere le coste della rivelazione, della conoscenza.
Si leggano i versi straordinari di "Si dice che i poeti" con l'incipit rivelatore: "Non è mai bastata la vita...", è questo il punto di partenza del viaggio di Anna Ruotolo, e, per inciso di qualsiasi poeta. La certezza che la vita non basta, che occorre andare oltre la vita stessa, che il tempo è una menzogna insufficiente, che occorre andare oltre quel/questo tempo per raggiungere la verità.
La verità che sta nella TERRA DI MEZZO, altro titolo emblematico a cui corrisponde la seconda parte della raccolta. Se nelle prime poesie questo territorio di confine, inesplorato e inesplorabile, questo non-luogo, viene spesso evocato, ma in tralice, a bassa voce, ora essa viene annunciata o meglio enunciata esplicitamente. Cos'altro non è "La terra di mezzo" se non quella intercapedine sottile tra l'essere e il non essere, tra lo stare e lo scomparire, tra l'avere corpo e l'assottigliarsi, l'avere il qui e ora e non averlo più? La "Terra di mezzo" è la terra dove si indovina "il guizzo" dei pesci argentei, è il mondo dei "permetti", è il territorio afono e attutito, imbottito di neve, di "certe domeniche d'inverno" (pag 33), "Il segno sul sagrato della chiesa". Siamo di fronte a una novella Montale, alla ricerca dell'anello che congiunge? Forse sì, forse no; forse quell'anello Anna già lo possiede, ed è la poesia. È un anello preziosissimo ma facile a sfaldarsi, ce lo confessa candidamente lei stessa quando scrive che la poesia è "il luogo più giusto" (pag 39), un luogo che, così come è comparso, può scomparire d'acchito; perché il rischio più grande di chi scrive - (e questo Anna Ruotolo lo sa bene, ed è un sapere che condivide con tanti altri scrittori, si pensi a Vila Matas, citato prima) - è quello di ritrovarsi con un pugno di mosche tra le mani; è un rischio calcolato scoprire che quel "luogo giusto" risulti essere "un'ora/inconservabile/come la neve" (pag. 40 - e quasi sembra di vederlo quel modernissimo e decadentissimo Leopardi sussurrarle queste straordinarie parole).
Quello che Anna intraprende è un foscoliano viaggio di resistenza al tempo e alla sua assenza, lo fa ricorrendo a immagini che hanno una forza evocatrice tutta femminile, come dimostrano questi bellissimi versi della lirica di pag. 49:
"Vorrei scostarti rondini dagli occhi/in questo giorno di basilica ventosa/averti per un poco, poi mai più//. È come conservare in pancia/tutta la luce a venire/per un chiosco di lucciole nel tempo//."
Il cammino intrapreso prosegue "mill'anni", anche nelle successive sezioni, è un cammino fatto di "ottativi" (un uso sconsiderato, tutto giovanile, - e per questo concesso e apprezzato-, del condizionale ne è la dimostrazione concreta), di desideri e strappi, ricongiungimenti e separazioni.
La recherche (Proustiana?), "voglio solo scoprire se ti va/un limone" (pag.64 - Monataliano?), ha come fine ultimo quello di dare un nome alle cose, o almeno il tentativo di farlo: "Il mio avvento ha un nome/che mai si disse, mai diremo" (cfr: la lirica che conclude il libro - pag.67). La fedeltà alle cose di cui parla Elio Grasso nella prefazione è, certamente, il debito - e il merito, a mio avviso - tutto postmoderno che Anna si porta dietro: "Qui la tensione va tutta al risveglio delle cose, che acquistano un nome e che quindi possono parlarci ad occhi aperti, in piena fiducia".
Dare un nome alle cose che si accampano nelle bolle di eterno che si creano uno spazio nello spazio tutto lieve del tempo, questo è il compito della scrittura o meglio della mèta-scrittura - perché quando si scrive si finisce sempre per scrivere sul perché si scrive - di Anna Ruotolo, un percorso che compie colloquiando, non a caso, con i mostri sacri della poesia contemporanea - come sempre i bravi poeti sanno fare. E non solo Sereni, citato in prefazione, ma anche - più o meno nascosti - i vari: Luzi (il semantema della barca, ad esempio, fino alla citazione in toto: "aspetta una barca che dondola", pag 34); Caproni (si veda l'incipit della poesia pag 52: "Animula"); e ancora Milo De Angelis (cfr: millimetralmente, pag. 18), e Giudici, Montale, Bertolucci etc.
Un confronto combattuto ad armi pari, se questi debiti letterari si stemperano in un verseggiare tutto autonomo e originale. Abbiamo bisogno di certe guide, sembra ricordarci Anna, come a loro volta ne ebbero. Ecco perché la poesia di Anna non è frutto di un facile mimetismo. Una raccolta però mi sembra, in qualche modo, essere molto affine a Secondi Luce di Anna Ruotolo, si tratta di Quaderno Gotico, di Mario Luzi, perché anche lei, in questa sua prima opera, e speriamo davvero: prima di una lunga serie, è ancora disincantatamente convinta che, di fronte a ogni pagina bianca, sta per compiersi, inaspettato ma sempre latentemente atteso, un avvento, una rivelazione:
"Che rientri da questa terra/per i segreti delle porte/che quasi mi dormi accanto/è scritto nel rumore della pioggia/nel tremito aguzzo delle acque//". (dal titolo non casuale di "anghelos"; pag 33).
Alessio Alessandrini
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